Una stanza per Rosa

Il progetto Camera d’Autrice approda a Licata. 
Le socie del gruppo locale di Toponomastica femminile, insieme alle direttrici artistiche Fulvia Toscano e Marinella Fiume del Festival La Sicilia delle donne, hanno richiesto e ottenuto l’intitolazione della Sala Convegni dell’hotel Villa Giuliana di Licata a Rosa Balistreri.

E così dopo Alda Merini a Camaiore, Anna Kuliscioff a Imola, Emma Ciardi a Refrontolo in provincia di Treviso e Renata Fonte a Santa Maria di Leuca, anche la Sicilia ricorda una sua grande figlia. 

La vita di Rosa sembra la trama ideale per scrivere un romanzo. Sin da quando vide la luce, il 21 Marzo 1927 a Licata, è stata imbrigliata in un susseguirsi di eventi, gioie e dolori che si stenta a credere possano essere accaduti a un’unica persona. E scavando in fondo alla vita della cantautrice, ci si rende conto perché il suo canto, la sua possente voce non hanno eguali: nascono dal suo vissuto tormentato, dalla sua sofferenza e dalla sua insofferenza, dalla sua grande dignità. 
Il canto di Rosa, in due particolari tematiche da lei affrontate, mafia e violenza sulle donne, ha un’attualità che ci colpisce. Rosa canta contro la mafia che dal 1950 in poi imperversava in Sicilia. I versi non sempre sono suoi ma sua è la voce di denuncia chiara e netta: «La mafia disonora questa terra povera e onesta, che vuole solo pane e lavoro, libertà e giustizia».

Con il progetto Camera d’Autrice le abbiamo restituito un po’ di visibilità. Una sala “tutta per lei” dove, in un angolo, hanno trovato posto un bellissimo dipinto di Tullia Ciancio, dei libri che parlano di lei, una chitarra e tre stampe. La scelta dell’intitolazione della Sala Convegni, come ci ha spiegato il direttore del relais Villa Giuliana, Mario Rizzo, non è casuale. Da quella postazione lo sguardo abbraccia, dall’alto, tutta la città di Licata. Una città che dovrebbe valorizzarla degnamente, una città che dovrebbe restituirle ciò che in passato non le ha potuto dare. Si, perché Rosa è una grande figlia di Licata. È stata la voce che ha cantato la povertà, l’emarginazione, la miseria, la voce dei braccianti senza terra, delle donne vittime di violenza. Era la voce del popolo che reclamava il diritto a una vita migliore e a un lavoro dignitoso. Voce delle/dei diseredati che inquietava le coscienze. Voce “scomoda” per chi preferiva chiudere gli occhi di fronte alla violenza e alla miseria del mondo. 

E in quell’angolo creato proprio per lei pare di vederla mentre canta: «…quando morirò cantate i miei canti, non li scordate, cantateli per gli altri. Quando morirò pensatemi ogni tanto, perché per questa terra in croce sarò morta senza voce». 

***

Articolo di Ester Rizzo

Laureata in Giurisprudenza e specializzata presso l’Ist. Sup. di Giornalismo di Palermo, è docente al CUSCA (Centro Universitario Socio Culturale Adulti) nel corso di Letteratura al femminile. Collabora con varie testate on line, tra cui Malgradotutto e Dol’s. Ha curato il volume Le Mille: i primati delle donne ed è autrice di Camicette bianche. Oltre l’otto marzo, Le Ricamatrici, Donne disobbedienti Il labirinto delle perdute.

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