Giustizia femminista. Modelli interpretativi, esperienze e criticità nel contesto italiano

Come già considerato nelle prime tre parti di queste riflessioni, il percorso sulla giustizia femminista si è sviluppato in due realtà complesse e profondamente diverse, ma accomunate da situazioni sia di violenza sia di solidarietà e di costruzione di percorsi femminili e femministi, la Colombia e la ex-Jugoslavia. 

Nella parte conclusiva del convegno, Annalisa Comuzzi della Rete Italiana delle Donne in Nero, pone in risalto come l’essersi confrontate con modalità di attivismo femminile – realizzate in luoghi contrassegnati da eventi storici traumatici come la Colombia e la ex-Jugoslavia – abbia sollecitato le Donne in Nero italiane a esaminare alla luce di quelle esperienze la situazione in Italia. 

Ha, inoltre, evidenziato che la giustizia transizionale è un vero e proprio metodo, un approccio alla giustizia in situazioni particolari: situazioni di transizione a seguito di conflitti o di repressioni violente da parte dello Stato che agisce attraverso l’affermazione del principio di responsabilità e offrendo un risarcimento alle vittime. 

Annalisa Comuzzi

Se ci si distanzia da un concetto astratto di giustizia e si assume il criterio dell’ingiustizia come elemento dirimente per andare a guardare quello che accade nelle vite delle donne, risulta evidente come, anche in Italia, le donne siano ancora pesantemente segnate da discriminazioni, violenze e abusi; in tempi di fenomeni migratori globali, inoltre, vanno considerati anche i tanti casi di tratta, di prostituzione forzata, di riduzione in schiavitù delle donne, i respingimenti alle frontiere, le sopraffazioni e gli stupri delle migranti e delle richiedenti asilo, in un quadro italiano ed europeo dove cresce il razzismo e si diffonde il pregiudizio nei confronti delle diversità.  
Su questa materia incandescente Comuzzi constata un pesante silenzio da parte degli uomini. Non si sono interrogati collettivamente sulla loro sessualità, sui modelli di relazione con le donne interiorizzati dalla tradizione patriarcale.  
Le relatrici invitate al convegno hanno il merito di riconsiderare una cultura giuridica storicamente segnata dall’impronta tradizionale e di produrre cambiamenti all’interno di un sistema giudiziario che pone ancora alle sue fondamenta il riferimento a un soggetto, quello maschile, pensato come unico e universale. 

La questione di genere nella protezione internazionale 
Maria Acierno  – giudice presso la Corte di Cassazione e componente delle Sezioni unite civili della Corte di Cassazione – si interroga su diritto di asilo e diritto alla protezione internazionale, in particolare per quello che riguarda le donne migranti in Italia. 
Dal punto di vista legislativo, il rifugiato politico e la rifugiata politica sono vittime di una persecuzione diretta per motivi di razza, religione, genere, opinioni politiche, appartenenza a un gruppo sociale, sostanzialmente per tutti quei profili per cui è nato l’articolo 3 della Costituzione Italiana. 
Negli anni 2000 due direttive europee hanno introdotto, oltre alla protezione umanitaria, un sistema che prevede: 

  1. il rifugio politico nell’ipotesi di persecuzione diretta (ad esempio le persone che venivano dall’Argentina e dal Cile negli anni Settanta); 
  1. la misura della protezione sussidiaria che copre chiunque sia esposto al pericolo per la propria incolumità fisica e integrità psicofisica qualora tornasse nel proprio Paese d’origine. 

Accanto a queste, nel sistema italiano c’è la cosiddetta legge Turco-Napolitano, con cui è stato introdotto il sistema della protezione umanitaria, importante perché asserisce che nessuna/o può essere rimandato nel proprio Paese se sussistono seri motivi umanitari. 
Il cosiddetto decreto legge sicurezza e la legge di conversione, voluti da Salvini e approvati dal governo giallo verde, hanno eliminato la protezione umanitaria e l’hanno sostituita con tre ipotesi tipiche: il diritto alla protezione speciale per causa di malattia, per calamità naturali e per atti di eroismo. E sostanzialmente nient’altro. [Segnalo che a ottobre 2020 il governo giallo rosso ha reintrodotto la protezione umanitaria ed è tornato allo Sprar]. 
Come impatta questo sistema con le donne che richiedono la protezione internazionale? 
Dal punto di vista statistico su 100 migranti che chiedono la protezione 30 ottengono quella umanitaria, 5 il rifugio, 10 la sussidiaria e agli altri – più della metà – viene rigettata. Il numero di donne che richiede tale protezione è estremamente inferiore rispetto a quello degli uomini: la percentuale è 20 a 80.  
Con una valutazione di buon senso tale disparità è abbastanza comprensibile perché riflette il fenomeno migratorio. Tradizionalmente il fenomeno è più maschile che femminile. I Paesi di provenienza, soprattutto quelli dell’Africa subsahariana, scontano una condizione femminile così deprivata da non poter nemmeno essere concepita la possibilità di una prospettiva di migrazione. La situazione numerica e statistica, comunque, è quella indicata poco sopra; all’interno di essa ci sono state ovviamente delle domande di protezione internazionale femminile nel caso di figli piccoli, di donne giovani o in condizione di vulnerabilità. Per tutto questo universo femminile la protezione umanitaria funzionava in maniera adeguata ed essa era uno strumento importante e di rilievo ma, nel periodo in cui è stata cancellata, queste donne non erano più tutelabili.  

Di seguito viene esposto uno dei casi arrivati all’attenzione della Corte di Cassazione che ha sottolineato l’importanza della conservazione del permesso umanitario a maglie larghe. Riguarda una donna sposata, appartenente a una tribù locale, che aveva perso il marito. In Nigeria esiste la pratica del levirato: la vedova deve sposare il fratello del marito, altrimenti viene perseguitata da costui che è legittimato a picchiarla e violentarla. Inoltre, il rifiuto della donna consente all’uomo di mantenere la proprietà sui suoi beni e la potestà genitoriale sui figli. Questo tipo di regola tribale è in vigore, ma la signora non voleva sottoporsi né al matrimonio con il fratello del marito, né – per scelta religiosa in quanto non era animista ma cristiana – al rito funebre che obbliga la vedova a tagliarsi tutti i capelli, a denudarsi e a restare una notte nella fossa con il morto. La donna si è quindi rivolta ai capi tribù, che si stanno molto evolvendo rispetto al passato, e questi, infatti, riconoscendo il suo rifiuto di sottoporsi a simili costrizioni, le hanno imposto di andarsene, perdendo di conseguenza la potestà sui figli, tutti i beni e le proprietà. Il giudice di merito ha ritenuto che questa fosse una vicenda privata e che tutto sommato alla signora fosse stata data la possibilità di scegliere: c’è stata volontarietà in quanto, davanti alla possibilità di scelta fra essere ammazzata o accettare un matrimonio forzato e andarsene, ha scelto di andarsene… 

La Corte di Cassazione cosa ha detto? Se non ci si adegua e si viene ammazzati o costretti ad andarsene, rinunciando ai propri figli e alle proprietà, si tratta di un vero e proprio atto persecutorio e ha fatto riferimento a un paradigma normativo molto chiaro, cioè la lettera G dell’articolo 7 della legge attuativa della direttiva che recita: «costituiscono atti di persecuzione quelli rivolti contro un genere, contro l’infanzia». Accanto a questo ha fatto riferimento alla Convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato.
In definitiva, il racconto era credibile, c’erano le fonti che affermavano che queste sono regole cogenti per le tribù, che i capi tribù decidono come si regolano i rapporti civili e ciò diventa legge ed è incontestabile. Le autorità statuali non solo tollerano, ma ritengono persino che sia corretto procedere in tal senso, in quanto loro si devono occupare soltanto della parte penale e della sicurezza, non dei rapporti civili. Quindi non c’è assolutamente una protezione da parte dell’autorità statuale, si tratta di una situazione di piena persecuzione di genere. In questo caso è stato riconosciuto il rifugio politico. La sentenza ha poi aperto un po’ la strada al riconoscimento in molti altri casi simili. 

La pratica femminista del processo in Italia: mutamenti del diritto attraverso l’esperienza delle donne che accedono alla giustizia penale 
Ilaria Boiano – avvocata specializzata nella difesa dei diritti delle donne nel processo penale e nell’assistenza alle migranti e richiedenti asilo – sottolinea come in Italia è necessario partire dal dialogo/scontro/conflitto che il femminismo ha sempre avuto con il diritto, senza però rinnegarne l’utilità e la potenzialità. Si tratta di un rapporto difficile che spesso lascia le donne in una situazione di frustrazione e di impotenza e che può essere sintetizzato in tre nodi.

Maria Acierno

Primo nodo: il fatto che quanto attiene alla vita delle donne è sempre stato considerato qualcosa di privato, di non rilevante nella dimensione del discorso pubblico, nella dimensione del diritto, compreso quello internazionale. Ci sono volute le donne che sin dagli anni Settanta in tutti i Paesi, in tutti gli ordinamenti, hanno rivendicato la natura politica della dimensione personale, una battaglia politica, ma anche teorica, che ha prodotto trasformazioni pure nel contesto del diritto, sia interno sia internazionale. Il cambiamento è il frutto di un lavoro che si è intersecato tra i luoghi di attivismo, quelli di accoglienza e supporto delle richiedenti asilo e quelli istituzionali di valutazione delle domanda di asilo, portando i diversi temi a conoscenza delle autorità incaricate di decidere sulla richieste di protezione internazionale. 
Secondo nodo: la questione del vaglio della credibilità delle donne. L’impegno delle donne è riuscito a segnalare che la credibilità non deriva solo dal regime maschile che stabilisce quanto è logico e accettabile, ma anche da quanto proviene dall’esperienza femminile. 
Terzo nodo: il riconoscimento della natura politica delle narrazioni di tutte le donne che decidono di accedere alla giustizia istituzionale, quella penale, quella civile, e alla protezione internazionale.  
Va segnalato che la protezione umanitaria è stata sicuramente l’istituto giuridico con il quale le autorità italiane più hanno risposto alla domanda di asilo, ma molte migranti si sono organizzate e hanno criticato la logica sottesa all’istituto che considera come presupposto del beneficio solo il fatto di essere donna e, quindi, per natura e secondo una prospettiva essenzialista, vulnerabile, trascurando tutti gli elementi delle singole storie valutabili ai fini del pieno accesso allo status di rifugiata. 
Boiano evidenzia anche il lavoro lento, graduale, quasi sotterraneo e silenzioso che è stato portato avanti all’interno dei centri antiviolenza in Italia dove si è cercato di utilizzare queste pratiche per cambiare il discorso giuridico, per cambiare le leggi, ma soprattutto per produrre sapere: sapere sulla vita delle donne e sul sistema giuridico stesso; si è messo in discussione il rapporto tra avvocata e assistita, tra donna che si affida all’avvocata e tra avvocate stesse ridefinendo il rapporto professionale, spesso costruito in maniera gerarchica; si è dovuto riconoscere che il proprio lavoro non è sufficiente se non è affiancato da una dimensione collettiva, da una presa di parola condivisa, da un percorso di consapevolezza di ciascuna donna sul proprio caso e sulla dimensione politica del singolo caso. 
Boiano sottolinea due ulteriori punti cruciali: 

  1. anche nei tribunali gli stereotipi sono ancora forti: se la donna appare troppo sicura, allora non è possibile che abbia subito determinati abusi; se emergono reazioni alla violenza patita, spesso viene messa in discussione la sua credibilità. La ripetitività dei maltrattamenti è messa in dubbio da momenti di felicità di cui la difesa degli imputati porta prova: le foto dei battesimi, delle feste, dei compleanni, delle vacanze; 
  1. affidarsi soltanto alla giustizia istituzionale non restituisce alla donna il valore sottrattole dalla violenza maschile e soprattutto non consente di avere consapevolezza del continuum tra l’esperienza singola e quella collettiva, di mettere in rete l’esperienza di violenza vissuta nelle relazioni di intimità con una violenza più generalizzata, con la violenza sociale, istituzionale, con quella esercitata ai confini, con la violenza della situazione politica e sociale. 

È necessario imparare, pertanto, non solo a chiedere giustizia per un fatto illecito subìto come singola, ma anche denunciare i limiti della giustizia istituzionale, denunciare la permanenza di stereotipi e pregiudizi, smascherare un elemento fondamentale che accomuna tutte e cioè “la presunzione di non credibilità”. 
In questi anni di battaglie le donne sono finalmente uscite dal silenzio. Ma ci sono dei nuovi problemi: la iperproduzione normativa, il linguaggio istituzionale che si appropria delle parole e delle pratiche del femminismo e dei centri antiviolenza in particolare, le svuota sistematicamente di contenuto, l’iter processuale penale e civile in cui la donna viene trascinata che mina ogni aspetto della sua personalità, la genitorialità che è minacciata ogni qualvolta viene denunciata una situazione di violenza all’interno della dimensione privata e, infine, il riconoscimento pubblico, anche attraverso forme di sostentamento economico, che non sempre garantisce la dimensione di piena libertà e autonomia della risposta femminista, come hanno evidenziato le esperienze nei conflitti internazionali. 
Boiano conclude con una riflessione su un nodo fondamentale nel nostro Paese: non si affronta mai la questione di una vera presa di coscienza e di responsabilizzazione di coloro che agiscono la violenza, a ogni livello, e l’onere della propria protezione, della sicurezza, ricade esclusivamente sulla forza della singola persona di affrontare un percorso giudiziario ancora irto di ostacoli. 

Violenza di genere e giustizia riparativa: l’irriducibile tensione di un faticoso dialogo 
La giustizia riparativa nasce storicamente dal diritto medievale e negli ordinamenti che trovano le proprie radici nel diritto indigeno – Nuova Zelanda, Australia, Canada, ad esempio – che tipicamente conosceva forme di amministrazione della giustizia collettiva e comunitaria.  
Anna Lorenzetti – ricercatrice di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Bergamo – individua delle problematicità di fondo quando si parla di giustizia riparativa rispetto al tema della violenza di genere:  

  1. quando si pensa a modelli di giustizia alternativa a quella attuale, occorre considerare che il sistema su cui questi si innestano è fiaccato sia sul piano teorico sia pratico, rispetto all’effettività delle tutele delle persone – un esempio sono le condizioni carcerarie – che incrociano a vario titolo l’amministrazione della giustizia; 
  1. le giuriste e i giuristi non sempre hanno consapevolezza di come il diritto – in quanto scienza sociale – evolva e viva anch’esso quasi di mode, che inevitabilmente condizionano il dibattito; 
  1. nel 2018, con la riforma del codice penale è stata introdotta una clausola con la quale è stata estinta la punibilità per alcuni fatti, quando l’autore del reato compia azioni di natura riparatoria. Infatti, è sufficiente un atto unilaterale dell’autore del reato che sotto il cappello di “condotte riparatorie” spesso non ripara alcunché, poiché estingue il proprio reato quasi senza la necessità di entrare in relazione con la vittima, spesso soltanto pagando una somma che spetta al giudice (e non alla persona offesa dal reato) valutare come congrua. Si avvia così un percorso che “sottrae” alla giustizia le cause considerate non particolarmente rilevanti, non bisognevoli di attivare la macchina della giustizia.  
Ilaria Boiano

Per questo motivo, per i reati connessi al tema della violenza di genere – soprattutto violenze di natura sessuale e non femminicidi – difficilmente si riesce a raggiungere la consapevolezza delle proprie responsabilità e quella responsabilizzazione che per molti tipi di reato non sono invece necessarie. 
Ad esempio, in un caso di stalking, la vittima che aveva subìto le condotte persecutorie per quasi un anno si è vista bonificare la cifra, pari a 1.500 euro, che aveva rifiutato in quanto inadeguata alla sofferenza da lei patita, ma ritenuta invece congrua dal giudice anche in ragione della condizione sociale dell’autore. La congruità, cioè, è stata stabilita in riferimento alla disponibilità economica del reo, che, essendo socialmente debole, non poteva offrire una cifra più consistente, e non rispetto al danno subito dalla donna.  
La giustizia riparatrice (diversa dalla giustizia riparativa), che conduce all’estinzione del reato in cambio di un pagamento di una somma per “riparare” quanto cagionato, è rimasta intatta per tutti gli altri reati che, anche se di minore gravità, sono espressione di fenomeni di violenza di genere. 
In sintesi, l’ingresso della giustizia riparativa nel contesto italiano manifesta un carattere rapsodico. Non si presta attenzione, se non marginalmente, alle condizioni sociali che hanno condotto al reato, a come le responsabilità individuali possano avere subìto un condizionamento sulla base del contesto sociale. Andrebbe inoltre valorizzata la lettura costituzionale secondo cui la punizione è volta al solo recupero della socialità del reo, aspetto che i reati di violenza di genere richiamano in maniera particolare e peculiare. 

Anna Lorenzetti

Secondo Lorenzetti, se sul piano teorico potrebbe esservi una compatibilità di fondo fra la giustizia riparativa e la violenza di genere, quando si passa all’applicazione pratica, e le norme si applicano nelle aule dei tribunali, in qualche modo si amplificano ancor di più i meccanismi di natura oppressiva certamente sul reo che non ha la volontarietà di entrare in una dimensione dialogica, caratteristica della giustizia riparativa, ma anche sulla vittima doppiamente vittimizzata dalla giustizia tradizionalmente intesa. Bisogna, inoltre, tenere conto dei posizionamenti che indirettamente generano degli ostacoli nell’accedere alla giustizia. 
Pare di poter riconoscere come, parlando di giustizia riparativa e violenza di genere, la questione non sia tanto la sua compatibilità sul piano teorico, che certamente non si stenta a riconoscere, se non altro in nome del principio costituzionale di solidarietà e della finalità della pena, quanto piuttosto quella sul piano pratico che mostra una vistosa debolezza, essendo ancora le istituzioni giuridiche e gli istituti giuridici profondamente radicati in una struttura anche se non sempre sessista che esprime, però, sicuramente forme marcate di patriarcato. 
La sfida per il futuro è quella di creare sempre più spazi in cui esperienze di donne che sono accomunate dalle stesse lotte, seppur in contesti diversi del mondo, possano entrare in contatto tra loro, moltiplicare le occasioni di scambio delle narrazioni e delle conoscenze, ampliare i canali di incontro e tessere i fili che uniscano. 

***

Articolo di Carla Manfrin

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Dopo la laurea a Magistero, ho insegnato 36 anni in tutti gli ordini di scuola dove ho organizzato corsi di aggiornamento e laboratori per insegnanti su identità e differenza. A Padova, nel 1976, insieme alle compagne del Centro Femminista, ho scritto il libro di divulgazione femminista L’erba sotto l’asfalto; nel 2008 sono stata tra le organizzatrici di 1968 – 2008: Memoria e Desiderio delle Donne. Insieme a Flavia e Sandra Busatta nel 2012 ho costituito www.femminismo-ruggente.it

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