La donna nel Medioevo. Le grandi della storia e della guerra 

Donne come guerriere che aiutano a difendere la città dagli attacchi

Grandi personalità femminili, sia nel campo politico-militare sia nella sfera della ricerca e della cultura, illuminano il percorso dei lunghi secoli del Medioevo. Sembra un paradosso, eppure in un’epoca che può quasi definirsi misogina, qual è il Medioevo, le donne guerriere compaiono un po’ dappertutto. 
Nella necropoli di Birka, in Svezia, insieme a un ricco corredo di armi, sono state rinvenute ossa appartenenti a una donna che sarebbe vissuta oltre mille anni fa. Un testo irlandese risalente all’inizio del X secolo descrive una certa Inghen Ruaidh (“ragazza rossa”), una guerriera che avrebbe condotto una flotta vichinga in Irlanda. Molte saghe vichinghe, menzionano le feroci shield maidens, le cosiddette Skjaldmær, letteralmente “giovani donne scudo”, che combattono al fianco dei guerrieri.  
Nel X secolo Aethelflæd, italianizzata in Ethelfleda, nata verso l’870 d.C., sovrana cristiana di Mercia, uno dei sette regni anglosassoni in quella che è oggi l’Inghilterra, a soli quindici anni mette in fuga una banda di nemici che attacca il suo corteo, sconfigge gli invasori danesi in battaglia, poi vince anche i Gallesi, fa costruire dieci città fortificate, e si rivela “un formidabile capo militare”. Nel 918 si ammala e muore proprio nel mezzo di una campagna contro i vichinghi pagani. Alla sua morte, la figlia Ælfwynn prende il potere ma non ha l’eroismo della madre nel sangue e lo zio Edoardo l’anno dopo la depone senza scrupoli, mettendo fine al regno delle “Signore di Mercia”. 
Olga di Kiev, vissuta una novantina d’anni tra l’879 e il 969, prima della conversione al Cristianesimo che le fa guadagnare l’aureola della santità, si rivela una sovrana particolarmente spietata. Fa seppellire vivi venti uomini della tribù slava dei Dravljani che vogliono persuaderla a sposare il loro principe, poi brucia vive le persone più sagge dei Drevljani venuti da lei come ospiti, infine comanda ai suoi soldati di sterminare tutti gli altri potenti della tribù e fa incendiare le città drevljane una per una finché nessuna rimane in piedi. 
In Spagna, Elvira Ramírez, reggente del regno di León dal 966 al 975, assieme al nipote, guida l’esercito nell’assedio della moresca Gormaz contro il califfo di Cordova, ma è sconfitta. 

Arrivo dei vichinghi a Vinland, immagine della scuola americana di Mara Louise Pratt-Chadwick, 1900

Verso l’anno 1000 la vichinga Freydís Eiríksdóttir, figlia del condottiero e navigatore normanno Erik il Rosso, insieme al marito parte per una spedizione diretta verso il Vinland, probabilmente l’odierna Terranova, guidata da Þorfinnr Karlsefni. Partecipa a una battaglia tra i suoi uomini e i nativi, che li costringono alla ritirata. Ma lei, entrando per ultima nel bosco, attira su di sé gli indiani, recupera la sua spada e inizia a combattere. Quando poi si denuda i seni e si batte il petto con la spada, mette in fuga gli indigeni terrorizzati. L’anno dopo, Freydis parte con due navi per una seconda spedizione in Vinland. Una delle navi affonda durante il viaggio e metà dei viveri va perduta. Trovandosi davanti tante bocche da sfamare, ordina ai marinai presenti sulla prima nave di uccidere tutti coloro che si trovano sulla seconda imbarcazione. Poiché i marinai si rifiutano di uccidere le donne, ci pensa Freydis a eliminarle a colpi di scure. Arrivati a destinazione sull’isola di Terranova, sono accolti con ostilità dagli indigeni e si vedono costretti a salpare verso terre più ospitali. Qualche tempo dopo, Freydis convince due fratelli islandesi, Finnbogi e Helgi, a compiere una spedizione insieme con suo marito. Ci si accorda che ciascuno porti con sé trenta uomini e una nave. Ma Freydis si fa assegnare la nave più grande e cinque marinai in più. Arrivati a destinazione, a causa di un malinteso, ordina al marito e ai suoi uomini di uccidere i fratelli e tutto il loro equipaggio. Poiché ancora una volta i marinai si rifiutano di uccidere le donne, Freydis fa tutto da sola e non ne risparmia nemmeno una. In seguito, a chi le chiede che fine abbiano fatto i due fratelli, Freydis, nascondendo la strage di cui si è macchiata, racconta che i due, insieme al loro equipaggio, sono così rimasti affascinati da quei luoghi remoti che hanno deciso di restarvi per tutta la vita. 
La presenza di donne sui campi di battaglia è abbondantemente documentata, specie nelle cronache delle crociate. Alla spedizione popolare condotta da Pietro l’Eremita, partecipano in massa, come narra il cronista: «donne pudiche e impudiche decise a far le pellegrine in armi e in vesti maschili». C’è chi, come Florine di Borgogna, partecipa alla prima crociata con il marito e cade in combattimento al suo fianco, mentre il suo esercito è attaccato e distrutto in Anatolia. Soprattutto alla prima e alla seconda crociata prende parte una tale massa di donne che il papa, nel 1189, si vede costretto a emettere una bolla che proibisce loro di partire, ma l’ordine viene in parte ignorato e le donne continuano a guerreggiare non solo per difendere città assediate ma come assedianti esse stesse. «Tra i Franchi vi erano delle cavaliere, con corazze ed elmi, vestite in abito virile, che uscivano a battaglia nel fitto della mischia… Il giorno della battaglia spuntò di loro più di una donna, che si modellava sui cavalieri e aveva virile durezza nonostante la debolezza (del suo sesso) di null’altro rivestite che di cotte di maglia, non furon riconosciute… molte di queste donne soccombettero negli scontri, altre catturate e vendute come schiave». (Imàd ad-din, cronista arabo). E Ibn al-athir, altro cronista musulmano, aggiunge: «I Franchi si raccolsero in gran numero: c’era con loro ad Acri un certo numero di donne, che sfidavano a singolar tenzone i cavalieri nemici… Tra i prigionieri ci furono tre donne franche, che combattevano a cavallo, e catturate e tolta loro l’armatura furono riconosciute per donne». 

Gli esempi di donne coraggiose si moltiplicano da un secolo all’altro e da una parte all’altra d’Europa. In un’epoca, il XII secolo, in cui le donne sono ridotte al silenzio e all’obbedienza, Eleonora d’Aquitania (1122-1204), una delle donne più ricche e potenti d’Europa, patrona di letterati famosi, succedendo al padre all’età di 15 anni, diventa in tal maniera la sposa più ambita e desiderabile dell’intero continente, regina di Francia e poi anche d’Inghilterra. Colta e bellissima, ambiziosa e spregiudicata, Eleonora si ribella a ogni costrizione: partecipa alla seconda Crociata, accompagna il marito Luigi VII re di Francia e gli è vicina per tutti gli undici mesi. È lei a convincere il suo esercito a combattere dopo che il morale è precipitato sottoterra: «Se voi uomini non avete il coraggio di andare, lo faranno le donne». Detto fatto, lei e le sue dame si avviano alla battaglia a torso nudo. Si fermano molto prima di cominciare il combattimento, ma il loro gesto risolleva il morale delle truppe. Divorzia quindi dal primo marito Luigi VII, e, nello sconcerto generale, sposa Enrico II d’Inghilterra, di undici anni più giovane; diventa la bella Alienor cantata dai trovatori, la musa dei cantastorie nella sua “Corte d’amore” a Poitiers, dove si cantano la passione e la sensualità, tratta come pedine di un gioco politico i due figli più amati, Riccardo Cuor di Leone e Giovanni. Il mondo la odia e la teme, ma nessuno la ferma: sulla sua strada, Eleonora lascia vittime innocenti e cuori infranti, in un turbine che finirà per travolgere lei stessa. Una donna straordinaria per la sua modernità, tra rivalità, odi e pregiudizi, proprio come una donna di oggi. 
Notevole è il potere politico di donne che fanno la storia come Costanza d’Altavilla (1154-1198), imperatrice di Germania e regina di Sicilia, erede dei Normanni e sposa di un re tedesco, e Giovanna I (1273-1305), regina di Francia e di Navarra. 

La regina Urraca di Castiglia in una miniatura medievale

Urraca di Castiglia (1080-1126), regina di Aragona, reggente di León e Castiglia dal 1094, trascorre ben 13 anni della sua vita in battaglia insieme al secondo marito difendendo i diritti di successione del figlio. 
Matilde di Boulogne, nel 1141, solleva un intero esercito allo scopo di continuare la lotta per la corona d’Inghilterra, dopo che il marito Stefano viene catturato. 
Melisenda (1105-61), regina di Gerusalemme dal 1131 al 1153, in qualità di comandante delle proprie truppe, partecipa attivamente alla pianificazione della strategia militare al Concilio di Acri del 1148, e regna con grande abilità e saggezza. 
Nel 1187, Sibilla di Gerusalemme conduce personalmente la difesa della città di Gerusalemme assediata dal Saladino. 
Tra il 1179 e il 1184 la duchessa Elisabetta di Boemia e d’Ungheria, reggente durante l’assenza del marito, difende con successo Praga contro il cognato Soběslav II, e si mostra sul campo di battaglia imbracciando orgogliosamente lo stendardo della propria casata. 
In Francia Bianca di Castiglia, reggente in nome del figlio Luigi IX, organizza e guida l’esercito francese per sottomettere la ribelle Bretagna.
A riportarci per un attimo in Italia è la figlia anonima di un capo arabo, Muhammad ibn Abbad, morto nel 1222 combattendo contro l’imperatore Federico II. Un cantore andaluso del XIV secolo racconta che la ragazza, chiusa nella fortezza di Entella, ultima enclave musulmana indipendente in Sicilia, resiste per un anno all’assedio delle forze cristiane. Con uno stratagemma cattura 300 cavalieri di Federico II, li uccide e ne fa appendere le teste ai contrafforti della rocca dov’è rinchiusa. Quando però sta per essere sopraffatta si toglie la vita per non cadere nelle mani dei nemici. «Io sono come una donna senza figli, ristretta su un colle di terra, priva di qualsiasi soccorso, mentre tu sei re d’un territorio che ci vuole mezzo mese a percorrere, hai eserciti di cui è piena la terra, tesori, denari, fidi consiglieri. Questo tuo soffermarti ad assediarmi ti ha preso e distratto dai tuoi più alti affari politici. Io ti ho arrecato maggiori danni di quanti tu ne hai arrecato a me, ti ho inflitto perdite maggiori di quante tu a me… Ora non dispero di averti un giorno nelle mie mani, sinché mi resta fiato in corpo. Ti combatterò e ti tenderò insidie sino alla consumazione di ogni provvista in questa rocca, e sino a che i miei difensori non ce la facciano più». Così si rivolge idealmente al suo acerrimo nemico nelle toccanti parole che il poeta le mette in bocca. 

Giovanna detta Jeanne La Flamme

Nel 1270 Eleonora di Castiglia accompagna il marito Luigi IX nella sua crociata; si racconta che gli salva la vita succhiando il veleno dalla ferita dopo essere stato colpito da una freccia. 
Giovanna, contessa di Montfort, nota anche come Giovanna delle Fiandre, informata che il marito Giovanni è stato catturato, subito mette il figlio a capo delle truppe per conquistare l’intera Bretagna. Nel 1341 è guerra per la successione in Bretagna tra la contessa, alleata del re d’Inghilterra Edoardo III, e Carlo di Blois, sostenuto dal re di Francia. Allorché questi attacca e cinge d’assedio Hennebont, la focosa e combattiva Giovanna, che si trova dentro le mura della città, si fa portare un’armatura, l’indossa e cavalca per le vie cittadine. Riuniti trecento cavalieri e incitate le donne a tagliarsi le gonne e a prendere le armi, incendia il campo nemico (di qui il soprannome di “Giovanna la Fiamma”); gli avversari si ritirano e, per tutta l’estate del 1342 combattono accanitamente contendendosi ogni città della Bretagna. «La contessa Jeanne, armata di tutto punto, montata su un buon corsiero, teneva una lancia molto rigida e ben tagliente e con quella combatteva molto bene e con gran coraggio», scrive lo storico Jean Froissart. La contesa si allarga e diventa una guerra aperta tra i francesi e le truppe inglesi che catturano Carlo di Blois. La guerra continua per molti anni ancora, mentre Giovanna continua a combattere con un coraggio leonino, e solo nel 1366 il nuovo re di Francia, Carlo V, riconoscerà il figlio di Giovanna come legittimo duca di Bretagna. 
Una donna diventa corsara per vendetta. È il caso di Jeanne de Belleville, nata nel 1300 da Létice de Parthenay e Maurice IV de Montaigu, signore di Belleville. Si sposa giovanissima, a dodici anni, ma il marito muore dopo quattordici anni di matrimonio, e lei si ritrova vedova a soli ventisei anni. Sposa in seconde nozze Olivier IV de Clisson, un nobile della Bretagna, e gli dà cinque figli. Durante la Guerra dei Cento anni tra Francia e Inghilterra, il marito è catturato dagli inglesi. Dopo molti anni trascorsi in prigione, accusato di essere una spia, nel 1343 viene condannato a morte e decapitato. Il suo corpo è barbaramente fatto a pezzi e la sua testa inviata a Nantes, dove viene esposta al pubblico disprezzo. Jeanne, convinta dell’innocenza del marito e decisa a vendicarne la morte, giura fedeltà agli inglesi e guerra alla Francia. Assale la roccaforte di Château-Thébaud, possedimento del conte Charles de Blois, e massacra tutti i nobili francesi che vi si trovano. Non ritenendo compiuta la vendetta, vende tutti i suoi beni e con i soldi ricavati compra tre grandi navi. In contrasto con le vele color rosso fuoco, fa dipingere le navi di nero in segno di lutto. La nave ammiraglia è battezzata simbolicamente La mia vendetta. Soprannominata, per la sua crudeltà, “Leonessa dei Mari” e “Leonessa di Bretagna”, Jeanne de Belleville diventa una spietata pirata. Fa uccidere la maggior parte dei prigionieri e ne lascia vivi solo pochi per seminare il terrore. Ai nobili taglia lei stessa la testa. Con una torcia in una mano e una spada nell’altra, brucia interi villaggi. Quando Edoardo III d’Inghilterra riprende la guerra con la Francia e sbarca nella penisola del Cotentin l’11 luglio del 1346, Jeanne lo appoggia con la sua Flotta Nera, consentendogli di prendere la città di Caen grazie ai continui rifornimenti che gli giungono dal mare. Jeanne de Belleville pone termine alle sue azioni piratesche quando nel 1350 muore il re di Francia Filippo VI di Valois, suo implacabile nemico. Si sposa per la terza volta, nel 1356, con Sir Walter Bentley, e muore tre anni dopo, nel letto di uno dei suoi castelli. 

Edvige d’Angiò, regina di Polonia dipinta da Matteo Bacciarelli tra il 1768 e il 1771

Nell’Inghilterra di fine Trecento Agnes Hotot sostituisce il padre ammalato in un duello. Al termine di un duro scontro, Agnes disarciona l’avversario e, quando lui è a terra, si toglie l’elmo e si mostra per quello che è, umiliando il suo avversario perché sconfitto e per giunta da una donna. 
Fulgido esempio di donna in armi nel XIV secolo è la regina Edvige di Polonia, venerata come santa e patrona di tutte le regine. Nel 1387 lancia una spedizione militare volta a riconquistare la Rutenia Rossa, sempre nello stesso anno guida una delegazione presso Petru I di Moldavia cercando di fare della Moldavia un feudo polacco, e nel 1390 dà inizio a una corrispondenza con i cavalieri dell’Ordine Teutonico, a cui fanno seguito anche incontri personali, che ben presto degenerano in un sanguinoso conflitto che ha termine solo nel 1392. 

Matilde di Canossa

Una delle più note donne combattenti, e non solo per essere l’unica donna nella storia a ospitare un papa nella sua casa, è la potentissima feudataria contessa, marchesa e vice regina d’Italia Matilde di Canossa, eroica e aristocratica guerriera, degna di stare accanto alle regine amazzoni, spietata e coraggiosa sul campo di battaglia, addestrata fin da bambina a cavalcare e a indossare pesanti armature. Combatte a cavallo, vestita di cotta di maglia: conduce personalmente una spedizione militare a Roma e affronta nei pressi di Castel Sant’Angelo l’esercito dell’imperatore tedesco penetrato nella città Eterna. È passata alla storia per aver costretto lei, donna, l’imperatore di Germania Enrico IV a stare tre giorni e tre notti sotto una bufera di neve in ginocchio, a piedi scalzi, con un saio addosso e il capo cosparso di cenere, fuori dal portale del castello di Canossa dal 25 al 27 gennaio 1077 (la cosiddetta “umiliazione di Canossa”). Combatte tre volte per difendere i suoi enormi possedimenti contro Enrico IV e, sempre a capo del proprio esercito, sconfigge le truppe imperiali prima nel 1085 a Sorbara presso Modena, poi nel 1092 a Madonna della Battaglia. Nel 1089 l’imperatore di Germania progetta una nuova, massiccia, invasione dell’Italia; giunto a Canossa, memore dell’umiliazione subita, decide di attaccare la città e di porre fine al potere di Matilde; la contessa è assediata nel suo castello. Attraverso un passaggio segreto i soldati di Matilde, guidati da lei stessa, piombano nel campo tedesco facendo strage dei nemici; l’imperatore sfugge al massacro, ma è la fine delle sue aspirazioni sull’Italia. La contessa, venerata come salvatrice della chiesa romana, muore nel 1115. Cinquecento anni dopo le sue spoglie vengono trasferite in San Pietro. Oltre a Matilde, solo altre due donne hanno l’onore di essere sepolte nella Basilica vaticana: la regina Cristina di Svezia e la principessa polacca Maria Clementina Sobieska. 
In questi stessi anni, la principessa longobarda Sichelgaita di Salerno, che ha 45 anni e ha già partorito molti figli, indossando un’armatura che la copre tutta dalla testa ai piedi, durante la battaglia di Durazzo del 1081 guida in prima persona le truppe del marito Roberto il Guiscardo contro i Bizantini, cavalcando in battaglia al suo fianco, e quando un’ala del suo esercito è in fuga, richiamando energicamente le truppe al loro dovere «Fermatevi! Siate uomini!», lei stessa dà l’esempio, insegue i nemici brandendo la lancia e riesce a guadagnare la vittoria. Quattro anni dopo questa donna straordinaria, paragonata ad Atena, dea della guerra, combatte di nuovo contro i Bizantini, a Cefalonia, a fianco del marito, che qui trova la morte.  
Nel 1173 quando Ancona è assediata dalle truppe imperiali di Federico Barbarossa, dinanzi alla titubanza dei concittadini, una donna abbastanza giovane ma già vedova, di nome Stamira, con una scure squarcia la botte per poi appiccare il fuoco che, in un attimo, si propaga rapidamente alle varie torri mobili e alle altre macchine da guerra disposte nell’assedio, gettando nello sconcerto le truppe degli assedianti. Fiaccati nello spirito e stretti nella morsa della fame, gli anconetani si rincuorano a tal punto da tentare con successo una fulminea sortita, riuscendo a procurarsi dei viveri e a resistere finché sopraggiungono in aiuto le truppe della nobildonna Aldruda Frangipane, contessa di Bertinoro, che le guida innalzando lo stendardo e invocando il nome dell’imperatore bizantino. Aldruda conduce l’esercito in battaglia, affrontando di persona il combattimento, e libera Ancona dall’assedio. 

Fra le più note figure di donne combattenti della storia italiana nel XIV secolo, Marzia Ordelaffi, detta Cia, nata Marzia degli Ubaldini, da Forlì, prende le armi e affianca i maschi della famiglia in difficoltà, come quando nel maggio 1351 va in aiuto del figlio Ludovico, assediato nel castello di Dovadola. E ancora, quando alla testa di un gruppo di cavalieri cesenati, corre in aiuto sempre di Ludovico, nell’agosto 1355, contro le truppe papali guidate da Carlo Guidi. Marzia si fa onore guidando valorosamente nel 1357, insieme a 400 uomini a lei fedelissimi, l’ultima, eroica resistenza della rocca di Cesena contro le truppe papali del cardinale Albornoz, anche se poi alla fine deve arrendersi.  
Donna di raro coraggio e abilissima a usare sia la spada che la penna, Elisabetta Trebbiani, poetessa e letterata di Ascoli Piceno nella seconda metà del Trecento, partecipa attivamente alle contese cittadine alle quali il marito, uomo d’armi, è chiamato a intervenire. Non ha nessuna paura di affrontare anche più uomini armati: in abiti da uomo, oppure in tenuta da soldato, giorno e notte segue il marito come un angelo custode e lo accompagna nei momenti di pericolo. Una notte è ferita durante una rissa tra bande rivali, ma col sangue che le scorre continua a battersi finché non vede suo marito in salvo. 
Una notizia che desta molta curiosità ci viene data dal grande Francesco Petrarca, che racconta in una lettera di una donna più unica che rara: «Il fatto più rilevante riguarda una meravigliosa donna di Pozzuoli, forte nel corpo e nell’anima; il suo merito più grande è senz’altro nel fatto che si sia mantenuta vergine pur vivendo a stretto contatto con uomini d’arme; si dice anzi che i soldati evitassero di assaltarla anche solo per scherzo, trattenuti dal timore di lei più che dal rispetto che si deve a una donna. Maria si veste da guerriero e non da fanciulla; ha una forza paragonabile a quella di un veterano; non si occupa di tele, di aghi, di specchi, ma di frecce, di archi e di lance; sul suo volto non ha i segni di amorosi baci o dei denti lascivi di amatori, ma di ferite conseguite in battaglia; valorosamente disprezza la morte. Coi suoi vicini è in guerra da anni, una guerra che ha fatto molti morti da entrambe le parti. Ha combattuto spesso da sola o in compagnia di pochi altri, ma per ora è sempre uscita vincitrice di ogni scontro. Si scaglia furiosa nella mischia della battaglia, parte alla carica, assalta il nemico con coraggio, con astuzia prepara le imboscate. Sopporta con incredibile pazienza la fame, la sete, il freddo e il caldo, il sonno e la stanchezza. Giorno e notte, instancabile, veste l’armatura e riposa le sue membra sul letto o sullo scudo come fosse un letto. Per quelle continue fatiche in poco tempo mutò il suo aspetto. Io l’avevo incontrata anni prima ancor fanciulla ma oggi, quando si è fatta innanzi e mi ha salutato, bardata da guerra e al comando di un manipolo di soldati, ne sono rimasto sbalordito. Poi sotto quell’elmo ho riconosciuto la sua femminilità». Ce lo conferma lo storico Giulio Cesare Capaccio: «Nelle guerre civili della sua patria andò vestita sempre da uomo e da soldato, e maneggiò con tanto valore l’armi che si era fatta a tutti formidabile. Dormiva quasi sempre in campagna, armata, pazientissima del freddo, del caldo e della fame, stimando in ogni tempo più soave ristoro il terreno, che la morbidezza dei letti, e per ornamento del capo femminile stimando più una buona celata che i ricci dei capelli o le reti d’oro». Da Petrarca sappiamo che Maria sottopone a una particolare prova i soldati che sono ai suoi ordini e i curiosi che vengono a conoscerla. Mette a terra un enorme sasso e un palo di ferro invitando tutti a smuoverli, ma, nonostante gli sforzi, nessun uomo riesce a spostarli, mentre lei, con una semplicità impressionante, solleva il macigno e scaglia il palo lontanissimo. Questa donna che suscita l’ammirazione di Petrarca al punto da spingerlo ad andare a Pozzuoli nel 1341, su invito di Roberto d’Angiò, appositamente per incontrare la “virago Maria”, come egli la chiama, è stata identificata con una semileggendaria Maria Puteolana, una coraggiosa guerriera vissuta a Pozzuoli nel XIV secolo, quando la città è sotto il dominio degli Angioini ed è costretta a difendersi dagli Aragonesi e soprattutto dagli attacchi dei pirati saraceni. Probabilmente Maria perde la vita per difendere il Regno di Napoli da un ennesimo attacco dei pirati. Non a caso oggi una strada di Pozzuoli porta il suo nome. 

Formidabile combattente, anche senza usare armi vere e proprie, ma con una forza invincibile (che le deriva dalla fede) capace di mettere in crisi pontefici e uomini di Stato, è Caterina Benincasa, più nota come Santa Caterina da Siena, arsa da un tale ardore e spirito guerriero che non si arrende davanti a un Papa terribilmente indeciso se tornare o no a Roma, e tiene con coraggio tra le sue mani la testa di un condannato prima che vi scenda implacabile la lama del boia. Caterina nei suoi trentatré anni di vita combatte instancabilmente con l’arma del Vangelo e della parola, tratta la pace tra Firenze e il Papa, pacifica gli animi troppo focosi di molti comuni italiani, intrattiene scambi epistolari con re, pontefici e vescovi, e tiene testa a teologi tra i più eminenti. Da donna del popolo a consigliera di papi e principi, Caterina diventa, così, un faro luminoso per quanti conducono silenziosamente la coraggiosa e intrepida battaglia contro il male che è nell’uomo e nella società civile, un fulgido esempio di riscatto per tutte le donne del Medioevo, quando questo periodo storico volge ormai al termine e si cominciano a intravvedere all’orizzonte le prime luci del nuovo giorno, l’alba di una nuova fase storica. Illuminanti e pungenti come sprone le parole delle sue lettere: «Noi siamo posti in questa vita come in un campo di battaglia, e dobbiamo combattere virilmente (L. 159) e chi non ha battaglia, non ha vittoria, e chi non ha vittoria, rimane confuso (L. 169). Questa è la battaglia comune; ché ogni uomo che nasce e giunge a età perfetta, conviene che stia in su questo campo della battaglia» (L. 257). 

In copertina. Esecuzione di Olivier IV de Clisson. Dipinto attribuito a Loyset Liédet, miniatore fiammingo (v.1420-v.1483) nelle Cronache di Lord Jehan (particolare). 

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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