Scrittrici italiane nere e spazio: i luoghi dell’antologia Future. Il futuro narrato dalle voci di oggi

Non è stato difficile innamorarmi di questa antologia. Alla prima lettura, mi sono sentita percorrere da scosse elettriche; alla seconda, ho capito che avrei voluto trascorrere i mesi successivi sviscerandone i dettagli.  

Durante una presentazione di Future (disponibile a questo link), Laeticia Ouedraogo ha definito sé stessa e le altre dieci autrici della raccolta come delle «pescatrici» che, unendosi nello spazio testuale dell’antologia, hanno inteso realizzare una «rete» in grado di recuperare e riportare in superficie porzioni di passato che nel tempo sono andate inabissandosi, o porzioni del presente che il più delle volte rimangono sommerse. L’immagine della «rete» permette di apprezzare due aspetti centrali della raccolta: la costruzione di un’alleanza e il recupero della memoria. Difatti, se da una parte Future ha dato voce e forma a una comunità di scrittrici costruita sulla base di un progetto culturale e politico condiviso e di alcuni elementi identitari (il genere socialmente percepito e l’origine nera), dall’altra ha fatto riemergere (“ripescando” dal passato nazionale) quegli eventi che storicamente sono stati repressi, negati o silenziati.  

L’accurata opera di retrospezione messa in atto dalle autrici è profonda e stratificata, e si articola su almeno tre livelli: individuale, famigliare e storico-sociale. Attraverso lo strumento narrativo, le autrici indagano il vissuto personale, spesso alla luce di quello dei propri genitori o della propria comunità, misurandone le interconnessioni. Contemporaneamente, intendono richiamare l’attenzione sulla storia del colonialismo italiano (sia liberale, sia fascista) e sui rapporti di potere da esso prodotti al tempo e riprodotti nel presente. Narrando le (micro)aggressioni vissute nel quotidiano (cfr. Philomena Essed, Understanding everyday racism: an interdisciplinary theory, Newbury park, Sage, 1991), le autrici mostrano la natura non extra-ordinaria, ma strutturale e ramificata, del razzismo italiano e mettono profondamente in discussione l’immagine bonaria e autoassolutoria con la quale l’Italia si è autorappresentata dal secondo dopo-guerra in poi.

Questo florilegio sapientemente composto dalla scrittrice e curatrice Igiaba Scego e dalla casa editrice Effequ raccoglie le narrazioni di undici autrici italiane nere (Leila El Houssi, Lucia Ghebreghiorges, Alesa Herero, Djarah Kan, Ndack Mbaye, Marie Moïse, Leaticia Ouedraogo, Angelica Pesarini, Espérance Hakuzwimana Ripanti, Addes Tesfamariam e Wissal Houbabi in arte Wii) originarie di o provenienti da dieci diversi paesi, di cui nove africani e uno caraibico (rispettivamente: Tunisia, Etiopia, Capo Verde, Ghana, Senegal, Haiti, Burkina Faso, Eritrea, Ruanda, Eritrea e Marocco). L’antologia è caratterizzata da una straordinaria eterogeneità per quanto riguarda non solo l’identità geo-culturale delle autrici, ma anche le forme di espressione artistica adoperate. Risulta dunque evidente che il fil rouge non è né anagrafico e culturale, né stilistico-letterario, bensì sociale e politico. Come ho sostenuto nella parte introduttiva della tesi, ciò ha reso più compatta la comunità che si è venuta a creare in seguito al progetto antologico, e ha fatto sì che l’impegno delle autrici contro la marginalizzazione delle italiane nere fosse politicamente più efficace.

Nella presente tesi, ho voluto adottare una prospettiva spaziale intendendo il concetto di “spazio” in modo ampio, ovvero includendo non solo gli spazi fisici, ma anche quelli simbolici, relazionali e psicologici. La scelta di esplorare i luoghi narrativi di un’opera intitolata Future, ovvero di un’opera il cui esplicito intento è di intavolare una riflessione sul presente – nelle sue connessioni con il passato e nelle sue proiezioni future – vuole essere un modo di intersecare una prospettiva di tipo verticale-temporale con una di tipo orizzontale-spaziale. Oltre a ciò, la forma-antologia presenta a mio parere delle caratteristiche intrinsecamente “spaziali”, poiché integra e mette in comunicazione racconti e prospettive plurali, «cuc[endo] spazi diversi con le loro temporalità disomogenee» (Francesco Fiorentino Francesco, Verso una geostoria della letteratura, in Letteratura e geografia. Atlanti, modelli, letture, a cura di Francesco Fiorentino e Carla Solivetti, Macerata, Quodlibet, 2012, pp.13-44, p. 37). In virtù delle sue peculiarità grafiche, essa incoraggia un’analisi comparativa e stratificata, un’osservazione che viaggia continuamente dal generale al particolare, dall’orizzontale al verticale e dall’insieme alle singole parti. Inoltre, similmente a quanto sostenuto da Cristina Lombardi-Diop e Caterina Romeo, strutturare l’indagine considerando tanto la categoria spaziale quanto quella temporale è utile a «porre l’accento sul senso di continuità e di prossimità (piuttosto che di frattura e distanza) tra vari fenomeni interconnessi tanto storicamente, quanto geograficamente» (Cristina Lombardi-Diop Cristina e Caterina Romeo, L’Italia postcoloniale, Firenze, Le Monnier-Mondadori, 2014, p. 3). Infine, ritengo che i luoghi in cui le autrici sono cresciute, vivono, scrivono e proiettano le proprie narrazioni non costituiscono il semplice sfondo in cui si svolgono le loro esistenze o si trasferisce la loro immaginazione, ma hanno il potere di riflettere, riprodurre e consolidare le condizioni da cui sono oppresse.  

Nel testo, ho scelto di sperimentare il simbolo dello “schwa” (/ǝ/ per il singolare, e /ɜ/ per il plurale) per riferirmi a una moltitudine di generi mista, dal momento che i due metodi più diffusi, il maschile sovraesteso e la doppia forma maschile/femminile, mi erano parsi ugualmente insoddisfacenti: il primo (che coincide con la norma grammaticale italiana) perché presuppone il genere maschile come la condizione della neutralità e universalità, e il secondo perché mantiene saldo il binarismo di genere. Le proposte che sono emerse negli ultimi anni sono moltissime (/*/, /@/, /’/, /+/, /x/, /y/, /_/, /u/…) e, come ha sottolineato in più occasioni la sociolinguista Vera Gheno (ad es. nell’articolo Lo schwa tra fantasia e norma, «La Falla. Il giornale del Cassero LGBTI Center», agosto 2020), la numerosità delle proposte “fatte in casa”, segnala in maniera significativa il disagio percepito da alcuni soggetti nei confronti dell’attuale norma linguistica e l’urgenza di una ricerca di soluzioni alternative, che siano in grado di riflettere l’intero spettro delle differenze di genere. In altre parole, la molteplicità delle sperimentazioni è la «dimostrazione che si tratta di un’istanza proveniente “dal basso” e non certo dalle torri d’avorio dell’accademia» (Vera Gheno, 25 luglio 2020). Il fatto che ancora non si sia trovata una linea comune, e che alcune soluzioni (compreso lo “schwa”) risultino nella lettura ancora farraginose o addirittura goffe, non dovrebbe a mio parere scoraggiare la sperimentazione o indurre a cestinare aprioristicamente qualsiasi soluzione alternativa; dovrebbe al contrario essere di incentivo per continuare a riflettere su questo tema in maniera adeguata e nel merito, senza polarizzazioni o irrigidimenti. Fondamentale è che al centro vi siano le istanze sociali recentemente emerse, e non questioni – tanto soggettive quanto contestuali – di cacofonia o cacografia. 

Più in generale, è per me essenziale prendere atto del fatto che il binarismo (di genere, di razza, di nazionalità…) si è rivelato una chiave interpretativa inadeguata e insufficiente, poiché incapace di rappresentare complessità, pluralità e mutevolezza del presente, e oppressiva, perché non inclusiva di quelle identità soggettive e nazionali che non si riconoscono in o non corrispondono a uno dei due termini dell’opposizione. Prestare attenzione, di volta in volta, ai singoli da cui è composta una moltitudine, e tentare di rappresentare tutte le differenze, è una pratica che ho tentato di esercitare nel corso dell’intero processo di analisi e scrittura. Le categorie sociali marginalizzate (cui fanno parte le autrici di Future in quanto donne, nere e, in alcuni casi, musulmane) sono più soggette di altri ai processi di essenzializzazione e stereotipizzazione, in quanto esse non hanno la possibilità di mettere in circolo un numero ampio e variegato di autorappresentazioni. Queste undici scrittrici esemplificano in nuce l’eterogeneità geo-culturale che qualifica la società italiana contemporanea.  

Del resto, se da un lato ho ritenuto indispensabile marcare le differenze culturali, etniche e geografiche delle autrici, dall’altro ho trovato utile porre in luce esperienze e obiettivi comuni, ovvero la loro sistematica relegazione ai margini della società italiana e l’atteggiamento resistenziale e oppositivo. L’unione politica e la condivisione del mezzo narrativo, al di là delle evidenti differenze che intercorrono fra le autrici, dà forza e sostanza al loro costante e quotidiano impegno contro la rimozione della memoria coloniale e le molteplici forme attraverso cui le oppressioni di razza e genere operano in Italia. 

Qui il link alla tesi integrale:
https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/143_Lalli.pdf

***

Articolo di Arianna Lallli

Laureata in Filologia Moderna a “La Sapienza” di Roma, è attualmente volontaria di Servizio Civile per Focus – Casa dei diritti sociali. Spende moltissimo tempo e denaro in prodotti culturali che trattano di marginalità sociale, disagio psichico, ricerca e conflitto delle identità. Ha una passione per la letteratura per l’infanzia e la ludopedagogia.

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