L’ottobre di Limes. Taiwan l’anti-Cina 

Chi segue soltanto i nostri media generalisti difficilmente avrà sentito parlare di Taiwan in quest’ultimo periodo. Come sappiamo la nostra stampa e le nostre tv sono provinciali ed autoreferenziali e per allargare lo sguardo sul mondo dobbiamo leggere riviste specializzate o seguire programmi come, tra gli altri, Esteri di Radiopopolare o la bellissima rubrica di rai3 Radiotremondo o gli approfondimenti di Ispi. Salutiamo quindi con gioia il numero monografico di Limes sull’isola Bella, o Formosa, come la chiamavano i portoghesi, perché fornirà l’opportunità, a chi voglia essere davvero un cittadino o una cittadina del mondo, di conoscerne la storia e di scoprire perché quest’isola di soli 24 milioni di abitanti è diventata centrale nello scontro tra le due superpotenze di Cina e Stati Uniti.  

 

Taiwan, pur essendo molto vicina alla Cina, si considera indipendente ed erede della Repubblica di Cina, fondata nel 1912 da Sun Yat Sen e dal 1949 divenuta l’ultima roccaforte dei nazionalisti di Chiang Kai-shek dopo che questi furono sconfitti dai comunisti di Mao nella guerra civile. La Cina vuole prendersi quest’isola e gli arcipelaghi intorno entro il 2049, gli Usa vogliono impedirlo, se serve anche con la forza. Come scrive Dario Fabbri, Taiwan è una portaerei naturale «a soli 140 chilometri dalla costa della Repubblica Popolare, consente a chi la possiede di dominare i mari cinesi, di accedere all’Oceano Pacifico. Protettorato statunitense, funge da coltello puntato contro l’impero del Centro.» Nel suo articolo che apre questo numero il consulente scientifico della rivista di geopolitica ci racconta con dovizia di particolari la storia interessante di quest’isola, in cui solo il 2% oggi si considera cinese, nonostante una forte predominanza dell’etnia han e la cui popolazione oggi è schierata in maggioranza contro la Cina. Gli Stati Uniti sono fermamente intenzionati a sbarrare alla Superpotenza asiatica l’accesso all’Indopacifico, servendosi di Taiwan e delle alleanze Quad e Aukus. Il Giappone in questa situazione si ricandida come potenza marittima e attorno a sé la Cina non può contare su grandi alleati, non certo le Filippine e nemmeno il Vietnam. Possedere o meno Taiwan ha quindi un effetto concreto sulla competizione tra Usa e Cina. L’isola non ha risorse eccezionali, pochissime Cancellerie l’hanno riconosciuta, non ha al suo interno una popolazione vastissima di fronte a quella cinese di un miliardo e 400 mila persone. Quello che veramente rileva è la sua collocazione geografica perché prospiciente alla costa ma ricompresa all’interno della prima barriera di isole in assetto difensivo e ostativo per i cinesi, barriera che rappresenta l’elemento naturale nel contenimento marittimo degli Usa contro la Cina, seconda superpotenza mondiale che rischia di perdere questa posizione se non riesce a prendere nemmeno Taiwan. Anche se ormai la Cina è la potenza numero due in termini militari con una Marina da guerra notevole, senza l’isola bella rischia di rimanere confinata nella prima catena di isole. 

   

La rivista di ottobre contiene una serie di articoli scritti da autori taiwanesi, seguita da interventi di autori cinesi e da una parte finale che riflette sulla posizione di diverse potenze di fronte alla Contesa Cina Usa. Come sempre leggere punti di vista diversi arricchisce la nostra comprensione degli avvenimenti. Tra i tanti approfondimenti ho scelto quello del professore emerito alla National Chengchi University di Taiwan, Arthur S. Ding, Come Pechino ha prodotto l’antiCina, che evidenzia come lo strapotere economico e commerciale della Cina e il suo mostrare i muscoli abbiano soltanto rafforzato il nazionalismo taiwanese, favorendone il processo identitario e l’avvicinamento agli Usa. Il docente ricorda gli arresti ordinati da Xi Jinping del 9 luglio 2015, in cui furono privati della libertà personale simultaneamente «cento tra avvocati, difensori dei diritti umani e attivisti, nonché i relativi familiari e amici. Alla fine furono condannati in duecento, molti per sovversione e sedizione.» Ma già da tempo vigevano restrizioni alla libertà di stampa. Al corpo docente universitario erano impedite lezioni sui valori universali, libertà di stampa, società civile, diritti civili, indipendenza della magistratura, colpe storiche del Pcc oltre che «aristocrazia» capitalistica, con possibilità di richiedere agli studenti di fare rapporto su eventuali violazioni da parte dei e delle docenti, con sanzioni che arrivarono fino al licenziamento. 
Dal 2015 l’Esercito popolare di liberazione (Epl) ha pattugliato le acque intorno e oltre Taiwan. Il numero di voli militari cinesi intorno all’isola nei primi sette mesi del 2021 è arrivato a 360, con l’impiego di diversi modelli di caccia, aerei da avvistamento, apparecchi per il disturbo delle telecomunicazioni, aerei antisottomarino e bombardieri. Inoltre navi da guerra cinesi, portaerei incluse, incrociano nelle acque vicine. 

Tutto questo sfoggio di potenza ha esacerbato gli animi taiwanesi e rafforzato la loro identità. Oggi «si percepisce taiwanese il 63,3% dei residenti contro un mero 2,7% che si considera cinese e un 31,4% che assomma entrambe le identità». 
La Tsmc di Taiwan (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), con una capitalizzazione di 500 miliardi di dollari, esperta nella produzione dei semiconduttori contenuti nei microchip che sono alla base di tutto ciò che tecnologicamente usiamo nella nostra vita quotidiana, approvvigiona il pianeta, tra cui molte società statunitensi, anche nel campo della difesa, con il 60% dei circuiti integrati più avanzati. 
Tuttavia alla maggior parte dei taiwanesi, contrari all’unificazione con la Cina continentale, piace lo status quo e difficilmente affronterebbero uno scontro militare. Restare aggrappati agli Usa per Taiwan è una necessità. 

 

Chi sono oggi i taiwanesi? Se ne occupa Giorgio Cuscito nel suo articolo La lunga marcia di Taiwan verso il distacco dalla Cina. Benché Formosa si chiami ancora Repubblica di Cina in questi anni sta cercando di forgiare la propria identità, sganciata da tutto quello che condivide con la Repubblica popolare. Cerca di proiettare la propria influenza all’estero e punta all’introduzione dell’inglese nel curriculum scolastico, avendo come obiettivo due lingue ufficiali entro il 2030: il mandarino e l’inglese. Benché l’etnia dominante sia la han, i manuali taiwanesi annoverano la colonizzazione cinese come una delle tante, non la sola, accanto a quelle portoghese, olandese e spagnola e ricordano con piacere il periodo del dominio nipponico, nonostante la sua rigidità. Il Giappone è visto ancora da molti abitanti dell’isola come un riferimento culturale oltre che un Paese affidabile in funzione anticinese. Il taiwanese è quindi un cinese riluttante, che ricerca nelle origini aborigene la distinzione dalla Cina e si prepara a diventare cittadino di una nazione globale «faro della democrazia nell’Indo-Pacifico antitetico alla Cina comunista.» Dal canto suo Xi Jinping accarezza il sogno di annettere Taiwan per completare il «risorgimento» della nazione cinese entro il 2049, anno del centenario della fondazione della Rpc. Una volta annessa, Formosa fungerebbe da scudo a protezione parziale della costa della Cina e le consentirebbe il libero ingresso nell’Oceano Pacifico, che oggi avviene sotto il controllo delle basi militari Usa in Corea del Sud, Giappone e Filippine. La Presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen ha scelto di trasformare l’isola in un «porcospino» dotato di un numero così elevato di aculei da scoraggiare un’invasione, aumentando il budget della Difesa e acquistando armi statunitensi. La figura di questa Presidente sarebbe interessante da approfondire, peccato che nessun articolo lo faccia e che alternativamente la si chiami, a seconda di chi scrive o traduce, Presidente donna o la Presidente. You Ji, Professore di Relazioni internazionali e capo del dipartimento di Governo e Pubblica amministrazione dell’Università di Macao, ci ricorda che la progressista Tsai ha voluto dare simbolica dimostrazione di una mutata politica nei confronti della Cina rispetto a chi l’aveva preceduta nell’agosto 2017, quando, in occasione della prima simulazione politico-militare da lei presieduta, vi ha preso parte in uniforme da combattimento, dando un segnale inequivocabile della determinazione con la quale la sua amministrazione intende reagire a eventuali crisi. Ma uno scontro, secondo Cuscito, non servirebbe a nessuno. Meglio optare per una soluzione in cui ci sia il consenso dei taiwanesi, al momento molto lontana. 
Secondo Lu Li-shih, che è stato istruttore all’Accademia navale di Taiwan e ufficiale della Marina della Repubblica Popolare Cinese oltre che studioso del potenziamento militare cinese e di difesa missilistica, oggi non è sbagliato definire lo Stretto di Taiwan come i Balcani dell’Asia orientale. Tuttavia uno sbarco anfibio sull’isola sarebbe difficilissimo, nonostante la Cina si sia preparata da tempo a diventare potenza marittima. 

È la generazione più giovane quella su cui puntare, la più multiculturale e liberale per la costruzione di un’identità taiwanese staccata dalla Cina, soprattutto dopo la rielezione di Tsai Ing-wen, secondo Ivy Kwek e Alan Hao Yang, due professori universitari taiwanesi. Taiwan è indipendente di fatto ma non de iure. Trasferita nel 1949 sull’isola di Taiwan dopo il rovescio nella Cina continentale, la Repubblica di Cina fu espulsa nel 1971 dalle Nazioni Unite e da allora è isolata dal punto di vista internazionale a causa della Repubblica Popolare Cinese.  Esclusa dalle maggiori organizzazioni intergovernative, soprattutto dalle agenzie Onu, solo 15 paesi dei 23 iniziali mantengono formali relazioni diplomatiche con l’isola, che è esclusa dall’Oms nonostante la sua ottima performance in tempi di Covid, quando fu in grado di fornire dispositivi e aiutare altri Paesi, tra cui l’Italia, a cui donò, a inizio pandemia, 500mila mascherine, 20 ventilatori polmonari e 62 imballaggi di materiale medico per aiutare gli operatori sanitari a combattere il virus. Nell’interessante intervista con il Ministro degli Esteri taiwanese di Caracciolo e Cuscito, che hanno curato questo numero di Limes, si scoprirà che l’Italia è il terzo partner commerciale in Europa di Taiwan, dopo Germania e Paesi Bassi e che Taiwan non è stata un solo giorno sotto il dominio della Cina. La sua popolazione è composta da autoctoni, coloni provenienti dal Guangdong e dal Fujian, persone trasferitesi sull’isola durante la guerra civile cinese e nuovi immigrati. Tale configurazione sociale ha consentito lo sviluppo di una cultura variegata e inclusiva, ispirata a democrazia e diritti umani e incompatibile col sistema autoritario cinese, di cui i tianran du («indipendentisti per natura») sono gli esponenti più noti, quasi tutti molto giovani. Ad essi è dedicato un approfondimento interessante a cura del Vicedirettore del Center of Taiwan Studies e Senior Teaching Fellow alla Soas dell’Università di Londra By-iu Chang. 
Da leggere anche Due piedi due staffe: il fascino del Modello Singapore, in cui Annette Hsiu-lien Lu, già Vicepresidente di Taiwan, ipotizza una soluzione originale dei rapporti dell’isola con la Cina. I microchip come polizza per la vita è invece una spiegazione accurata di quanto sia transnazionale e fortemente modulare l’industria mondiale dei circuiti integrati e di come anche su questo fronte Taiwan sia cruciale. 

Tutt’altro punto di vista quelli cinesi: DENG Yuwen, studioso di relazioni internazionali, commentatore politico e ricercatore presso il China Strategic Analysis Center Inc., ipotizza la conquista di Taiwan da arte di Pechino entro il 2035 e Ju Hailong, definisce lunatica e accusa la Premier Tsai di azioni ai limiti della legalità. In entrambi questi contributi si coglie la volontà da parte della Cina e del Partito Comunista di Xi di riprendersi, in questa fase chiamata “risorgimento”, alcuni territori che considerano loro, in primis Taiwan, per dimostrare la continuità tra era imperiale ed era comunista. Riprendersi Taiwan significa per la Cina controllare il Mar cinese orientale e meridionale e influenzare i flussi marittimi mondiali, affacciandosi al Pacifico. 
Assolutamente eccentrica rispetto al focus di questo numero è la posizione di Francesco Sisci nel suo articolo, Coree e India, più di Taiwan sono i possibili inneschi di una guerra tra Usa e Cina, da leggere. 

 

Gli ultimi articoli della rivista sono dedicati all’accordo Aukus e ai posizionamenti di Australia, Gran Bretagna, India, Giappone e Filippine nella contesa Cina e Stati Uniti per Taiwan, tutti ovviamente schierati con la potenza egemone mondiale.  Un accenno al Vaticano e al suo ruolo da equilibrista nella contesa del secolo non mancherà di stupire. 
Per capire la politica cinese verso Taiwan, l’isola governata da una donna, in cui il Kuomintang ha perso consensi e qualcuno ultimamente pensa addirittura di eliminare la statua del Padre della Patria Chiang Kai Shek, mi sono state molto utili anche le lezioni di Federico Rampini tratte dal suo ultimo libro Fermare Pechino, che consiglio per la chiarezza unita alla profondità che da sempre contraddistinguono questo giornalista globetrotter, forzatamente e incomprensibilmente pensionato da Repubblica.

Per l’interessante spiegazione della copertina di Laura Canali questo è il link: https://www.youtube.com/watch?v=XkdU_WuOk6Y 

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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