Donne guerriere, matriarcato e Veda 

Quando gli Arii, popolazione nomade guerriera, invase l’India settentrionale fino alla piana del Gange, esistevano già delle popolazioni autoctone che vivevano prevalentemente di agricoltura e allevamento chiamate Dasi o Dasyu, eredi della “Civiltà della valle dell’Indo”. Di loro poco sappiamo, se non che erano una delle civiltà più antiche finora conosciute, stanziatisi nel subcontinente indiano, lungo i fiumi Indo e Sarasvati, ora prosciugato, e ne apprendiamo anche grazie agli scavi di inizio Novecento ad Harappa e Mohejo-daro. 
Nella civiltà prevedica, antecedente all’invasione Ariana, secondo alcuni studiosi/e, l’organizzazione sociale era a prevalenza matriarcale e si configurava attorno alla divinità della grande madre terra. La donna, che assunse poi determinate funzioni e caratteristiche, era infatti colei dalla quale si nasce e colei alla quale si torna, attraverso la sepoltura. La Grande Madre – come terra e come immagine del femminile – anch’essa muore e si rigenera tramite il passare delle diverse stagioni, come la luna calante, la luna crescente e la luna nuova. Il potere della donna era inteso non come dominio ma come capacità di illuminare e trasformare la coscienza umana, un potere spirituale che si manifestava non solo nella conoscenza e nella saggezza, ma soprattutto nella verità, nell’amore e nella giustizia. La spiritualità antica della Grande Madre poi gradualmente si attenuò fino a scomparire, come risultato dello scontro tra culture diverse e del successivo affermarsi delle religioni patriarcali. 

La ginecocrazia o potere della donna fu teorizzata tra gli altri da John Ferguson McLennan (Primitive marriage, 1866) e Johann Jakob Bachofen (1815-1887) storico e antropologo tedesco, che la intesero come la prima forma di potere politico nelle comunità di più di quattromila anni fa. Queste teorie antropologiche si basavano sulle testimonianze sparse di miti, simbologie, racconti e storie. Senza entrare nel merito, possiamo dire che molte di queste ipotesi evolutive si basavano su reperti e documenti storici, ma soprattutto sull’analisi di genere degli autori, ricercando se gli autori delle opere fossero soggetti-uomo o soggetti-donna, capaci cioè anche di imporre a tratti la loro visione della struttura sociale di genere e di trasmetterla.  

Shikandini

Nel periodo Vedico (vedismo), quello della compilazione dei testi sacri, dei loro commentari e dell’invasione Ariana, la figura femminile era sia ben rappresentata da donne-divinità armate sia presente in storie e leggende di memorabili guerriere considerate tenaci e invincibili. I personaggi minori di Lankini e Shikandini sono, infatti, noti nell’epopea del Ramayana. La prima era la dea custode delle porte di Lanka, potente Rakshasi, ossia essere di tipo umanoide dai poteri soprannaturali che poteva lottare sia per la fazione delle forze del bene che del male a seconda degli eventi. La seconda era, invece, figlia del re del Panchala Drupada, ed era la reincarnazione della principessa Amba, disprezzata da Bhisma nel Mahabharata per il suo amore non corrisposto, ma che avrà poi la sua rivincita diventando, nella vita successiva, un guerriero che lotterà e vincerà con onore. 
A proposito di Amba apriamo una piccola parentesi: è da notare che era originaria del popolo di Kahsi, parola che significa “nato da una madre”, e la struttura di quel popolo era organizzata in clan detti “kur” che seguivano la figura femminile principale, guida del clan e sacerdotessa della famiglia, la quale custodiva tutte le proprietà senza trarne alcun profitto personale. I Khasi dell’India seguono i principi di matrilinearità, per la successione e l’eredità e di solito è la figlia minore che rileva l’intero patrimonio. Gli uomini possono visitare la propria partner solo di notte e non hanno diritto né di mangiare, né di lavorare e né tantomeno di abitare nella casa del clan della propria compagna. Questo è quello che si intende, in etnologia, per “matrimonio di visita”. Presso un sottogruppo dei khasi, i Garo, è la donna che corteggia l’uomo, e non viceversa: la ragazza fa rapire dai propri fratelli il ragazzo che le piace, che viene tenuto prigioniero per qualche tempo nella casa degli uomini, per poi venire presentato alla ragazza tutta vestita elegante e ingioiellata. Se il ragazzo non fugge da lei più di tre volte di fila, significa che accetta la volontà della giovane di prenderlo come compagno, altrimenti la scelta viene invalidata. 

Silambam

Nel periodo vedico alcuni re possedevano corpi di guardie del corpo interamente femminili, ben addestrati e leali, formati da donne robuste ed esercitate a combattere oltre che a fornire medicinali e cibo alle truppe. Le donne partecipavano molto spesso alla guerra, qualche volta come soldate e qualche volta come infermiere e assistenti nelle retroguardie, studiavano arti marziali come il Silambam, arte di semicontatto che usa armi di bamboo, il Wrestling e il Kalaripayattu, madre delle arti marziali, che attinge la sua linfa vitale dai concetti dello yoga della danza indiana e dell’ayurveda, in quanto veniva usata secondariamente anche come forma di terapia degli ammalati. Gosha, Lopamudra, Maitreyi e Gargi sono donne famose per la loro conoscenza intellettuale e spirituale. La regina Vishpala, che visse circa settemila anni avanti Cristo, viene citata nei Rg Veda 1.116.15 come una figura storica che perse una gamba durante una battaglia. I medici Aswini Kumara le costruirono una protesi di ferro per ritornare a combattere. 

Accanto a tutte queste informazioni di storia antica si deve aggiungere qualcosa sul recente sito archeologico del 2018 a Sinauli in Uttar Pradesh (India), dove è stata trovata una grande necropoli con più di cento corpi di guerrieri e guerriere. I loro carri a due posti, le loro armi e gioielli sono stati catalogati come risalenti a 4000 anni fa, ma sono difficilmente databili e confrontabili con altri ritrovamenti precedenti, come ad esempio quelli relativi a Mohenjo-daro o di altre civiltà prevediche. Uno dei dati ancora non chiariti è l’amputazione dei piedi femminili… questo è soltanto un dettaglio nella grande opera che in archeologia e storia ci si sta apprestando a compilare: quella di ricostruire il passato della “Grande India”; ma molto è andato perduto. Questo sito archeologico rimane ancora un mistero con i suoi significati simbolici da interpretare, le datazioni che non collimano, la direzione degli scheletri sull’asse Nord-Sud, le pentole di ghee con cereali offerti al dio della morte Yama, che venivano prescritti come da tradizione negli antichi testi ritualistici dei Rg Veda. Esistono pur tuttavia alcune teorie e tentativi di classificare i manufatti e le sepolture, che ci aiutano a capire come vivevano quelle persone, uomini e donne, affini anche se non uguali a quelle di altre civiltà precedentemente scoperte. 

***

Articolo di Nuria Kanzian

Docente di filosofia, amante dello yoga, giornalista freelancer, musicista e scrittrice, ha pubblicato opere di poesie, sceneggiature e saggi filosofici quali Autobiografia e conoscenza del sé e Cosmologia vedica. In qualità di Presidente dell’Associazione Noumeno culture, club di pratiche filosofiche, organizza progetti di formazione nel sociale.

2 commenti

  1. Grazie per questo nuovo articolo, il sapere il conoscere il diffondere il condividere è la vera cultura umana. Il passato rivive sempre in noi nella consapevolezza del ricordo da trasmettere. Un libro con questi articoli della scrittrice mi piacerebbe leggere quando pubblicato.

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