Luisa Adorno, una scrittrice che ha attraversato con garbo e ironia un intero secolo

Luisa Adorno ha lasciato l’affezionato pubblico di lettrici e lettori poco prima di compiere 100 anni; era nata infatti a Pisa il 2 agosto 1921 ed è mancata il 12 luglio scorso a Roma; «una delle voci della narrativa femminile più belle del Novecento», così si è espresso Simone Innocenti sul Corriere della Sera e non possiamo che condividere il giudizio lusinghiero.

Il suo vero nome era Mila Curradi; laureata in lettere, ha esercitato la professione di insegnante per quarant’anni ed è stata vicina a intellettuali come Fernanda Pivano, Dacia Maraini e a intelligenti editrici come Inge Feltrinelli ed Elvira Sellerio. È stata anche collaboratrice di numerose riviste culturali (Il mondo, Paragone, Abitare, Indice dei libri del mese). Aveva sposato Vittorio Stella, di un anno più giovane, destinato ad una brillante carriera universitaria, e dall’unione sono nati una figlia (deceduta cinquantenne) e un figlio, astrofisico. Ha pubblicato 8 libri di narrativa, ispirati per lo più alla sua vita, e ha collaborato alla traduzione del romanzo La fermata del treno dei boschi di Helena Smahelová. Dal 2001 era Grand’Ufficiale al merito della repubblica. Sapendo che era una vorace lettrice, dotata di una biblioteca personale di oltre 15.000 volumi, fa piacere che il suo ricco fondo, consistente anche di appunti, lettere, bozze, ecc., sia stato depositato presso l’Archivio di Firenze, nella sezione dell’Archivio per la memoria e la scrittura delle donne intitolato ad Alessandra Contini Bonacossi. 
Merita ripercorrere rapidamente la vicenda editoriale del suo primo romanzo, fortemente autobiografico, e più celebrato, L’ultima provincia, al quale si deve lo pseudonimo sempre adottato in seguito, nato dall’esigenza di non far conoscere il cognome della famiglia protagonista, quella dei propri suoceri e del marito, qui chiamati Adorno. Il romanzo uscì nel 1962 e fu pure premiato (premio Alpi Apuane), ma scomparve dalle librerie per riprendere vita venti anni dopo presso la casa editrice a cui l’autrice fu fedelissima: la palermitana Sellerio, nel 1983, con un breve scritto di Leonardo Sciascia sul risvolto di copertina in cui richiamava, nell’ironia e nella vivacità, certe pagine di Brancati. Fu il successo, grazie soprattutto al passa parola, e un altro premio (premio Lecce De Marzi). Nel 2009, quando festeggiava i suoi primi 40 anni, l’editore ripropose i propri libri più noti e amati, fra cui questo piccolo, gradevolissimo romanzo. Da pochi mesi è nata una nuova collana economica, chiamata “Promemoria”, e il romanzo è stato subito inserito, significativo omaggio all’autrice e alla sua narrativa senza tempo. 

La scrittura di Adorno si caratterizza per la freschezza, l’umorismo, la capacità di cogliere dettagli dai risvolti comici o grotteschi, quindi risulta molto piacevole, nella sua scorrevolezza e linearità. Non fa però solo ridere o sorridere, ma anche riflettere sulle condizioni dell’Italia, nel passaggio dal fascismo al dopoguerra, e sullo stato d’animo di chi per la repubblica ha combattuto, con o senza armi. Luisa è fra questi, orfana di madre, ha vissuto e studiato a Pisa, dove la guerra ha fatto danni irreparabili, ma poi è stata accolta a Roma da dei parenti, là dove incontrerà il futuro marito. È comunista e cattolica, una difficile contraddizione per l’epoca che la porterà a un grave problema di coscienza al momento del matrimonio, subito dopo l’annuncio della scomunica (luglio 1949). Ma gran parte del romanzo vede indimenticabili protagonisti i futuri suoceri: il Prefetto e la Prefettessa, che potrebbero ben figurare in un film con Totò e Peppino. Ben delineati fisicamente e nei rispettivi caratteri, tutto ciò che li riguarda volge all’umorismo: le manovre di lui per farsi la barba, i suoi terrori in automobile, il suo senso del dovere («Servo sugno!»), i silenzi ostinati di lei e la sua ossessione per gli spifferi, le terribili cene a base di lattuga bollita (la «verduredda»), la mania per l’uovo, la loro totale mancanza di gusto per le festività, la buona tavola, le passeggiate, le uscite, fino alla delusione per il figlio intellettuale (figuriamoci! laureato in lettere). Decisamente comica la presenza della cagnetta, brutta, sgraziata, con gli occhi a palla, che abbaia sempre, ma adorata e apprezzata per la sua brillante intelligenza, al punto da non essere chiamata per nome ma addirittura «bedda ‘a figghia». Già, perché in famiglia si usa in prevalenza il dialetto siciliano che, con la sua espressività, accresce la qualità della prosa e rende ancor più vivi i personaggi. Intorno alla coppia ruotano infatti le persone al loro servizio: l’autista, l’attendente tuttofare e la cameriera, e poi alcuni parenti, ma soprattutto le autorità con cui, di malavoglia, il Prefetto ha a che fare ogni giorno. Qui si potrebbe aprire una parentesi sulla situazione politica del dopoguerra, dominata dai governi democristiani e dal rapporto forte con il clero, potente e ramificato ovunque. Il Prefetto in un certo senso somiglia un po’ a don Abbondio: deve sorridere a tutti, accontentare tutti, favorire tutti, ma anche evitare inimicizie e malumori, con il costante timore di un trasferimento d’ufficio, non sia mai che lo mandino a Nuoro! In questo mondo tremendamente chiuso e provinciale, l’arrivo di una nuora professoressa, che non sanno essere comunista, per fortuna, ma che va a giro in bicicletta e non ha corredo, crea scompiglio; ulteriore scompiglio, ma piacevole, ci sarà con la nascita della nipotina. I nonni e la cameriera Concetta letteralmente impazziscono per la nuova arrivata e modellano le loro vite in sua esclusiva funzione, togliendo spazio anche ai genitori con i loro consigli, la loro presenza ossessiva, le loro eccessive premure, le loro grida. «Bì, stranutao?» (ha starnutito?), «Sstt! A picciridda domme!», «Piange! Pigliatela! Cantateci! Daccilla!» (la puppa, anzi ‘a nenna). Una vita tutto sommato modesta, priva di agi e di soddisfazioni, nonostante la posizione sociale, per una coppia che ha riposto vane speranze di carriera nell’unico figlio e rievoca, mitizzandoli, luoghi persi e rimpianti, come Bosco Canniti, o idealizza la piccola vigna che è in continua rimessa, alle falde dell’Etna. Sono e restano provinciali, privi di slanci, di cultura, di curiosità; quando il Prefetto viene collocato a riposo con due anni di anticipo, finalmente: «Aio servito abbastanza. ― dichiarò ― Ora un signore sugnu». Su di loro il discorso verrà continuato nel terzo romanzo, in gran parte ambientato in Sicilia. 
Il secondo romanzo, Le dorate stanze (Sellerio, 1985; premio Prato-Europa e premio Nazionale Pisa), riprende nel titolo antiche parole, versi di Eschilo: «per questo giungo, alle dorate stanze…» che rimandano agli studi classici e al ricco bagaglio culturale dell’autrice. Qui si fa un passo avanti nel tempo e la troviamo più matura, ritornata da sola a Pisa, mentre dialoga a distanza con le sue amiche d’infanzia e rievoca il comune passato; proprio in questo libro lei stessa scrive: «Perché io, sola, non esisto» intendendo che la sua vita è insieme al mondo che la circonda, alle persone che tratteggia, alle storie che narra, altrimenti avrebbe poco senso e risulterebbe forse di scarso interesse. Invece c’è un tessuto fitto di legami, di ricordi, di episodi vivissimi che viene qui suddiviso in tre parti e che ci aiuta in un percorso di conoscenza della scrittrice stessa: la sua gioventù ingenua e spensierata con Ninni e Valeria, i compagni (maschi) di liceo e di università, i presunti fidanzati o aspiranti tali, il fascismo appena percepito, se non nei pesanti silenzi paterni, quel padre tanto amato, detto l’avvocato dei poveri, eternamente giovane e senza soldi che nei giorni delle festività di regime andava a pesca, la nonna brontolona, zoppicante e con l’immancabile cappellino. Della madre si parla appena, si accenna vagamente perché la sua morte prematura deve essere stata devastante. Dai lunghi anni di guerra il padre ritornò con una nuova moglie e un bambino piccolo, qualcuno pensava addirittura fosse figlio di Luisa, ormai adulta e laureata, alle prese con i primi incarichi di insegnante. Una parte significativa viene dedicata ai bombardamenti su Pisa e all’ingenuità delle/gli abitanti che, dopo ripetuti e inutili suoni d’allarme, credevano di essere risparmiati, invece morirono a migliaia, colti a tavola proprio mentre, tranquilli, mangiavano quel poco che avevano messo insieme. La casa di Luisa mantenne la facciata, ma il resto non c’era più. Intanto cominciava il suo impegno politico nel Partito comunista e portava avanti la sua rete di amicizie e di contatti, spostandosi via via a Orbetello, Livorno, Viareggio, Roma, dove farà ― come già sappiamo ― l’incontro con il futuro marito. Questo romanzo, in gran parte autobiografico come il precedente, ha senz’altro un tono leggero nella prima parte e ha il meglio di sé proprio nel colloquio muto con le amiche di un tempo, mai dimenticate, e nei ricordi comuni di persone e fatti. Anche le descrizioni risultano efficaci, con pochi tratti riescono a creare visioni e ambienti: «Pedalavamo sulla via di Marina, nell’ombra dei grandi platani, chiamandoci, scherzando, le bocche piene di vento e al nostro fianco, in piena luce, il fiume faceva da specchio alle reti delle bilance sospese a fior d’acqua». Se la prosa è finemente cesellata, spesso la lingua toscaneggiante, di evidente derivazione pisana, molto espressiva pur senza cadere nel vernacolo popolare, si manifesta nei vivaci dialoghi: «Gua’ bellina!», «Bischera Lucia», «Zitta, pepa», «Del tu’ fratello? O che ci avevi un fratello?», «Balla coi billeri».  
Nella seconda parte ancora un viaggio, verso il Sud questa volta, mentre rivive la prima volta che si recò in quel luogo, per ritrovare il padre militare e conoscerne la futura moglie, figlia di un conte, ma ingenua, ignorante, buona e timida: «Anna che a trent’anni non sapeva chi era Churchill». Fu poi una madre impreparata e fragile, in difficoltà nel gestire una famiglia e presto vedova. «Scorgo tra la folla il volto smarrito del ragazzo, mio fratello. […] Anna muore. Muore davvero. Una nefrite gravissima, ignorata». Il ventenne Enrico è destinato a rimanere di nuovo orfano. Dopo la triste perdita, le discordie per l’eredità, l’incertezza economica, il rientro verso Nord, la terza parte porta l’io narrante in tutt’altra atmosfera, a quando visse un periodo in Svizzera e conobbe Hans, che avrebbe potuto diventare suo marito. 
Negli anni via via quel tempo è ricomparso, in sogno o nei ricordi, insieme alle case dai tetti aguzzi, ai sentimenti nuovi, ai paesaggi, alla gentile famiglia che l’ospitò, alle gite in bicicletta (naturalmente!), sollecitato da un’immagine, da un nome, da un biglietto d’auguri. 

Il terzo romanzo, Arco di luminara (Sellerio, 1990, premio Viareggio)ci riporta con la consueta vivacità alla Sicilia e al rapporto con i suoceri Adorno, con cui Luisa ha sempre convissuto, cominciando con le cene a base di «verduredda», con il suo liquido di cottura appena insaporito da un filo d’olio; ci sono poi le vacanze estive, in parte al mare, in parte in montagna e, in settembre, nella famosa casetta di Belverde, alle pendici dell’Etna, dove l’acqua scarseggia e i raccolti sono ben poca cosa. Finché un bel giorno, come sempre, si celebra la festa paesana con i fuochi d’artificio e la processione: «Sfilammo, sotto archi di luminara in fuga, davanti ai carretti della fiera dove lui [il Prefetto] soleva comprare elementari giocattoli per i miei figli bambini». Dal fortunato e casuale acquisto di un piccolo cannocchiale sarebbe poi scaturita la passione per l’astronomia di Giovanni, il figlio della scrittrice, impegnato come la madre e altri membri della famiglia a scrutare il cielo notturno siciliano. Seguono pagine dedicate alla vita nella capitale, ai pasti in comune, ai graduali cambiamenti sociali: i primi titubanti voli in aereo, il telefono in casa, la televisione che muta le abitudini e coinvolge nei suoi rituali. Arrivano anche due matrimoni, l’inevitabile invecchiamento dei suoceri, l’avvicendarsi delle cameriere, la nascita dei due figli di Lucia e, inaspettato, un cane randagio dolcissimo, meticcio quindi unico: «in tutto il mondo non ce n’è uno uguale», spiegava paziente Luisa. Dopo trent’anni dal matrimonio, viene il momento in cui si verifica un radicale cambiamento di vita per Luisa e Cosimo: per la prima volta rimangono soli nella grande casa ormai vuota; ora tocca a loro invecchiare. 
Risale al 1999 Sebben che siamo donne (Sellerio, premio Vittorini), suddiviso secondo cadenze mensili, il cui titolo rimanda al celebre canto di protesta delle lavoratrici; in realtà veniva intonato «ogni mattina, appena alzata, [da] una delle amiche con cui dividevamo le nostre arronzate vacanze invernali, mescolando i figli bambini finché diventarono ragazzi». Assai gustose le pagine in cui si notano i mutamenti dovuti all’età: Luisa viene apostrofata con vari apprezzamenti perché ancora piacente, c’è qualcuno che con lei vorrebbe rimpiazzare la defunta consorte, ma c’è chi ormai le offre il posto sull’autobus! E conclude, parlando con il gatto: «”Non sarà che ci capiamo così tanto perché siamo vecchi tutti e due?!” mi chiedo a un tratto, senza amarezza». 
Il romanzo epistolare di viaggio La libertà ha un cappello a cilindro (Sellerio, 1993) rappresenta una “anomalia” nella sua produzione perché al centro non c’è lei stessa con la sua famiglia e i suoi ricordi, ma il protagonista è un cabarettista polacco immerso nelle contraddizioni dei Paesi socialisti, dagli anni Quaranta alla caduta del muro di Berlino. Subito dopo Adorno ha scritto e pubblicato anche una raccolta di racconti, Come a un ballo in maschera (Sellerio, 1995, premio Donna Martina Franca), e, più tardi, il singolo racconto Italia mia; a questi ha fatto seguito Foglia d’acero (Sellerio, 2001). Davvero interessante e originale il casuale incontro con Daniele Pecorini Manzoni, un personaggio dalla vita avventurosa, e quindi il ritrovamento del suo perduto diario che ne fa una sorta di conradiano Lord Jim, immerso in un universo di intrighi, vicende misteriose, ricche famiglie europee in esilio dorato, mentre nascono guerre e si sfaldano imperi. Spiega Adorno: «Mi muove una curiosità intensa, la ricerca della verità su una persona e la storia di un’altra, da tempo scomparsa, solo da questa conosciuta». Era partito in bicicletta, appena laureato, da Padova, sul finire del XIX secolo, per l’Inghilterra; era diventato funzionario di quell’immenso impero tardovittoriano, passando anni in Estremo Oriente, da dove era ritornato per chiudere la carriera da diplomatico e collezionista di arte.  

L’ultima opera edita: Tutti qui con me (Sellerio, 2008) è una sorta di commiato che riprende fatti e personaggi cari e importanti nella sua esistenza di donna, scrittrice, insegnante. Rivivono per noi Anna Banti e Carlo Muscetta, Roberto Longhi e il poeta Guglielmo Petroni, insieme a tanti/e intellettuali; tutta la nostra vita, sembra dire Adorno, «è presente in noi in ogni momento, il passato è sempre ‘adesso’ indipendentemente dal fatto che lo sappiamo o no» (Kazimierz Brandys). Ma riemergono pure i paesaggi, gli indimenticabili “luoghi dell’anima”: Pisa e la Toscana, Roma, ma soprattutto la Sicilia e Catania, «fu proprio quel mondo, così diverso dal mio, in cui mi trovai, a esasperare il bisogno di raccontare che da sempre espletavo a voce».  

Così ci possiamo accomiatare da Luisa Adorno, anzi da Mila Curradi; nel suo caso si può parlare davvero di una intera vita, lunga un secolo, dedicata alla scrittura e a rievocare, con garbo e ironia, mondi vissuti e irrimediabilmente passati, ma non per questo meno vivi e coinvolgenti. 

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne

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