Melegnano contro la violenza di genere. Largo 25 novembre e una panchina per Silvia

Il 27 novembre, a Melegnano, la via Giuseppina Biggiogero, una delle poche intitolate alle donne, si è colorata di rosso. Una folla di piumini, giacche e cappotti rossi, e tanti volti con la mascherina rossa, intorno alle 11, ha riempito la piazzetta antistante. I passanti curiosi e le persone affacciate alle finestre si chiedevano che cosa si stesse per celebrare. Si trattava dell’intitolazione del Largo 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e il femminicidio, patrocinata dal Comune di Melegnano e proposta congiuntamente dalla locale Banca del tempo e da Toponomastica femminile.

Malegnano contro la violenza di genere

Dopo i saluti di rito, alla presenza delle forze dell’ordine, ha preso la parola l’assessora Roberta Salvaderi, cui ha fatto seguito l’intervento del sindaco Rodolfo Bertoli. La presidente della Banca del tempo Teresa Bettinelli, con l’assessora Salvaderi, ha scoperto la targa. Dopo le note dell’inno d’Italia è stato letto un intervento, a nome di Toponomastica femminile e della Banca del tempo, che riportiamo nei suoi passaggi essenziali, richiamati in parte anche dai discorsi delle autorità. La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne è stata istituita dall’Onu nel 1999, ma già aveva organizzato nel 1975 la prima Conferenza sulle donne e nel 1995, con la dichiarazione di Pechino, si era concentrata sulla violenza di genere, definita una violazione dei diritti umani, questo al fine di raggiungere in prospettiva la parità di genere, premessa per il superamento di ogni violenza sulle donne, oggi al numero 5 degli obiettivi di sviluppo sostenibile del Millennio dell’agenda 2030. La data del 25 novembre non è stata scelta a caso, ma ricorda un avvenimento terribile: l’omicidio delle sorelle Mirabal.

È il 1960 e ci troviamo nella Repubblica Dominicana. Il dittatore in una visita a Salcedo esclama: «Ho solo due problemi: la Chiesa cattolica e le sorelle Mirabal». Aida Patria Mercedes, Maria Argentina Minerva, Antonia Maria Teresa Mirabal sono oppositrici politiche del dittatore Trujillo e si impegnano attivamente contro le sue politiche liberticide. La ribellione e l’impegno di queste tre giovani donne di fronte alle atrocità del regime si concretizza con la costituzione nel 1960 del Movimento 14 di giugno, cui partecipano attivamente anche i loro mariti. Questo gruppo politico clandestino si espande in tutto il Paese e ben presto le tre sorelle diventano note come Mariposas (le farfalle), dal nome in codice che scelgono. I membri del movimento sono perseguitati e incarcerati, anche le sorelle Mirabal e i loro mariti. Le donne sono liberate alcuni mesi dopo, ma i rispettivi coniugi restano reclusi. Il 25 novembre 1960 le Mirabal, mentre ritornano in auto dalla visita in carcere, cadono vittima di un agguato di regime. Rapite dagli uomini di Trujillo, sono condotte in una piantagione di canna da zucchero e uccise a bastonate; i loro corpi saranno poi rimessi nel veicolo sul quale stavano viaggiando che verrà fatto precipitare per un dirupo per simulare un incidente. La morte delle sorelle Mirabal coalizzò l’opinione pubblica dominicana contro il regime e l’anno successivo il dittatore venne ucciso a fucilate in un attentato.

Questa l’origine della scelta della data. Diamo alcuni dati: 109 sono le donne uccise in Italia da inizio anno; 63 quelle morte per mano dei compagni o ex compagni violenti. Quindi da gennaio ad oggi nel nostro Paese è stata uccisa una donna ogni tre giorni. In diverse forme, nelle diverse parti del mondo, la disparità di genere è una caratteristica costante e un problema o forse “il” problema. Ciò che la perpetua e la rinsalda è la violenza nei confronti delle donne, in tutte le sue forme, da quella fisica, sessuale e domestica (ricordiamo che in tempi di Covid la violenza di genere, soprattutto tra le mura domestiche, è aumentata moltissimo, come dimostrano le chiamate al numero 1522) a quella psicologica, a quella sui social, a quella economica, a quella rappresentata dalle molestie sessuali sul lavoro, che per fortuna è riconosciuta e punita dalla Convenzione dell’Oil da poco ratificata dall’Italia, alla violenza della disparità salariale rappresentata dal gender pay gap ma ancor più dal pension gap, che, nonostante la dichiarazione dell’articolo 37 della Costituzione, vede ancora le donne guadagnare fino a 30 volte meno degli uomini nel settore privato (dati riportati da Fulvia Astolfi della Rete Europea delle donne professioniste in una conferenza di presentazione della legge con l’onorevole Gribaudo), non solo nelle posizioni apicali, mentre nel pubblico vede un divario minore ma con la quasi assenza delle donne nei ruoli apicali. Per non parlare delle discriminazioni nell’accesso al lavoro e nelle possibilità di carriera, nel part time imposto e nei contratti che le rendono precarie a vita. Ricordiamo che a fine dicembre 2020, in piena pandemia, su 101mila posti di lavoro persi, 99mila erano di donne, perché i primi a saltare sono i contratti senza tutele. C’è però una violenza di genere più subdola, meno percepita, che definirei culturale, quella che nega visibilità a tutto ciò che le donne hanno fatto e fanno e contro cui si batte Toponomastica femminile, nella sua opera di valorizzazione del sommerso agito dalle donne nei vari rami del sapere, della scienza, dell’arte, della politica, della letteratura, della filosofia e in tanti altri campi. La violenza dell’invisibilità e dell’oblio è la meno considerata ma esiste e produce i suoi effetti sull’immaginario, che è il fondamento dell’autostima delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi ed è il sostrato sul quale si fondano i pregiudizi e gli stereotipi alla base dei comportamenti violenti.

Per la definizione della violenza di genere come violazione dei diritti umani è stata fondamentale nel 2011 la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa, quella che Erdogan in Turchia si rifiuta di applicare e che proprio il 25 novembre le donne turche sono scese a rivendicare, respinte con violenza dalla polizia; Convenzione che ha richiesto agli Stati contraenti di considerare reati la violenza domestica (fisica, sessuale, psicologica o economica); gli atti persecutori (stalking); la violenza sessuale, tra cui lo stupro; le molestie sessuali; il matrimonio forzato; le mutilazioni genitali femminili; l’aborto forzato e la sterilizzazione forzata. Ed è violenza la tratta ed è violenza la prostituzione, stupro a pagamento, nuova forma di schiavitù. E spesso lo stupro è una forma di punizione in più sulle donne durante le guerre. Altre forme di violenza sono quelle che abbiamo visto recentemente in Afghanistan ad opera dei talebani, tra cui il divieto per le donne di istruirsi, perché le donne istruite sono scomode, e non solo in Paesi come l’Afghanistan. Come ci dice Michela Murgia, «l’atto più rivoluzionario per una donna è prendere la parola». Ma veniamo a riferire la situazione italiana. 6 milioni e 778mila sono le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito nel corso della propria vita violenza fisica da parte di un uomo, ben il 31,5% della popolazione nazionale femminile. Diventano bersaglio di schiaffi, pugni, morsi, spintoni, calci, minacce, inseguimenti, scenate di gelosia e molestie. Molte subiscono una violenza psicologica, a volte anche più pericolosa per il proprio equilibrio, come sostiene la filosofa Michela Marzano: «C’è chi pensa che le vere vittime siano quelle con gli occhi pesti in ospedale. Ma la violenza inizia prima, è già lì quando si viene azzittite o insultate perché “tanto non vali niente”. Si insinua nelle pieghe delle nostre fragilità e ci distrugge». Chi subisce violenze di questo tipo ha molte più probabilità di soffrire di depressione nella vita, avrà problemi sul lavoro, vedrà minata per sempre la propria serenità.

Purtroppo la violenza di genere, che ancora oggi è una violenza misogina e sessista che si rivolge contro la donna per il solo fatto di essere donna, non pare interessare molto i nostri parlamentari se al discorso molto bello della Ministra per le pari opportunità Bonetti riguardo alla mozione sulla violenza contro le donne erano presenti in aula solo 8 persone. Purtroppo un politico di Trento ha mostrato la sua insofferenza sui social per questa giornata, con espressioni violente, volgari, rivelatrici di un immaginario umanamente misero ed offensive nei confronti delle donne, usando poi strumentalmente le puntuali scuse per veicolare un’interpretazione del concetto della violenza di genere che ignora totalmente tutto il percorso svolto a livello internazionale europeo e nazionale sul contrasto alla violenza maschile contro le donne. A molti dà ancora fastidio il termine femminicidio e non lo riconoscono. Eppure l’Accademia della Crusca ci ricorda che: «Per femminicidio si intende non solo l’“uccisione di una donna o di una ragazza”, ma anche “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”». Per non parlare delle sentenze sui femminicidi. Secondo una ricerca della docente universitaria Alessandra Dino, di Palermo, su 370 sentenze nel 44% delle motivazioni i giudici definiscono le uccisioni di donne «come sentimentali, per rifiuto o abbandono, oppure relazionali, per possesso». Per gli assassini implicite attenuanti coerenti con la descrizione della vittima «che molto spesso viene vista come ondivaga, fragile, quando non si evidenzia la sua condotta sessuale disinibita all’origine dei gesti». Per non parlare del linguaggio usato dai media nel descrivere i femminicidi, che meriterebbe un discorso a parte. È diverso dare la notizia così: «Fano, uccide la moglie in un raptus di gelosia “L’uomo […] ha accoltellato la donna, che ha tentato di difendersi inutilmente, dopo un violento litigio davanti ai quattro figli…”». E darla così: «Fano, giovane donna uccisa a coltellate davanti ai suoi figli e poi “Arrestato l’autore del violento femminicidio: era il marito”». Non si tratta solo di una parola in più, allora ― come ricorda Michela Murgia ― per quanto densa di significato, ma anche e soprattutto di un rovesciamento di prospettiva, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi.

La strada da fare è ancora molto lunga perché è diretta verso il superamento di una disparità funzionale a una società patriarcale costruita nel corso dei secoli e che solo a livello culturale potrà essere scardinata. E i cambiamenti culturali sono molto lenti. Per realizzarli dobbiamo fare rete, tutti e tutte insieme, non solo tra donne, ma anche con quegli uomini che sono nostri alleati e che ci piace definire femministi. Ed è proprio a questi uomini che ci rivolgiamo, con le parole di una grande giornalista e scrittrice, Tiziana Ferrario: «Servono uomini nuovi, consapevoli che gli amori possono finire/servono uomini nuovi che non picchino le donne/ servono uomini nuovi che non stuprino le donne/ servono uomini nuovi che non uccidano la donna che li sta lasciando/ servono uomini nuovi che non scrivano parole di odio in rete contro le donne/ servono uomini nuovi che difendano una donna se è indipendente, libera, sicura delle proprie idee, coraggiosa, brava/ servono uomini nuovi che dicano no alla violenza contro le donne/ servono uomini nuovi che aiutino gli uomini violenti a cambiare/ servono uomini nuovi che non girino la testa dall’altra parte davanti a un’ingiustizia perpetrata ai danni di una donna/ servono uomini nuovi che non paghino per fare sesso con ragazze che potrebbero essere le loro figlie/ servono uomini nuovi che si chiedano chi sono quelle ragazze che si prostituiscono ai bordi delle strade/ servono uomini nuovi che denuncino chi riduce in schiavitù le donne/ servono uomini nuovi che non abbiano timore di esporsi quando vedono un molestatore in azione/ servono uomini nuovi che non giudichino una donna per come è vestita/ servono uomini nuovi che credano realmente nella parità in casa e nel lavoro/ servono uomini nuovi che condividano le responsabilità in casa/ servono uomini nuovi che non dicano: “Ma è lei che comanda a casa!” per giustificare il loro non fare niente/ servono uomini nuovi che ascoltino che cos’hanno da dire le donne/ servono uomini nuovi che non si sentano a disagio se le loro compagne guadagnano di più/ servono uomini nuovi che non chiedano alla madre dei loro figli di optare per il part time. Lo facciano loro!/ servono uomini nuovi che si sentano offesi quando una donna viene offesa,/ servono uomini nuovi che si dicano orgogliosi delle loro figlie/ servono uomini nuovi che restino a casa dal lavoro quando il figlio ha la febbre/ servono uomini nuovi che prendano il permesso di paternità quando nasce un figlio/ servono uomini nuovi che non facciano battute volgari sulle donne/ servono uomini nuovi che facciano rete con tutti gli altri uomini che la pensano come loro/ servono uomini nuovi che facciano crescere altri uomini nuovi/ servono uomini nuovi che non si vergognino di dire :”No, io non ci sto” quando si insultano le donne (che siano famose o sconosciute, che siano belle o brutte, che siano povere o ricche, che siano giovani o vecchie, che siano malate o in salute). Quando gli uomini vivranno la violazione di un diritto di una donna come la violazione di un loro diritto, solo allora le donne scopriranno di essere veramente libere».

La violenza di genere, in tutte le sue forme, non si combatte solo dando maggiori finanziamenti alle Case rifugio o approvando leggi come quella del Codice rosso, si combatte soprattutto a livello culturale, organizzando nelle scuole corsi che insegnino ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze a riconoscere gli stereotipi e i pregiudizi, abituandoli a quei rapporti paritari che già le Madri Costituenti avevano intuito essere alla base di una società veramente democratica. Non bisogna avere paura di parlare della violenza di genere nelle classi, di aiutare le/gli studenti a riconoscerne i segnali prima che si verifichino, non considerare le riflessioni e i laboratori sugli stereotipi retorica o tempo sottratto ai programmi, come purtroppo a volte ci si sente dire, anche da alcune/i docenti. Oggi, intitolando questo Largo alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza maschile contro le donne, vogliamo in parte attuare le prescrizioni della Convenzione di Istanbul, che chiede un coinvolgimento attivo e coordinato delle istituzioni e delle associazioni nell’opera di sensibilizzazione della società su questo tema. Non dimentichiamo che Melegnano è già stata definita dal Consiglio comunale “Città contro il femminicidio” e che molto si può fare per sensibilizzare l’opinione pubblica melegnanese sul tema.

Panchina di Silvia

Abbiamo voluto che in Largo 25 novembre fosse presente la panchina di Silvia e oggi di Silvia, l’artista che l’ha realizzata, vi vogliamo parlare. Silvia era una ragazza problematica, che si era avvicinata alla Banca del tempo insieme alla sua mamma e vi aveva trovato conforto ed accoglienza. Raccontava di essere stata abusata all’età di 9 anni e questo aveva minato il suo equilibrio e l’aveva resa più fragile. Aveva frequentato il Liceo artistico “Piazza” di Lodi ed era diventata molto brava, aveva una capacità manuale notevole e realizzava opere bellissime, ma non era mai riuscita a mantenersi un lavoro. Amava i gatti e viveva in una casa umile con la sua mamma. Con grande passione si era dedicata alla realizzazione di questa panchina, in occasione della Giornata del 25 novembre. Silvia era una giovane omosessuale, una persona non allineata e non omologata a questa società, le sue storie spesso finivano male e negli ultimi mesi della sua vita era stata ricoverata in psichiatria, dove aveva fatto coming out. Silvia si era affezionata alle donne della Banca del tempo, in particolare a una di loro che l’aveva fatta conoscere alla propria famiglia e di lei la ragazza era solita dire, con grande riconoscenza per quell’affetto insperato e che forse considerava immeritato, che questa persona era la sua seconda mamma. Silvia purtroppo non ce l’ha fatta, il peso della vita era troppo forte per lei e chissà quali ferite aveva prodotto sulla sua anima quell’abuso. Ha deciso di togliersi la vita il 5 giugno del 2018, gettandosi sotto un treno, alla stazione di Melegnano. La panchina di Silvia, che tutti e tutte potete vedere, era stata dapprima portata alla stazione, ma il posto era isolato e la posizione non rendeva giustizia all’artista autrice dell’opera. Adesso è qui, nel posto più giusto, in quel Largo 25 novembre che ricorda tutto il male fatto a Silvia e a tante altre donne.

Vorremmo chiudere con una poesia molto significativa scritta per lei da una persona che l’aveva conosciuta:

Penso
al tuo sorriso timido che non si apriva,
a te che sei sempre stata così schiva,
alla tua dolce apparente insicurezza,
alla tua vita in tutta la sua durezza,
a ciò che avrebbe potuto essere e non è stato,
a perché la società, così credevi, ti ha scartato,
alla tua creatività che esprimeva il tuo travaglio,
ai tuoi pensieri e la tua mente con il bavaglio,
alle tue lotte interiori, ma, convinciti, tu eri sana,
al perché da sola hai deciso di startene lontana,
ma quando mi siedo sulla tua panchina,
ti vedo, sì, ti vedo, molto, molto vicina.

Il testo tratto da Uomini è ora di giocare senza falli è stato letto dopo la Camminata silenziosa in ricordo delle vittime di femminicidio il 28 novembre in Piazza della Vittoria a Melegnano dall’attrice e regista Serena Cazzola, dopo la lettura dei nomi delle 109 vittime di femminicidio.

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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