Michelina Di Cesare, in guerra per difendere la dignità 

Il quindicesimo volume della Collana “Italiane” che dirigo per Pacini Fazzi Editore, è scritto da me e racconta la vita di Michelina Di Cesare, nota come donna che divenne brigante per amore. Ma non fu così. Michelina, nel 1863, entrò nella banda di Francesco Guerra cambiando per sempre la sua esistenza. Quando ho iniziato a studiare la sua vita conoscevo di lei quello che avevo letto in rete. Dunque poco. Ho studiato moltissimi libri sul brigantaggio, su Michelina sempre e solo le stesse informazioni riportate nella cronaca dei documenti della polizia: scorribande, rapimenti, furti. In pratica non avevo niente, ma veramente niente, per scrivere la sua biografia, per raccontare la sua storia. Allora sono andata all’Archivio di Stato di Caserta. Mi sono immersa nei documenti. Non quelli dei processi, quelli giudiziari che sono più o meno citati da tutti, ma quelli dello Stato Civile. È stato così che Michelina è venuta fuori con la sua storia familiare, quella vera.  

Michelina Di Cesare

Chi furono le brigantesse e i briganti che nel meridione della neonata Italia, all’indomani dell’unità o dell’annessione, misero sotto scacco un intero paese, una nuova nazione? Raccontare la loro storia vuol dire narrare la storia di popoli che furono al centro di disegni politici che di loro non tennero conto ma che di loro si servirono per creare, o stabilizzare, una nuova classe dominante. Da qualsiasi punto di osservazione la si guardi, la vita delle contadine e dei contadini del sud fu un’esistenza di stenti, fame, privazioni e tale fu, in quel tempo, in tutti gli Stati in cui il rispetto per l’essere umano non era ancora contemplato. Quindi ovunque. In un mondo e in un tempo in cui povertà e sopraffazione viaggiavano a braccetto sopravvivere diventava un’impresa. Tra i poveri i più poveri erano i braccianti, quelli che non possedevano nulla, che mettevano insieme un pasto dopo essere stati sfruttati per un’intera giornata. Nulla più di un pasto. C’era chi teneva la barra dritta, chi rubacchiava per portare a casa un frutto o un pollo, chi si dava alla malavita. Questi ultimi erano banditi ma spesso li chiamavano briganti. Banditi e briganti non furono la stessa cosa anche se tra i briganti non mancarono i banditi; eppure si volle e si è voluto ancora unire sotto un solo nome le due categorie.  

Furono i francesi ad usare per primi il termine brigantage nel XV secolo e nella lingua italiana il neologismo fece ingresso solo nella prima metà dell’ottocento. Chiamarono brigantaggio i moti pro Borbone nel 1799, fecero altrettanto per indicare le proteste spagnole all’arrivo di Giuseppe Bonaparte. Quella che ho raccontato è la storia di una donna che fece parte del brigantaggio meridionale postunitario, fenomeno complesso, multiforme, che era sì figlio di una lunga tradizione di protesta ma che aveva spinte fortemente legate ai nuovi tragici avvenimenti storici. Si sviluppò nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie all’indomani della nascita dell’Italia e fu un moto di ribellione complesso che aveva in sé molte anime. C’erano gli ex soldati borbonici, c’erano i legittimisti, c’erano i disertori, c’erano i poveri. Ce li raccontarono e ce li descrissero come criminali antiunitari, come semplici continuatori di una tradizione illegale scrivendo le pagine di quest’altra faccia del Risorgimento con il pennino intinto nell’inchiostro del pregiudizio antimeridionale. Ebbero dalla loro parte quel nutrito corpo di possidenti, più o meno ricchi, che sfruttarono questa visione per coltivare meglio i propri interessi a danno, ancora e sempre, delle classi più umili, diseredate, sfruttate. Quelli che combatterono nei boschi fitti e folti dell’Italia meridionale scelsero a volte senza altra possibilità di scelta. Disobbedire fu una necessità.  

Per le donne fu ancora più difficile e complesso. Chi erano le brigantesse? Cosa hanno rappresentato in quel decennio di lotte le loro menti, i loro corpi, le loro armi? Sui monti, nei boschi, alla macchia, decine e decine di giovani donne combatterono una guerra nella guerra. Alcune scelsero, altre furono costrette, altre ancora capitarono in quelle scelte senza averne consapevolezza, per mera necessità. Le chiamarono drude che, nell’antico provenzale, al maschile, significava fedele (in senso feudale-cavalleresco), difensore; al femminile divenne amante al servizio del signore, amante disonesta, chiamiamola col nome comune, prostituta.  

Michelina Di Cesare

Quello delle brigantesse fu un percorso a ostacoli. Lasciavano la famiglia, perdevano l’onorabilità, tagliavano per sempre i ponti con ciò che era stato prima, fino a quel momento. Di loro per molto tempo nulla si è scritto. Fantasmi in una guerra civile descritta come una caccia ai criminali. Erano per chi ha tramandato per decenni la storia solo drude, manutengole, prostitute.  

In questo contesto caleidoscopico si inserisce la vicenda personale e poi pubblica di Michelina Di Cesare che se non fosse diventata brigantessa sarebbe rimasta solo un numero inconsapevole tra i numeri a molti zeri dei poveri tra i poveri. Finora la sua vita prima del suo ingresso nella banda di Francesco Guerra non era stata raccontata da nessuno.  

Le notizie a noi pervenute raccolte in molti testi, cartacei e on line, sono imprecise, errate e a volte molto fantasiose. La mia ricerca è partita dai documenti anagrafici conservati all’Archivio di Stato di Caserta che restituiscono, finalmente, verità su di lei e sulla sua famiglia, sulla sua vicenda matrimoniale e sui tempi effettivi del suo “battesimo” nel mondo dei briganti. Ho dovuto far ricorso agli insegnamenti manzoniani e con quelli ho ricostruito la vicenda personale di Michelina. Là dove l’assenza di documentazione mi ha impedito di raccontare fatti dimostrabili, il vero storico, ho fatto appello al vero poetico studiando la storia degli usi, delle tradizioni, dell’economia e della medicina di quegli anni in Terra di Lavoro che allora era la più estesa provincia delle Due Sicilie prima e dell’Italia poi. Michelina non sapeva né leggere né scrivere (e sì che qualcuna ha scritto che leggeva Ivanhoe), non scelse di seguire Guerra per amore, non fu sposata per solo un anno, non ebbe solo un fratello e una sorella. Eppure così è stato scritto. Michelina scelse per necessità, per bisogno di libertà, per sete di giustizia e per solitudine. Scelse per dignità. Poi si innamorò, ma quella fu un’altra storia. 

Nadia Verdile
Michelina Di Cesare 
Pacini Fazzi Editore, Lucca, 2019
pp. 120

***

Articolo di Nadia Verdile

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Nadia Verdile è nata a Napoli, vive a Caserta, le sue origini sono molisane. Scrittrice e giornalista, collabora con il quotidiano «Il Mattino». Ha diciannove libri all’attivo, molti suoi saggi sono stati pubblicati in riviste nazionali  ed  internazionali. Relatrice in convegni e seminari di studio, come storica, da anni, dedica le sue ricerche alla riscrittura della Storia delle Donne. È direttrice della Collana editoriale “Italiane” di Pacini Fazzi Editore.

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