La riscoperta del futuro – Il novembre di Limes 

Prevedere l’avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2052. Progetti e vincoli strategici dei grandi. Questo il sottotitolo dell’ultimo numero della rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Dopo l’editoriale, La persistenza del futuro, dedicato soprattutto all’Italia, la prima parte, I futuri (im)possibili, si occupa di immaginare il domani con lo sguardo di studiosi e studiose di geopolitica. Dario Fabbri ci parla di La strategia, ponte tra passato e futuro, e distingue tra lo stratega e il tattico, esaminando figure di uomini e donne della storia e della contemporaneità, classificandoli/e tra strateghi/e o tattici/he. Strategia e tattica sono concetti assai diversi, eppure usati indifferentemente ai giorni nostri, «per assonanza, per moda o per errata traduzione dall’inglese, che indica la tattica con strategy e strategia con grand strategy …». Secondo il consulente scientifico di Limes «Lo stratega è letterale pontefice tra passato e futuro. Indifferente nei confronti del presente per attitudine all’epica. Consapevole del cammino che ha condotto la patria fin qui, prova a incidere sul domani senza sprofondare nelle miserie del quotidiano. Memore dei trionfi e delle disfatte degli avi, sa riconoscere gli obiettivi ancestrali della collettività, senza perdere di vista l’avvenire. Conoscitore di numerose discipline, valuta ogni angolo della realtà, senza scadere nell’immobilismo. A differenza del tattico, chiamato ad agire nell’immediato attraverso le sole conoscenze settoriali, lo stratega informa la parabola di un soggetto intervenendo sulla struttura». George Friedman racconta come realizza le sue previsioni, con collegamenti a parole di poeti e scrittori come Rudyard Kipling, Heinrich Heine, Nathaniel Hawthorne, in un articolo, Poesia e miseria del futuro, già pubblicato su Geopolitical Futures, in cui fa i conti con la sua hybris e con le sue paure di fronte al Covid 19. Marco Filoni descrive l’importanza del passato per analizzare il futuro, mentre Federico Petroni affronta un tema molto delicato: il ruolo predittivo della geopolitica. 

La seconda parte del numero, I grandi dopodomani, prende in esame il futuro delle principali potenze del pianeta. Phillip Orchard sostiene che «Esistono molteplici lezioni sul modo in cui gli Usa sapranno emergere da questo periodo. Quattro in particolare diranno cosa saranno gli Stati Uniti nel 2051 e di conseguenza come si adatterà il mondo a una superpotenza indispensabile, capricciosa e spesso disfunzionale che sta ancora facendo i conti con la propria grandezza». A lettori e lettrici scoprirle. Del futuro della Cina scrivono diversi autori, con posizioni, nello stile della rivista, molto differenti. I cigni neri saranno, secondo You Ji, lo scontro con gli Usa per Taiwan e la lotta per la successione di Xi Jinping, mentre in Pechino recupera il passato per forgiare il futuro, Giorgio Cuscito si dedica ad approfondire gli strumenti della pedagogia nazionale cinese e al contrasto al tangping, “lo stare sdraiati” che caratterizza sia la gioventù che i funzionari in pensione, attratti dal benessere raggiunto. Interessante la parte dell’articolo del consigliere di Limes sul controllo dei videogiochi ad opera del regime e sulle serie televisive che sono orientate a forgiare uno spirito nazionalistico cinese. Entusiasta e convinto che la Cina entro il 2049 raggiungerà tutti gli obiettivi che si è prefissa è Deng Yuwen, che esamina attentamente le espressioni usate da Xi Jinping nella Terza risoluzione storica, in cui suggerisce che sarà lui a rendere forte la Cina resa indipendente da Mao e ricca da Deng.  

Secondo Yuwen «Nel contesto di un’economia di mercato, il sistema cinese può essere definito “capitalismo di Stato”. Nella competizione con il capitalismo occidentale, questo modello ha in effetti i suoi vantaggi, che consistono non solo nella possibilità di ricorrere a particolari strumenti pubblici per indirizzare lo sviluppo socioeconomico del Paese, ma anche di avere obiettivi d’insieme a lungo termine». Ed ecco le parole d’ordine che ricorrono di più nei discorsi del Capo del Partito Comunista cinese: la prima è «riportare la Cina alla potenza»; la seconda è «La modernizzazione cinese è una modernizzazione socialista», il sogno di tracciare a beneficio di tutta l’umanità un percorso di sviluppo parallelo a quello della modernizzazione capitalista; la terza è quella secondo cui «Il fondamento della modernizzazione è la tecnologia»; la quarta è «La riunificazione del Paese è indispensabile per la modernizzazione e il risorgimento nazionale». In un modo o nell’altro, Pechino dovrà riprendersi Taiwan entro il 2049. 

Interessantissimo l’approfondimento di Giuseppe De Ruvo, Geopolitica della bassezza, Tik Tok e la post-storicizzazione degli adolescenti americani. Secondo Musil il capitalismo si configura come «l’organizzazione dell’uomo al ribasso». Per dominarvi bisogna sintonizzarsi con la bassezza. E Tik Tok c’è riuscito benissimo, basando la sua fortuna «sulla grafica immersiva che riempie completamente lo schermo del telefono, la precisione dell’algoritmo (estremamente reattivo ai cambiamenti dell’utente), l’estrema facilità d’uso. TikTok è una vera e propria “fabbrica dell’attenzione”, in grado di sintonizzarsi perfettamente con tutte le bassezze del nostro tempo, premiandole con likes e sponsorizzazioni». Da tale premessa un’analisi in ottica geopolitica molto accurata della storia e degli effetti di questa applicazione nell’era del predominio della cultura visuale, con un accenno al monito inascoltato di Eric Schmidt, che invita a leggere i dati con un approccio geo-antropologico e non economicistico. 

L’ultima parte, L’Italia dei nostri figli, si avventura nelle previsioni del futuro del nostro Paese, con un’intervista a Paolo Peluffo, consigliere della Corte dei conti, intitolata Perché l’Italia non è condannata al declino, che contiene interessanti osservazioni sull’indebitamento italiano, con cui si è soliti spaventare le generazioni future, mentre si ripete come un mantra la narrazione veicolata dai trattati europei, qualche volta senza capirne nemmeno bene il funzionamento. «Quello del debito pubblico è un problema immaginario se commisurato alla ricchezza netta degli italiani; ― sostiene Peluffo ― è in gran parte il frutto della qualificazione giuridica che ne è stata data dai trattati europei e dal Fiscal compact. L’enorme massa di risparmio privato e la risibile quota d’indebitamento delle famiglie – che fanno impazzire i tedeschi, convinti che noi ci paghiamo le vacanze con i risparmi degli operai della Volkswagen – sono asset fondamentali. Creano le condizioni per una buona resistenza del nostro sistema bancario e consentirebbero azioni di sviluppo più coraggiose. Ma soprattutto rendono sostenibile l’indebitamento pubblico, specie se l’economia riprende a crescere». Questa sezione termina con saggi di Fabrizio Maronta e Piero Schiavazzi rispettivamente sul futuro demografico dello Stivale e su quello della Chiesa. 

La riscoperta del futuro è stato al centro dell’VIII Festival di Limes, che si è tenuto presso il Palazzo Ducale di Genova dal 19 al 21 novembre. «La geopolitica è dunque informazione, ma anche formazione collettiva dei cittadini». Così esordiva l’editoriale del primo numero di Limes, che ci iniziava alla geopolitica e nasceva controvento e così inizia l’ultimo numero, con un approfondimento storico sulla linea dell’Elba e con la dichiarazione di principio di volersi staccare dalle analisi economicistiche imperanti per ridare alla storia l’importanza che merita. Sempre scettico nei confronti del cosmopolitismo (e su questo ci permettiamo di dissentire) il direttore di Limes ci ricorda che «Abbiamo una sola vita, ma con-vivendo, ossia componendo il nostro tempo individuale con i tempi dei compatrioti, la pluralizziamo. E ci disponiamo a considerare le opinioni altrui per affinare o mutare le nostre, ad impararne mentre condividiamo il medesimo flusso storico, ne affrontiamo insieme le contraddizioni e ci apriamo al futuro». E ancora: «Noi crediamo che, nonostante le apparenze, l’Italia abbia ancora un ruolo importante e specifico da svolgere». In questo numero, tutto blu, che ricorda l’Italia come potenza marittima, troveremo numerosi spunti per le generazioni future. 

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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