Quel “lungo petalo di mare” 

«Lungo petalo di mare e vino e neve… con un nastro di schiuma bianca e nera», con queste parole il poeta cileno Pablo Neruda descrive la sua terra, fra montagne e oceano, fra deserto a nord e ghiacci a sud. Ed è proprio questo Paese alla fine del mondo a fare da sfondo a buona parte delle vicende del romanzo di Isabel Allende, la famosa scrittrice nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma residente in Cile fino al golpe del 1973. In seguito ha vissuto in Venezuela e oggi risiede negli Usa, continuando la sua attività di autrice pluripremiata, affermata in tutto il mondo fino dal lontano 1982 quando uscì il suo primo romanzo: La casa degli spiriti. 

Ancora una volta Allende sa catturare abilmente lettori e lettrici grazie a una trama avvincente, dipanata come una tela da cui non ci si può staccare, con la sua scrittura scorrevole, piana, che alterna descrizioni, narrazioni e dialoghi sempre credibili. A mio parere poi un grande merito va alla fusione di eventi appartenenti alla Storia europea e sudamericana, con le piccole umane storie di vari personaggi, via via legati da occasionali accadimenti, sempre più ineluttabili. Il volume è arricchito da fotografie, all’inizio e alla fine, che danno il quadro esatto della situazione, partendo dalla Guerra civile spagnola e dalla nave “Winnipeg” per arrivare al colpo di Stato dell’11 settembre 1973 e al referendum (1980) che pose le basi per la fine dell’odioso regime. Trattandosi di una serie di complesse vicende che si susseguono in un lungo arco temporale, dal 1938 al 1994, il romanzo si divide in tre parti principali scandite dagli anni, ogni volta anticipati da versi di Neruda. La scrittrice spiega nei ringraziamenti conclusivi di essersi ispirata e documentata su fatti realmente accaduti, con verità storica, mentre i protagonisti sono sì inventati, ma, come avviene in molte opere di “fantasia” a cominciare dai Promessi sposi, sono modellati su persone davvero esistite: «Questo libro si è scritto da solo, come se me lo stessero dettando». 

Nella prima parte facciamo conoscenza con Victor e Guillem Dalmau, figli di un professore di musica e di Carme, una donna con la vocazione all’insegnamento, portato avanti per tutta la vita. Ci troviamo a Barcellona dove la situazione politica sta diventando difficile e incerta, a metà degli anni Trenta, fino allo scoppio della Guerra civile. In questa famiglia si introduce casualmente una ragazzina, che da piccola era avvezza a pascolare le capre, abbandonata a sé stessa, ma brillante, intelligente, pronta a imparare; si tratta di Roser, che in breve diventa una abile pianista e finisce con innamorarsi del figlio del suo maestro, Guillem. Ma la violenza degli eventi porta la Spagna alla spaccatura e al conflitto, in cui il giovane miliziano muore nei primi combattimenti, mentre Victor presta la sua opera in campo medico, con una dedizione totale, in ogni fase della sua tribolata esistenza. Di lui «dicevano che si nutriva di sabbia», pur essendo magro e debilitato spesso donava ad altri la sua misera porzione di baccalà. Dopo la Retirada, le sorti della repubblica sono segnate; a molte persone, pur non direttamente coinvolte in politica, non resta che la fuga. Pagine straordinariamente drammatiche raccontano l’esodo di massa e il percorso sui monti, per raggiungere la Francia, mentre Roser è incinta, eppure, tenace, va avanti con coraggio. In questa odissea troviamo di tutto: fatica, pericoli, agguati, fame, sete, violenza, freddo, ma anche sprazzi di amicizia e generosità. La Francia non vuole gli esuli (è proprio vero che la Storia si ripete e non insegna come dovrebbe…) e parecchi vengono imprigionati in veri e propri campi di concentramento, come quello di Argelès-sur-Mer. Roser troverà poi rifugio da una famiglia di quaccheri dediti al bene e all’accoglienza. Nel 1939, con uno stacco di tempo e di luogo, facciamo conoscenza con la famiglia del Solar, ricca, altolocata, in viaggio di piacere dal Cile all’Europa; di loro si riparlerà più volte nel corso del romanzo perché alcuni membri (Felipe e Ofelia, soprattutto) avranno legami di varia natura con Victor e Roser. 

Nella seconda parte ha un ruolo rilevante il poeta Pablo Neruda, «un uomo ancora giovane, dallo sguardo inquisitorio», che, su incarico del suo governo, da Parigi sta organizzando una nave per trasportare in Cile il più alto numero di persone perseguitate e in fuga dalla Spagna; la «nave della speranza» si chiama “Winnipeg” ed è un vecchio cargo, riadattato per l’occasione con cuccette, cucina, mensa e infermeria; le pratiche per l’espatrio sono assai semplici: niente visto, niente biglietto, solo il parere di Neruda e l’idea che il singolo individuo, o meglio ancora la famiglia, abbia un mestiere utile nella nuova patria. Victor potrà fare il medico, anche se non ancora laureato, Roser insegnerà musica e dirigerà un’orchestra; occorre però che si sposino, e così, in fretta e furia, la misera cerimonia, solo per opportunità, viene celebrata. Ora, insieme al piccolo Marcel, sono davvero una famiglia. Vedremo poi come, negli anni, il legame si farà sempre più solido fino a diventare un profondo amore. Oltre duemila passeggere/i, di cui 350 fra bambine e bambini, furono salutati sul molo di Bordeaux il 4 agosto 1939 da Neruda in persona, accompagnato dalla moglie, e da un gruppo di generosi contribuenti disposti a pagare le quote per i biglietti. Un episodio davvero poco noto della grande Storia e un giorno indimenticabile di cui il poeta cileno fu sempre molto orgoglioso, tanto da affermare: «Che la critica cancelli tutta la mia poesia, se le pare, ma questo poema, che oggi affido alla memoria, non potrà cancellarlo nessuno». Avvincenti sono le pagine in cui Allende immagina il lungo viaggio, fra discorsi, timori, speranze, attività inventate per passare il tempo e divertirsi. Finalmente il primo approdo. «Vedevano la costa dal mare e in lontananza una catena di montagne violacee come pennellate ad acquerello che si stagliavano contro un cielo limpido color lavanda». Ma come verrà accolto «quel branco di rossi, atei e probabilmente criminali, che venivano a rubare il lavoro ai cileni»? Anche qui viene facile affermare che la Storia si ripete, tuttavia la popolazione locale, dopo una iniziale diffidenza, si rivelò aperta, ospitale, tanto che nel porto di Valparaíso bandiere, striscioni, inni, canti fecero festa alla “Winnipeg” con il suo carico di umanità. In quella «stravagante città fatta di scale e ascensori e strette mulattiere» viveva all’epoca un medico di cui nel romanzo si riparlerà più volte, seguendone la carriera politica fino al sacrificio finale: Salvador Allende, cugino del padre della scrittrice. Altro tassello che aiuta a inserire le vicende di Victor, Roser e in seguito della ritrovata Carme, nel contesto storico-geografico. Proprio come è successo alla stessa Allende, la famigliola si introduce nella comunità, lavora, trova davvero una nuova patria, anche se il ricordo della lontana e perduta Spagna è doloroso, accompagnato com’è ai drammatici eventi della Seconda guerra mondiale che sconvolge il mondo intero. Trascorrono anni di relativa serenità, mentre una nuova tragedia si profila all’orizzonte: arriva, dopo il breve periodo di governo della sinistra, sotto la guida del presidente Salvador Allende, il temuto colpo di Stato: «l’operazione per silenziare il paese, organizzata dall’ambasciata degli Stati Uniti, fu precisa ed efficace. La censura fu subito operativa». 

Siamo nella terza parte del romanzo e ai protagonisti, specie a Victor, sembra di rivivere quanto accaduto tanto tempo prima in Spagna e poi in Francia: la repressione, le violenze, le persecuzioni, la prigionia in un nuovo campo di concentramento, in cui «non morì di fatica, come sperava». La tenace Roser (fatta di un misterioso «materiale indistruttibile») e Victor, una volta libero, decidono che quel Cile sotto dittatura non è più il luogo accogliente che amavano e si trasferiscono nel vicino Venezuela (come fece la scrittrice nel medesimo periodo e per i medesimi motivi): Paese ricco, democratico, ospitale. Ormai capiscono anche che la Spagna, che hanno sempre nel cuore, non è più la terra dei ricordi e dell’infanzia, il loro destino è nell’America Latina. «Eppure/ − scrive Neruda − le radici del mio sogno sono qui/questa è la dura luce che amiamo…». Naturalmente la vicenda, come abbiamo detto complessa e ricca di eventi, di storie minori, di incontri, ha ulteriori sviluppi e presenta nuovi cambiamenti, momenti tristi e lieti, tradimenti, amori e lutti, fino a concludersi nel 1994 con uno spiraglio di fiducia nel futuro. 

Chi apprezza la scrittura fluviale, ma scorrevole e avvincente di Isabel Allende, chi ha letto con avidità le sue tante opere di “affabulatrice” capace di legare alle pagine fino alla fine, quasi senza sosta, chi non dimentica le sue formidabili figure femminili, da Paula a Eva Luna a Inés, potrà amare questo romanzo e i suoi umanissimi protagonisti (eroine ed eroi loro malgrado), scoprendo anche dettagli ignorati o poco conosciuti della Storia del XX secolo. E non è poco davvero. 

Isabel Allende 
Lungo petalo di mare 
Feltrinelli, Milano, 2019
pp. 352

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

 

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