Editoriale. “Perché ti fece amor povero ancora”. Auguri di pace

Carissime lettrici e carissimi lettori,  

la prima parola di oggi non può che essere Auguri! Condivisibili, inclusivi, persino antichi. I fedeli e le fedeli del Cristo festeggiano oggi la nascita del figlio di Dio. Chi non crede e coloro che guardano in modo diverso il cielo, e gli inferi, chi ricorda il mondo dell’antichità con il riecheggiamento delle celebrazioni del dio Sole, a cui un tempo era dedicata la festa, tutti e tutte cercheranno, trovandolo, nella festa di oggi un simbolo, che è di pace, un’occasione di incontro, seppure cauto, tenendo conto dei tempi. 

Dopo una settimana di fermo, per un motivo di salute (ho ricevuto, quasi come un dono di Natale, una spalla rinnovata nelle sue parti, dopo un formidabile ruzzolone!) sono contenta di ritrovarmi con voi, a casa, a riflettere su questo fine anno che speravamo migliore, ma che, in fondo, ci ha fatto vedere anche cose belle, donandoci buonissime soddisfazioni. Da quelle sportive, partendo dai grandi record e dalle medaglie di tutti i metalli guadagnate dagli atleti e atlete italiane con caparbia costanza nelle Olimpiadi e Paralimpiadi, entrambe ritardate di un anno, di Tokyo, ai traguardi scientifici con la splendida medaglia del nuovo Nobel per la Fisica conquistata dal professor Giorgio Parisi che ce ne ha mostrata con aria divertita, come solo i/le grandi sanno fare, anche una tutta di… cioccolato, come quelle che mangiavamo da bambine/e trovandole proprio sotto l’albero. Un segno dell’intelligente e fine senso dell’ironia del professore premiato che ci ha fatto capire, pensare, la forza delle rivoluzioni scientifiche che hanno il potere di cambiare la nostra visione del mondo. Ci ha comunicato, con parole comprensibili, la capacità di analizzare il caos, il complesso e di guardare al semplice: «Un cane è un sistema complesso e un bicchiere d’acqua è il simbolo di uno semplice», ci ha spiegato Parisi. Poi con le sue interviste, con la sua disponibilità, ci ha fatto capire il perché di tutto quel grande affetto che da subito gli hanno mostrato i suoi ragazzi, all’Istituto romano di Fisica della Sapienza che è intitolato a un altro grande Nobel, Guglielmo Marconi.  

L’anno che sta per chiudersi ci ha dato anche chiari insegnamenti, la necessità della cura, sostantivo femminile singolare di interpretazione nuova del mondo, e ci prepara a eventi del futuro, anche molto prossimo, come l’ascesa di un nuovo o nuova inquilina al Quirinale, il colle per eccellenza della Capitale e dell’Italia politica.  

«Tu scendi dalle stelle/ O Re del Cielo/ E vieni in una grotta/ Al freddo al gelo/… O Bambino mio Divino/ Io ti vedo qui a tremar/… O Dio Beato/ Ahi, quanto ti costò/ L’avermi amato!/ A te, che sei del mondo/ Il Creatore/ Mancano panni e fuoco/ Giacché ti fece amor/Povero ancora!… Caro eletto Pargoletto/ Quanto questa povertà/ Più mi innamora!/ giacché ti fece amor povero ancora!” (https://www.youtube.com/watch?v=HzU9vVK51-Y).  
Tu scendi dalle stelle è tra i canti di Natale più famosi. Diffusissima in Italia, è conosciuta anche nel mondo: sette strofe di sei versi ciascuna formati da endecasillabi a rime baciate e ottonari. Nota anche come Canzoncina a Gesù Bambino o più semplicemente A Gesù Bambino (fu pubblicata nella versione definitiva nel 1815) è un canto di Natale composto nel dicembre 1754 dal vescovo e santo campano Alfonso Maria Liguori che forse la scrisse nel Convento della Consolazione di Deliceto, vicino Foggia. Ma più probabilmente il canto natalizio prese corpo in casa di don Michele Zamparelli, a Nola (Napoli) e deriva dall’originale in lingua napoletana Quanno nascette Ninno. Giudicato come una Pastorale è il primo esempio di canto sacro in dialetto. Qui, con il link che vi ho indicato appena sopra, l’ascoltate dalla splendida voce di Luciano Pavarotti che la cantò qualche anno fa a Vienna, proprio in occasione del 25 dicembre. La interpretarono altre voci celebri come Mina e Eugenio Bennato.   
La musica che sottende queste parole l’ho sentita ripetersi durante la programmazione, su qualche rete televisiva, proprio nel periodo del mio ricovero ospedaliero, come una sorta di Pubblicità-Progresso che prende ispirazione dai muri, reali e metaforici, dagli ostacoli, dagli abbandoni di migliaia di persone, di figli e figlie dell’Uomo, che chiedono, come la piccola famiglia profuga del Cristo, verso Betlemme, asilo da questa parte dell’Europa.  

Tanti e tante persone dalla vita negata, soprattutto bambine e bambini abbandonati/e malvestiti/e, costretti a vivere in mezzo alla neve, un deserto di freddo. Le immagini mi hanno colpita come la musica. Passavano stupende fotografie di bambine e bambini, in mezzo al “freddo e al gelo” in un paesaggio pieno di neve. Tra loro c’è anche qualche adulto, ma la scena non era esattamente di terrore. Dava invece l’idea netta, di un fermo, questo sì terribile, di un’immagine come pietrificata, gelida come la neve che faceva da fondale alla scena.
Gli occhi sgranati, eccessivi, dei bambini/e ritratti ci parlano dell’angoscia di questi piccoli e piccole protagoniste, loro malgrado, di una azione tra le più terribili umana: il respingimento e l’indifferenza.  
Da un’altra parte, sul mare, il dramma dei bambini e bambine che tentano di vivere, rischiando la morte nell’acqua salata, un dramma simile. Come nella canzone dell’indimenticabile Lucio Dalla mi è sembrato proprio Gesù Bambino il piccolo esserino di appena un anno di vita che è sbarcato sabato scorso a Lampedusa, da solo, abbandonato, per una speranza di salvezza, dai suoi genitori ai quali forse è stato impedito di salire a bordo. I finanzieri lo hanno trovato in un barchino, il più piccolo tra i settanta uomini e donne arrivati all’’isola dei Conigli, tra cinquecento naufraghi giunti quasi contemporaneamente con sette imbarcazioni diverse. Sono tanti e tante queste piccole creature affidate al Mediterraneo. Si è giustamente detto che «Partire per loro diventa l’unica opzione. Anche a costo di morire». 

Ecco il legame con lo spirito natalizio e con le parole del canto settecentesco. Una terribile dissociata unione/contrasto con questa celebrazione di oggi. Il dramma che si svolge immobile (altra contraddizione schizofrenica) tra la Bielorussia e la Polonia o nel cosiddetto mare tra le terre, come lo hanno battezzato i romani, è il dramma dell’umanità che non porta compassione per i suoi figli e le sue figlie. Che non sa accogliere e lascia che tutti i re e le regine del cielo dormano in un luogo non riparato, in una grotta che qui, oggi, neppure c’è, lasciati con l’indifferenza «lì a tremar.» 
Seguiamo il canto e domandiamoci fino a quanto devono soffrire per avere il diritto, questo sì sacrosanto, della pietà (la pietas dei latini). Quanto l’essere umano deve spingersi perché possa attuare il caparbio, e aggiungerei legittimo, amore per la vita: «e quanto ti costò l’avermi amato!» Ci spaventa la nudità delle figure rappresentate nello spot di cui vi parlo: «Mancano panni e fuoco/ giacché ti fece amor povero ancora.» 
Panchine per bianchi, posti in autobus per neri, treni rosa. Non sono i colori quelli che contano. Ma gli uomini e le donne a cui ciascun colore rimanda, che li definiscono, che li subiscono, creando la terribile atmosfera dell’apartheid, posizione sociale che oggi è tutt’altro che scomparsa.  

La scorsa settimana nell’editoriale (n.145) si è parlato di treni rosa. Vorrei ritornarci per quel messaggio, spaventoso quanto, o tale proprio perché è consueto, abituale, di dividereseparare e non mettere in atto, azione teatrale, importante, la mentalità innovativa, femminile, ma non stereotipata, della cura. Un termine questo che deve entrare in un vocabolario innovativo, scevro dal maschilismo imperante che dal linguaggio si fa carne nelle membra del socialeDobbiamo non stancarci mai di mettere al centro del nostro agire la parola che costruisce il linguaggio: ha una valenza politica, quella del nominare per far esistere. Non è cosa da poco: premette una visione del mondo. 

Ecco come si presenta sul suo blog Anarkikka, i cui disegni mi mettono gioia e arricchiscono il pensiero, e cosa scrive dei treni rosa: «A volte mi chiamano Stefania. All’anagrafe non più giovanissima, ma non ci faccio caso. Napoletana, ma non faccio caso neanche a questo. Sono illustratrice. Racconto di violenze su donne e bambini, di disparità e discriminazioni, di diritti umani e diritti negati. Le tavole di Unchildren, E’ nata donna, Non chiamatelo raptus, Violenza assistita, vengono esposte in mostra itinerante tutto l’anno. Silenziosa dalla nascita, ho sempre disegnato, ma da quando mi piace parlare, vignetto pure». 
Sui treni rosa Anarkikka ragiona così: “I treni di notte fanno paura, ma non sono i luoghi più spaventosi per una donna. Il luogo più pericoloso per una donna è la casa. Poi il resto: le strade, la metro, un parco, una festa, un bagno pubblico, sul lavoro… Senza differenza. La differenza possiamo farla noi, tutt* insieme, insistendo nel chiedere rispetto e pari diritti e pari dignità, pretendendo educazione per i piccoli e le piccole, confronti con i e le giovani, insistendo affinché la società tutta si faccia carico del cambiamento culturale necessario, e ognun* nel proprio piccolo e grande mondo.  
Non è arretrando che si fanno passi avanti, non saranno le gabbie a renderci libere. Tutto ciò che si costruisce sulla paura fallisce, e concedere al mondo la scelta di rinchiuderci è sbagliato perché quello è il mondo da cui veniamo e da cui già a gran fatica proviamo a uscire.  
Dire a una giovane donna che nel suo futuro ci saranno luoghi “rosa” distrugge la speranza, vanifica ogni suo sforzo per una esistenza libera.  
I messaggi, come le parole, sono alla base di ogni nuova possibilità, disegnano il futuro, te lo fanno immaginare e, quindi, lo producono. Anche in un giovane uomo. Abbiamo la responsabilità collettiva di non cedere.  
È dura? Sì. Ci vuole tempo? Sì. Per questo non dobbiamo indietreggiare, perché il tempo passato è già troppo e ancora lungo quello da venire.  
Tutte noi conosciamo la paura, molte la violenza, quindi ascoltiamoci, sosteniamoci, ma non caschiamo nelle trappole addirittura costruendole. È il modo perfetto di farci fare il lavoro sporco tirandolo a lucido.» 

La poesia di oggi la conoscerete sicuramente. Si intitola Natale, l’autore è Giuseppe Ungaretti che la scrisse a Napoli il 26 dicembre del 1916, il giorno successivo alla festa di oggi, dedicato al Santo Stefano. La poesia parla del ritorno a casa di un soldato in licenza durante la prima guerra mondiale. Mostra una persona, un giovane, devastato dagli orrori della guerra, che non ha voglia di festeggiare, nonostante che intorno ci siano persone felici. 

Natale 

Non ho voglia di tuffarmi 
in un gomitolo 
di strade 

Ho tanta 
stanchezza 
sulle spalle 

Lasciatemi così 
come una 
cosa 
posata 
in un 
angolo 
e dimenticata 

Qui 
non si sente 
altro 
che il caldo buono 

Sto 
con le quattro 
capriole 
di fumo 
del focolare 

(Giuseppe Ungaretti, 1916) 

Ma è giunto il momento di presentare gli articoli che leggeremo questa settimana. Cominciamo, come sempre, con le donne di Calendaria. Marcelle Lentz Cornette: all’ombra del Parlamento Europeo è l’articolo che ci descrive uno dei tanti esempi di oblio storico nei confronti di una donna, che è stata pioniera della Commissione ad hoc sui diritti delle donne al Parlamento Europeo e di cui si sa ancora pochissimo per la difficoltà di reperire dati e fonti. Simone Veil, Madame Europa, ci racconta la vita intensa e impegnata della prima Presidente dell’unico organo eletto direttamente dai cittadini e dalle cittadine dell’Unione Europea, definita “coscienza d’Europa”. Una bellissima storia di un amore impossibile è quella che leggerete nell’articolo Maria Antonietta e Hans Axel de Fersenla terza puntata di una serie dedicata a Maria Antonietta. Per la serie Le ambientalisteEllen-Swallow Richards e la nascita dell’ecologia ci guida alla scoperta della donna, ingegnera, chimica e attivista femminista che per prima utilizzò la parola “ecologia” in inglese e per prima fu ammessa al Mit, pur non potendo intraprendere la carriera accademica, allora vietata alle donne.  

La donna nell’antica Cina. Quando femminilità fa rima con inferiorità è la prima puntata di una nuova serie che conferma che le donne cinesi per secoli sono state considerate inferiori, semplici fattrici di una discendenza possibilmente maschile, nonostante un inizio che faceva ben sperare. 

Fantascienza, un genere (femminile). Italia, anni Novanta – parte prima. Nicoletta Vallorani ci descrive la scrittrice che per prima ha vinto nel 1989 il premio Urania, oltre ai suoi libri e alle protagoniste dei suoi romanzi. 

Di viaggi ispirati si tratta in Viaggio in Spagna, è ancora María Zambrano che mi chiama! un percorso nelle città spagnole tra cui spicca la Segovia di Zambrano e Machado. 

Traduzione e nuove tecnologie fa capire come gli strumenti informatici, che permettono di passare velocemente da una lingua ad un’altra, non possono assolutamente sostituire del tutto l’opera la capacità di cogliere la complessità di traduttrici e traduttori professionisti.

La recensione di questa settimana riguarda il libro di Rosa Russo Jervolino Maria Eletta Martinia dieci anni dalla morteper la serie Italiane, una Madre della Patria a cui si devono leggi importanti e che fu una grande sostenitrice del volontariato. Amava ricordare che ogni qualvolta la Costituzione usa la parola Repubblica non si riferisce alla Stato ma a tutte e tutti noi. Di recensioni e di un gruppo di lettura molto speciale riferisce Vitamine vaganti aderisce al torneo letterario di Robinson, l’articolo che recensisce due opere squisitamente femminili sottoposte al giudizio delle forti lettrici e dei forti lettori di questo gruppo, Borgo Sud di Donatella di Pietrantonio e Sette opere di misericordia di Piera Ventre. 

Elisabetta Caminer, prima direttrice di un giornale italiano è un articolo che ci fa conoscere una figura femminile pioniera nel campo del giornalismo nel secolo dei Lumi, capace di distinguersi «ai piani alti di un settore prevalentemente maschile e brillando in tutta Europa come intellettuale illuminista d’eccezione».

Le puttane disobbedienti è un’altra puntata della serie dedicata alle figure femminili che hanno osato differenziarsi e non omologarsi. Una storia di ribellione poco conosciuta che segna un’importante vittoria delle prostitute di un bordello in Patagonia, solidali con le richieste dei peones, nei confronti dello strapotere dei soldati. 

Per la Sezione Juvenilia, Voci dal passato: il mio incontro con Maria Minazzi è la relazione su un lavoro di una studente della classe 2 F dell’Iis Tartaglia-Olivieri di Brescia, che ha partecipato alla sezione A-Giornalismo d’inchiesta del concorso Sulle vie della parità VIII ed., in collaborazione con l’Agenzia di stampa Dire.   

Chiudiamo con tre ricette all’interno de Il mio cenone: sformatini di patate farciti, lasagne al forno con pane carasau, filetto di branzino con cipollotto di Tropea e aceto balsamico.

Buona lettura a tutte e tutti e ancora tanti auguri di Buon Natale.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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