Maria Antonietta e l’affare della collana

La storia della collana è talmente complicata, talmente assurda che nemmeno il genio di Molière sarebbe riuscito a inventarla. I due protagonisti principali della vicenda sono Jeanne de la Motte, l’imbrogliona, e il cardinale di Rohan, lo sciocco.
Jeanne discende dai Valois, non meno nobili dei Borbone, ma nel tempo la sua famiglia cade in rovina tanto che i genitori di Jeanne sono un bracconiere ubriacone e una prostituta. Rimasta orfana ancora bambina è costretta a mendicare fino a che la trova una dama benevola che, sentendo nominare il nome dei Valois, si incuriosisce, si intenerisce e la prende con sé. A diciassette anni sposa un ufficiale dei gendarmi di piccola nobiltà, Nicolas de la Motte. Il matrimonio è un’alleanza d’avventura. I due si inventano un titolo nobiliare e partono per Parigi, che all’epoca pullulava di avventuriere/i, di maghe/i e di imbroglione/i.

In quel tempo illuminato dalle parole di Voltaire, la religione era messa al bando ma, poiché la gente a qualcosa deve pur credere, era subentrata la fede nella magia. Tra i più grossi ciarlatani che facevano furore a Parigi, il più noto era Cagliostro. E qui entra in scena il secondo personaggio della commedia, il cardinale di Rohan, che non è una persona qualunque. Sua Eminenza Luigi René Edouard, primate di Rohan, vescovo di Strasburgo, membro dell’accademia francese, gran cappellano di Francia, appartiene a una delle più nobili famiglie del regno, ma è un uomo sciocco, vanitoso e di costumi licenziosi. È una preda facile, lo è per Cagliostro e lo è per Jeanne, entrambi lo circuiscono, e, uno con la magia, l’altra col sesso, finiscono per dominarlo. Da Cagliostro l’astuta sedicente contessa di La Motte apprende che il cardinale ha la segreta aspirazione di entrare nelle grazie di Maria Antonietta che, dal canto suo, lo disprezza e non gli ha mai rivolto la parola.

Jeanne de Saint-Remy de Valois, contessa de La Motte

Nella mente astuta di Jeanne nasce subito l’idea di sfruttare il punto debole del cardinale. Servendosi del nome dei Valois dovrà farsi amica la regina, o almeno fingere di essersela fatta amica. Così decide di andare a Versailles e di studiarne le abitudini. Quando scopre che in un determinato giorno, in una determinata ora, la regina attraverserà un dato salone, si reca lì e, appena la scorge, simula uno svenimento per attirare la sua attenzione. Ma il piano fallisce, Maria Antonietta non si accorge di lei.
Jeanne non demorde, torna a Parigi e racconta a tutti che la regina l’ha accolta con estrema gentilezza e l’ha persino chiamata «sorella mia!». A quella prima bugia ne fa seguire altre, la fantasia non le manca. Racconta allo sciocco cardinale di altri incontri con la sua regale amica, infiorettandoli con mille particolari. Rohan, ormai convinto che la sua giovane amante sia amica intima della regina, le chiede di intercedere per lui. Jeanne si mostra disponibile, ma mette subito in chiaro che per entrare nella cerchia dei favoriti bisogna essere generosi, è noto che sua maestà è spesso a corto di denaro liquido. Il cardinale abbocca, si dichiara molto onorato di mettere il suo patrimonio e le sue rendite al servizio della regina.

Le richieste a nome dell’augusta sovrana fioccano, naturalmente i denari di Rohan finiscono nelle tasche dei coniugi La Motte. Passa qualche tempo, la regina continua a mostrarsi fredda nei riguardi del cardinale che comincia ad avere qualche dubbio. Jeanne, per rassicurarlo, ne pensa un’altra: fa scrivere dal suo segretario e suo complice alcune lettere a firma della regina, dei falsi naturalmente, ma che per un po’ servono a rassicurare la vittima dell’inganno. Ma Maria Antonietta continua a non rivolgergli la parola e ancora una volta Rohan si insospettisce. La sedicente contessa di de La Motte ha un’ultima pensata: organizza un incontro tra il cardinale e la regina. Sceglie il posto e l’ora, un boschetto di sera, trova una prostituta molto somigliante a Maria Antonietta e la veste in abiti regali. L’incontro ha luogo e il cardinale è un’altra volta gabbato.

Nonostante il fiume di denaro che riempie le loro tasche i coniugi de La Motte non sono ancora soddisfatti: vogliono fare il colpo grosso. E qui entrano in scena altri due personaggi, Bohmer e Bassegne, i gioiellieri di corte. Qualche tempo prima i due avevano fabbricato una splendida collana di diamanti sperando di venderla a Luigi XV, che avrebbe dovuto donarla alla Dubarry; dopo la morte del re avevano offerto per ben tre volte la collana a Maria Antonietta che molto l’aveva ammirata, ma il reale suo sposo aveva rifiutato i soldi dell’acquisto. Questo rifiuto aveva messo i due gioiellieri in difficoltà, visto che avevano investito tutto il loro patrimonio nella collana. Prima di decidersi a smontarla e a vendere i brillanti separatamente avevano tentato l’ultima carta e si erano rivolti alla sedicente contessa di de La Motte chiedendo a lei «che tanto era amica della regina» di persuaderla all’acquisto.
La proposta per Jeanne cade come il cacio sui maccheroni, la sua mente agile si mette all’opera per inventare qualche altro inganno. E qui torna in scena il cardinale di Rohan: è a lui che si rivolge la sedicente contessa di de La Motte spiegandogli che la regina vorrebbe comperare la collana, ma che può farlo solo all’insaputa di quell’avaraccio del re che per ben tre volte gliel’ha rifiutata, solo che per farlo ha bisogno di un amico fidato che le faccia da garante e da prestanome. Chi più fidato di lui? Certo dopo questa prova di lealtà Maria Antonietta gli sarò certo molto riconoscente!

Lo sciocco ci casca e già pensa alle alte cariche che, dopo questo gesto, la regina riconoscente gli affiderà, e l’astuta Jeanne può dire ai gioiellieri che l’affare si farà tramite un mediatore discreto che è nientedimeno che il cardinale di Rohan. L’acquisto è deciso: il 18 gennaio 1785 la cifra pattuita è un milione seicentomila luigi, poi ridotti a un milione cinquecentomila, pagabili in due anni e mezzo in quattro rate semestrali. Il gioiello sarà consegnato il primo gennaio, la scadenza della prima rata seguirà il primo agosto.
Rohan ha qualche dubbio, la cifra è molto alta. Chiede una ricevuta. L’astuta avventuriera lo accontenta e ne fa fabbricare una dal suo segretario complice con in calce la firma: Maria Antonietta Regina di Francia. Appena la collana è nelle sue mani la fa smontare e manda il marito a Londra a vendere i diamanti.
Per qualche tempo non succede nulla, nessuno si insospettisce nel vedere i de La Motte vivere nel lusso più sfrenato. Giunge il primo agosto, Bohmer e Bassenge si recano al palazzo della sedicente contessa per riscuotere la prima rata. La donna li invita a recarsi dal cardinale di Rohan convinta che il povero sciocco, pur di evitare lo scandalo e di non far conoscere al mondo la sua dabbenaggine, accetterà di pagare. Ma Bohmer e Bassage non si fidano di quel farfallone del cardinale, preferiscono recarsi a Versailles dove la regina li riceve. Dopo il primo scambio di parole comprendono, e lo comprende anche la regina, di essere stati vittime di una truffa.

Per la prima volta Maria Antonietta perde il dominio di sé, non passa con disprezzo accanto al fango che le gettano addosso, vuole che la cosa sia chiarita e si appella all’opinione pubblica. Si precipita dal re che, su sua richiesta, convoca il cardinale di Rohan. Questi giunge con indosso i paramenti sacri, è stato chiamato proprio mentre si apprestava a celebrare la messa solenne e lì, a Versailles, sotto gli occhi della corte, lo fa arrestare.
Il gesto avventato della regina scoperchia un nido di vipere. Il cardinale è erede di uno dei nomi più antichi di Francia ed è legato di consanguineità con altre stirpi feudali, con i Sabise, i Marsan, i Condé; queste famiglie si sentono offese, come pure si sente offeso l’alto clero che considera l’arresto una profanazione. C’è inoltre un altro gruppo di potere che la coppia reale si è inimicata, la massoneria. Infatti lo stesso giorno del cardinale di Rohan viene mandato alla Bastiglia anche Cagliostro, Gran Maestro della massoneria. L’odio, l’invidia, le gelosie a lungo covate si scatenano. Libelli invadono Parigi e Maria Antonietta ne è ancora la vittima.

Il processo che segue dimostrerà che la regina è stata trascinata in questo inganno del tutto ignara, ma il popolo affamato scopre come la corte, ed in particolare la regina, dilapidi il suo denaro. Il malcontento e il rancore verso di lei crescono. Innocente quindi risulta Maria Antonietta, vittima di una truffa, ma è evidente che tale truffa non avrebbe potuto essere ordita se la sua trascorsa condotta, la sua leggerezza, la sua sete di divertimenti, la sua smodata prodigalità, la sua reputazione non l’avessero permessa.
Come disse un giorno di lei Napoleone «La regina era innocente e per rendere nota in pubblico la propria innocenza volle che il Parlamento fosse giudice. Il risultato fu che si ritenne la regina colpevole».

(continua)

***

Articolo di Anna Luisa Balducci

Sono nata a Ravenna nel lontano 1933 da padre romagnolo e da madre triestina. Ho frequentato a Trieste il liceo scientifico e mi sono laureata all’Università di Pisa. Ho insegnato, prima alle superiori, poi alle medie e ho terminato la mia carriera alla scuola media di San Casciano in Val di Pesa. Dopo essere andata in pensione ho collaborato con L’arena di Pola, Capodistria addio e altri giornali affini. Ho pubblicato romanzi e racconti su giornali femminili.

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