Maria Antonietta e Hans Axel de Fersen

Nei libelli in cui sono elencati i nomi degli amanti di Maria Antonietta, il nome di Axel de Fersen non appare. Eppure il suo legame con la regina è confermato da tre suoi contemporanei: Napoleone, Talleyrand e il ministro di Luigi XVI Saint-Priest, testimone oculare di tutti gli eventi.
Quella tra Maria Antonietta e Fersen fu una storia importante, una grande storia d’amore che si svolse in parte all’ombra del trono e in parte all’ombra della ghigliottina.

Il conte Axel de Fersen è svedese, è figlio di un ricco e influente senatore, porta un antico nome aristocratico, è alto, bello, gli occhi azzurri e i capelli biondi. Ha diciotto anni, è il 30 gennaio del 1774, quando a un veglione dell’Opéra una graziosa damina mascherata gli va incontro, gli parla, civetta con lui, forse il giovane spera in un’avventura galante, ma la damina si toglie la maschera e si fa riconoscere. È la diciottenne delfina di Francia. Non sappiamo se dopo questo incontro tra loro sia nato un flirt, quello che sappiamo è che, due giorni dopo la morte di Luigi XV, Axel riparte per la Svezia.
Anni dopo, siamo nel 1778, il giovane torna in Francia. Antonietta non l’ha scordato, lo riconosce subito. La persona che Axel de Fersen si trova davanti non è più la ragazzina che ha incontrato al ballo dell’Opera, suo marito ha finalmente consumato il matrimonio, ha avuto un figlio, è diventata una donna. L’attrazione tra i due rinasce istantanea: Maria Antonietta quando lo vede arrossisce e un pomeriggio che giunge inatteso, inizia a tremare. È innamorata e non sa nascondere i suoi sentimenti.
I cortigiani e le cortigiane osservano, non vi è nulla di più divertente che spettegolare sulla coppia reale, si chiedono: «Quando la regina se lo prenderà come amante?»
Axel de Fersen capisce chiaramente che un amore tra loro è impossibile, si allontana, parte per l’America con La Fayette.
Ecco cosa scrive l’ambasciatore di Svezia a re Gustavo: «Debbo confidare alla Maestà Vostra che il giovane Fersen era così ben visto dalla sovrana che ciò suscitò sospetti in alcune persone… durante gli ultimi giorni la regina non poteva staccare gli occhi da lui e, quando lo fissava, le si riempivano gli occhi di lacrime».

Fersen ritorna nel giugno del 1783 con le truppe d’America e si affretta a recarsi a Versailles. Il padre non approva che il figlio resti in Francia, spera per lui un ricco matrimonio. Ma il giovane non pensa affatto di sposarsi, come chiaramente spiega in una lettera alla sorella: «Ho preso la decisione di non contrarre mai un impegno matrimoniale. Sarebbe contro natura… all’unica cui vorrei appartenere e che mi ama, appartenere non posso, preferisco allora non essere di nessuna».
Per due anni ancora Fersen dovrà accompagnare Gustavo di Svezia nei suoi viaggi e questo lo terrà lontano da Versailles, ma nel 1785 si stabilirà definitivamente in Francia.
Undici anni sono trascorsi dal loro primo incontro e questi anni hanno notevolmente cambiato Maria Antonietta. L’affare della collana, l’odio e il fango che si sono riversati su di lei, l’hanno fatta maturare. Ora è una donna diversa che allontana da sé i falsi amici e ha bisogno di un affetto sincero. Fersen da parte sua, ora che la vede odiata, calunniata, perseguitata, si sente ancor più legato a lei. Scrive in una lettera alla sorella: «Ella è molto infelice e il suo coraggio, oltre ogni dire ammirevole, me la rende ogni giorno più attraente» e più avanti «Elle pleure souvent avec moi, juge si je dois l’aimer (ella piange spesso con me, giudica tu se non debbo amarla)».
Ma Maria Antonietta è ancora la regina di Francia e una relazione pubblica sarebbe disastrosa per la sua reputazione, così i due fanno ogni cosa per tenerla celata. Fersen non prende parte alle feste, alle allegre cene, non si mescola con gli amici della regina, non chiede favori, giunge a Versailles di notte col favore delle tenebre.

Ecco perché il suo nome non appare mai nei libelli e nella lista dei presunti amanti della regina manca quello di colui che lo fu realmente. I loro sono incontri brevi, rubati, fino a che la rivoluzione scoppia e Maria Antonietta, circondata e scortata dalle popolane di Parigi urlanti, non deve lasciare la reggia e stabilirsi a Parigi; da quel momento il romantico cavaliere del nord e la regina dimenticano i limiti convenzionali. Fersen è presente ogni giorno a palazzo, ogni lettera di Maria Antonietta passa sotto i suoi occhi, è lui che asciuga le sue lacrime. Nel momento in cui tutti l’abbandonano lui le è accanto, lui «le plus aimant e le plus aimé (il più amante e il più amato)».
E il re? Certo sapeva, Maria Antonietta non era un’ipocrita, lo sapeva e aveva accettato. Ecco che dice a questo riguardo Saint-Priest: «La regina aveva trovato il modo di far accettare la sua liaison col conte Fersen».
Quando era iniziata la storia d’amore tra i due, i reali di Francia erano sposati da 15 anni, avevano avuto quattro figli, era nato il Delfino, l’erede al trono, e, come è confermato da una lettera dell’imperatore Giuseppe, Maria Antonietta aveva deciso che era ora di smettere di sacrificarsi sull’altare della dinastia, di mettere fine a quella caricatura di nozze. Non era donna da dividersi tra due uomini e re Luigi, che provava per lei affetto e tenerezza, la comprese e si ritirò in buon ordine. Del resto anche per lui i doveri coniugali non avevano mai avuto una grande attrattiva.
Dopo la disgraziata fuga a Varennes, che lui stesso ha organizzato, Fersen se ne deve andare, è diffidato dal tornare a Parigi, pena la morte.
Ma la paura della morte non lo ferma, Fersen se ne va, ma torna per dare un ultimo addio alla donna amata. Con documenti falsi, accompagnato da un solo cameriere, entrerà di soppiatto in città, raggiungerà le Tuileries, entrerà col favore delle tenebre per la porticina segreta e, dopo mesi di lontananza, trascorrerà l’ultima notte con lei.

I due non si vedranno mai più, vivranno separati, ma non per questo meno vicini, mai smetteranno di pensare l’uno all’altra.
Nell’ultima lettera di Maria Antonietta, scritta alla Conciergerie la notte prima della morte, lettera diretta alla cognata Elisabetta che la pietà del carceriere le ha permesso di scrivere, ma che non sarà mai recapitata, tra le altre cose dice: «Avevo degli amici, l’idea di esserne separata per sempre e le loro pene sono uno dei più grandi rimpianti che porto con me».
È indubbio che nella parola amici si nasconde il conte de Fersen che non poteva essere nominato apertamente. Per conto suo, all’annunzio della morte della regina, così Fersen scrive alla sorella: «Lei non vive più. Il mio dolore è al colmo e non so come possa esistere ancora, non so come reggo al mio tormento che è estremo… sempre l’avrò presente nella memoria e vivrò soltanto per piangerla».

***

Articolo di Anna Luisa Balducci

Sono nata a Ravenna nel lontano 1933 da padre romagnolo e da madre triestina. Ho frequentato a Trieste il liceo scientifico e mi sono laureata all’Università di Pisa. Ho insegnato, prima alle superiori, poi alle medie e ho terminato la mia carriera alla scuola media di San Casciano in Val di Pesa. Dopo essere andata in pensione ho collaborato con L’arena di Pola, Capodistria addio e altri giornali affini. Ho pubblicato romanzi e racconti su giornali femminili.

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