Il pane argentino  

«Cara, cara signora. Mi sono permessa di scriverle perché confido che il filtro di penna e carta possa essere sufficiente. Forse non dovrei, forse mi sto arraffando un diritto che non mi spetta, come un ladruncolo che si appropria di un qualcosa destinato alla beneficenza, dando per scontato che sia lui ad averne più bisogno. Ed io mi sono forse illusa del fatto che quel suo annuncio sulle ricette e sul pane fosse destinato anche a me. Anche a quelle come me. Il pane si spezza e si dà: questo mi sono detta. E allora chi meglio della sottoscritta può raccogliere il suo invito? Spero di non essermi sbagliata. E spero di non aver oltrepassato un confine che a me è negato. Fosse così, le chiedo perdono. Il fatto è che a quelle come me la vita ricorda sempre quale sia il loro posto. E quanto da questo non ci si possa allontanare. Io, però, ho deciso di provarci. Non tanto per una mancanza di rispetto verso di lei, mi creda. È, piuttosto, un’ultima spinta di reni che ho deciso di tentare. Perché me lo devo. E perché lo devo alle mie sorelle. Perché, come un ladruncolo disperato, penso di essere io, più di chiunque altra, ad averne bisogno. Prima, però, di imporle la mia storia, le voglio scrivere la ricetta del pane che cuciniamo e mangiamo qui, a San Juliàn, in Patagonia. Si chiama Pan a la Chapa e, per realizzarlo, servono 150 centilitri di acqua tiepida, 250 grammi di farina integrale, 10 grammi di coriandolo, 200 grammi di burro chiarificato, due peperoncini e il sale. Bisogna impastare la farina con un pizzico di sale e con l’acqua tiepida fino a ottenere un impasto liscio. Con l’impasto, si deve poi formare un cilindro che va tagliato in otto pezzi. A questo punto, si trita il peperoncino e lo si aggiunge al burro chiarificato. Si stende ogni panino in modo circolare, si spennella con il burro, si aggiungono le foglie di coriandolo e si piega a metà. E poi di nuovo: stendere, spennellare aggiungere altre foglie di coriandolo e allungare un’ultima volta. Eseguire questa procedura con ogni panino. Infine, si cuoce in una padella, spennellando con burro da entrambi i lati.

Questo pane lo preparavano i gruppi itineranti durante i viaggi, e lo cuocevano insieme alla carne su lastre di lamiera. Le chapas, appunto. È un pane che a me piace molto, perché sa adattarsi a quasi tutte le circostanze. Non ha bisogno di essere lavorato, curato, coccolato, scaldato da una coperta, magari vicino a una stufa. Capisce le necessità e fa la sua parte. Chissà se avrebbe preferito essere cucinato in una calda cucina, impastato da mani esperte che non fossero sporche della terra battuta dei viaggi senza fine. Io, sì, sarei stata più felice se, per me, le cose fossero andate diversamente. Eppure, come lui, mi adatto. E, soprattutto, come lui mi do e mi spezzo. Perché, sa, mia cara signora, io faccio la prostituta, la puta, e ogni volta che apro le mie gambe o la mia bocca o le mie mani, mi frantumo, scheggia dopo scheggia. Briciola dopo briciola. Peccato, però, che non ci sia comunione in quello che faccio. Nessuna eucarestia. Solo un buco, io, e qualcosa che lo riempie. Loro godono. Io non sento niente. Le mie compagne, qui, nel postribolo di La Catalana, dicono che mi piango troppo addosso, che poteva andarmi peggio, che potevo ritrovarmi ad alzar le gonne nei vicoli, in mezzo a topi e spazzatura. 
Chissà. I miei genitori mi hanno chiamata Joséphine. Sono di origine francese, sa, e così, la donna che gestisce questo posto, Paulina Rovira,  ha deciso di chiamarmi BolaPalla. Dice che lo ha letto in una novella di un mio compatriota: una ragazza che faceva la puttana e che tutti chiamavano Palla di sego. Lei lo trova molto divertente. 

Comunque, mia cara signora, non le ho scritto questa lettera per dirle di me. La mia vita ha ben poco che meriti di essere raccontato. Voglio invece parlare di cinque mie compagne, Angela Fortunato, Consuelo Garcìa, Amalia Rodriguez, Marìa Juliache e Maud Foster. È una storia di circa dieci anni fa. La Patagonia era frustrata da venti ben più forti di quelli che di solito, qui, fanno ballare terra, mare e cielo. Nerbate dure, tirate con tutta l’energia accumulata da orgoglio, stanchezza e volontà di cambiare. Era un anno che qui si stava provando a fare la rivoluzione. Peones, chilotesgallegos; contadini, operai, carrettieri, allevatori. Gli ultimi pedoni di questa scacchiera sterminata che è la terra argentina erano riusciti a tenere sotto scacco i padroni e gli estancieros per quasi un anno, con scioperi e manifestazioni. E come in ogni partita di scacchi, quando il re è assediato deve rispondere con la sua mossa estrema. Però, se le forze in campo sono sbilanciate, se i pedoni hanno solo sé stessi per provare ad arginare l’attacco di alfieri, cavalli e torri, ebbene, la partita avrà una conclusione decisamente scontata.  
Venne chiamato l’esercito, al cui comando c’era il tenente H. Benigno Varela. Era il 17 febbraio del 1922. Bastarono poche ore per fermare mesi di proteste. Poche ore, armi cariche e ordini precisi. Poche ore per placare quel vento pulito  e pieno di speranza che aveva provato a scuotere un poco San Juliàn, la Patagonia e l’Argentina. Oltre 1500, tra manifestanti, contadini, operai, sindacalisti e anarchici vennero fucilati. Molti altri arrestati. Le loro richieste di aumento salariale e di condizioni dignitose trovarono la risposta del fuoco e delle pietre messe a lapide della fossa comune che ancora oggi abbraccia, contiene — o forse nasconde — i loro corpi. Pietre anonime, silenziose, che con il loro peso si sono portate via ciò che si stava provando a ottenere: 120 pesos di paga anziché 80 per i contadini; 130 anziché 90 per i carrettieri; 140 anziché 100 per i pastori di pecore, 160 anziché 120 per il personale di cucine e 25 pesos anziché 12 per i guardiani di vacche. Tutto questo il guadagno dei padroni. La tara, a quanto pare, 1500 vite. 
Dopo questo massacro, Varela ebbe il guizzo di voler premiare i suoi uomini per il bel lavoro svolto. Mandò comunicazioni a tutte le gestore dei postriboli della città di far trovar pronte le loro ragazze. Fummo avvisate anche noi. Ma noi, cara signora, siamo puttane, è vero. Ma siamo anche parte del popolo. Di quel popolo siamo madri, figlie, sorelle, compagne. Ciascuna di noi, e di ognuno di quei 1500 cuori fermati dalle munizioni dell’esercito di Varela.  
E così, quando i militari bussarono a La Catalana non aprimmo. Loro continuarono a bussare e noi non aprimmo. Loro bussarono ancora. Fu allora che Angela Fortunato, Consuelo Garcìa, Amalia Rodriguez, Marìa Juliache e Maud Foster uscirono armate di scope e bastoni ad affrontare i macellai del popolo argentino. 
«Assassini», urlarono. 
«Schifosi! Assassini! Porci!». 
I soldati, che avevano avuto una così facile partita con i manifestanti, furono chiusi in un angolo dalla furia proletaria di cinque puttane. Fu uno spettacolo incredibile. Peccato che durò poco. 
Le mie compagne vennero in breve arrestate e, in carcere, trattate da quel che erano.  
Non sapemmo più nulla di loro.  Questa, mia cara signora, la storia che mi sono permessa di raccontarle. La confidenza che mi sono arraffata. Spero possa capire il mio bisogno di scrivere questa vicenda. Angela, Amalia, Marìa, Consuelo e Maud se lo meritavano. Sono state gli unici fiori gettati a ingentilire le rozze pietre della fossa comune nella quale il governo ha provato a sotterrare il progresso e la rivoluzione. 
La saluto, signora.  
Anche le puttane sanno essere libere». 

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.





 

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