Viaggio in Spagna, è ancora María Zambrano che mi chiama!

Chi decide la meta? Sei tu che la decidi o è lei che ti attira a sé?
A me, con una decina di giorni a disposizione a fine ottobre, è apparso chiaro un percorso: le piccole città attorno a Madrid! Itinerario circolare che inizia e termina a Madrid e che tocca Segovia, Salamanca, Avila e Toledo. Di queste, oltre a Madrid, solo Toledo mi era nota, ma era gradevole l’idea di rivederla. Il 19 ottobre un volo ci porta a Madrid dove recuperiamo un’auto a noleggio. Sulla strada per Segovia si incontra il monastero dell’Escorial che sarà la prima tappa. La sua enorme sagoma appare già inquietante fin da lontano; lo si vede sui monti, la catena della Guadarrama a Nord-Ovest di Madrid, incastonato in un centro abitato. È un grande insieme di granito grigio con torri in ardesia, è l’edificio architettonico più importante del Rinascimento spagnolo e la sua costruzione iniziata nel 1563, è terminata nel 1584.

San Lorenzo de El Escorial

All’epoca, si diceva che fosse l’edificio più grande del mondo ed era considerato di certo l’opera d’arte più colossale di tutta la penisola spagnola. È un convento, ma sembra per lo più un carcere, di splendida fattura con mura altissime e nude e con un gran numero di finestre che sembrano feritoie; si contano 2000 stanze, oltre 1200 porte, 86 scaloni, 16 cortili, 15 chiostri e 88 fontane. Il colore dell’edificio è freddo, così lo volle Felipe II, come spoglia d’ornamenti volle la chiesa, tra le più grandi di Spagna, che sorge su un lato del principale cortile interno. Ogni elemento è ispirato agli ideali di equilibrio e sobrietà, proprio quelli della Controriforma, ma è più facile che incuta paura, viste le labirintiche forme dell’edificio che richiamano all’Inquisizione che lì operò per molto tempo. Ho provato gran sollievo all’uscita e nessun rammarico per non aver potuto visitare il Pantheon dei re spagnoli che sapevo essere ricco di imponenti tombe in un luogo buio e tetro, certamente molto adatto all’ambientazione di un thriller.

Si riprende quindi il viaggio in direzione di Segovia, la città che mi attirava molto… per diverse ragioni, ma più che ragioni… erano emozioni, intuizioni, rivelatesi poi veritiere. Segovia, infatti, è una città bellissima, quella che ho amato maggiormente in questo viaggio. Sapevo che è stata la città adottiva di María Zambrano, nata a Velez-Malaga nel 1904, quella in cui visse dai 5 ai 20 anni, l’infanzia e l’adolescenza fino al trasferimento a Madrid per frequentare l’università.

L’acquedotto di Segovia

Ma andiamo con ordine… La città si trova sulla Meseta, a 1000 metri di altitudine, è su un’altura rocciosa a forma di mandorla circondata da due fiumi, Eresma e Clamores. Si sale verso il centro su vie che si fanno sempre più tortuose dalle quali appare l’imponente acquedotto romano, risalente al I secolo sotto il governo dell’imperatore Traiano e che è rimasto intatto da 2000 anni ad oggi, con 118 arcate e 28 metri di altezza; fu progettato per portare l’acqua alla città prendendola da un fiume distante qualche chilometro e ve l’ha portata fino a qualche anno fa. Salendo ci si stupisce della presenza di case e palazzi che mantengono la tipologia medioevale, con esercizi commerciali aperti sulla strada e con facciate ricoperte da «esgrafiados», motivi geometrici di color sabbia di tradizione araba che richiedono molta mano d’opera. Per mantenere queste caratteristiche decorazioni il comune di Segovia ha sostenuto, recentemente, un’importante opera di restauro così da conservare intatto l’originale volto della città. Il nostro albergo si trova proprio in centro, nella via che dà sulla plaza Mayor, importante luogo di ritrovo, accanto alla cattedrale tardogotica che sorge sul punto più alto della città. Bellissima, vista in quelle ore del tramonto di una giornata serena e tersa, emana essa stessa una luce calda e dorata; viene chiamata “la dama” per la sua forma ampia e allargata come quella della gonna di una dama.

Cattedrale di Segovia

Come ogni cattedrale ha il suo bel chiostro e la sua sala capitolare della quale, si dice, avesse avuto il soffitto ricoperto da lamine d’oro, il primo proveniente dall’America. La via che costeggia la cattedrale porta all’Alcazar, il castello dei sovrani di Castiglia, attualmente ricostruito in stile fiabesco con torricine a ricopertura conica rivestite d’ardesia. Quante chiese romaniche e gotiche vi sono a Segovia! Si giunge a loro camminando tra vie antiche ed è come camminare indietro nel tempo. Ho visitato San Miguel, gotica, dove Isabella la Cattolica fu proclamata regina di Castiglia nel 1474; San Martin, pregevole chiesa romanica; San Esteban duecentesca dal bellissimo campanile a cinque ordini e San Juan de los Caballeros, romanica. Anche i dintorni di Segovia hanno chiese e monasteri d’epoca.
I turisti, che solitamente fanno una visita da Madrid di una giornata, sono attratti, oltre che dalle bellezze artistiche, anche dall’arte culinaria che vanta la città e, in special modo, dal maialino al forno: il «cochinillo», che confermo essere una vera delizia.

María Zambrano

Camminando per le vie della città il pensiero va continuamente a María Zambrano che le aveva di certo percorse negli anni della sua permanenza a Segovia. Poiché il cuore della città mantiene l’aspetto antico, immaginarvi la sua presenza è stato ancor più facile, così come quella di Antonio Machado, il poeta amico di suo padre, che anche lei stimava molto. Di lui c’è una statua in bronzo in plaza Mayor e la casa museo dove visse dal 1919, anno in cui ebbe la cattedra di francese a Segovia, al 1932 in cui la ottenne a Madrid. Negli ultimi mesi del 1919, un gruppo di intellettuali segoviani, insieme ad Antonio Machado, creò l’Università Popolare di Segovia.

Antonio Machado

A Segovia, Machado aveva trovato un ambiente culturale in linea con i suoi gusti e presto si era connesso con il settore più dinamico e impegnato dell’intellighenzia locale. Fu quella un’esperienza educativa pionieristica in Spagna, nata proprio pochi giorni prima dell’arrivo del poeta in città dall’interesse di vari professori dell’Istituto e della Scuola Normale. Machado aveva accolto con entusiasmo questa iniziativa e offrì corsi serali gratuiti alla classe operaia. Tenne corsi di francese e letture letterarie e condusse vivaci incontri. L’obiettivo dell’Università Popolare era l’estensione della cultura ai settori sociali tradizionalmente più lontani da essa. Furono anni di intensa attività a mezzo stampa come autore di articoli di chiara vocazione pedagogica che culminarono negli anni della Repubblica, con la pubblicazione di Juan de Mairena, e successivamente, nel corso della guerra. Da Segovia, Machado si recava settimanalmente a Madrid, dove seguiva da vicino gli eventi culturali e politici. Erano anni di grande tensione in Spagna, con una moltitudine di eventi, che preludono alla crisi che porterà alla dittatura di Primo de Rivera. Il 4 marzo 1922 firmò il manifesto della Lega spagnola per la difesa dei diritti umani e sarà il presidente della delegazione segoviana della Lega e Unamuno, il filosofo basco, lo sarà di quella nazionale. I suoi fondatori avevano proposto di avvicinare la cultura alla gente, erano insegnanti come Blas Zambrano, padre di María; crearono una Biblioteca Circolante, e per questo, ciascuno dei fondatori donò una serie di libri e con questa biblioteca andarono di città in città. Molti di questi libri sono esposti nella casa museo. Attualmente molti sono gli eventi che si tengono in memoria di Machado nella sua Casa Museo. Uno dei più importanti è quello che si organizza il 22 febbraio, data della sua morte: ogni anno vengono lette poesie davanti al busto del poeta, in suo omaggio.

La sua casa era in realtà una pensione, gestita da una donna, dove lui ha vissuto con altri ospiti; nel visitarla ho provato tanta tenerezza per quei semplici oggetti e arredi degli anni ’20 e ’30 che danno un’atmosfera di intimità di altri tempi.

Interno della casa di Machado

Proprio al gestore della casa ho chiesto informazioni circa la casa di María Zambrano, così ho potuto raggiungere la sua abitazione che non è però visitabile al suo interno. Una targa in bronzo la ricorda, in via Gracador Espinosa accanto al quartiere ebraico, un suo grande ritratto, alla vetrina di una libreria lì accanto, la ricorda ai passanti.

Nei suoi scritti María Zambrano parla spesso dell’acqua come agente di vita, dice che a Segovia l’acqua si incanala con bellezza e con quella precisa razionalità che i romani applicavano alle loro opere di ingegneria come per l’acquedotto. Ma l’acqua in città è protagonista anche dei fiumi, dice Zambrano. I Clamores si fanno presenti solo per il rumore, ha precisato, tirando il gioco di parole. I due fiumi, il Clamores e l’Eresma, non circondano ma delimitano e definiscono la città, percorrendo canali in modi e significati molto diversi, scrive, in due pendii che diventano come due sistemi essenziali della stessa storia; due dimensioni – sempre inevitabile la dualità nell’umano – di una storia e del suo mistero. Nel libro di María Zambrano su Segovia ci dice che «a Segovia ha imparato a guardare» ed era e continua a essere, «un luogo sacro, un luogo del sole nella sua massima potenza» come San Lorenzo, il quartiere medievale omonimo, con la sua torre in mattoni, esempio della comunione tra romanico e mudéjar, tra lo scalpellino cristiano e il capomastro moresco, Zambrano sapeva ben cogliere le connessioni tra gli opposti.

Targa a María Zambrano

María Zambrano aveva un’attrazione speciale per S. Juan de la Cruz che proprio a Segovia ha la sua sepoltura; dice «Ci sono scrittori santi e predicatori, meditatori e persino filosofi, ma poeta, beh, un poeta come San Giovanni, non è forse un caso senza pari? Una religione che permette la poesia, che la genera?» Proprio a Segovia San Juan scrisse di «musica tranquilla» e «solitudine sonora». María Zambrano era devota a san Giovanni della Croce, grande mistico e ha sempre avuto Unanumo, poeta e filosofo basco, come riferimento, pur mantenendo sempre un rapporto cordiale con Antonio Machado, in rispetto a suo padre.
A Segovia, María Zambrano ha forgiato la sua formazione etica, sociale e politica che ha sintetizzato con la frase «Segovia, luogo della parola». Un legame che l’ha segnata per tutta la vita e negli anni di esilio, in paesi come Cuba, Porto Rico, Italia e Svizzera, ricordava sempre Segovia, la sua «città assente».
Recentemente la società municipale ha approvato all’unanimità la nomina di María Zambrano a Favorita e Adottiva Figlia di Segovia, come riconoscimento della società Segoviana alla figura importante della pensatrice spagnola del XX secolo e per aver riconosciuto, in anticipo sui tempi, il ruolo trasformativo delle donne ed essere stata d’esempio alle ragazze; infatti è stata una delle poche giovani donne del suo tempo ad andare al college. Zambrano ha scritto bei versi sulla sua città, tra i più famosi la frase: «In Segovia la luce non si posa dal cielo, ma è proiettata dalla città stessa». Da qualche tempo, il Campus universitario di Segovia titolato a María Zambrano, esorta i giovani e le giovani all’impegno culturale, con un particolare sguardo all’unità europea.

Ultima abitazione di María Zambrano, Madrid

Dopo le tappe di Salamanca, Avila e Toledo, le cui osservazioni rimando a un futuro articolo, abbiamo sostato due giorni a Madrid, prima del rientro. A Madrid, senza precisi programmi, avendola già vista in passato, abbiamo l’alloggio non lontano dal Prado al quale si fa visita, come anche allo splendido parco del Buen Ritiro che gli è accanto. Per pura curiosità controllo il biglietto che mi ero messa in tasca prima dipartire, dove avevo segnato l’indirizzo di dove, in Madrid, aveva vissuto María Zambrano dal rientro in patria dopo il lunghissimo esilio: via Antonio Maura, a pochi passi dal Prado. Dunque sono proprio vicino. Sono io che la seguo o è lei che mi precede? Una casa elegante in un quartiere signorile. Qui è stata dal 1984 al febbraio 1991. Colgo, davanti all’imponente portone, che il mio grande interesse per Zambrano è legato al fenomeno religioso, perché nei suoi libri trovo la ricchezza multiforme della sua riflessione con elementi antropologici, culturali, filosofici e mistici. Questi sono i suoi strumenti per indicare le radici che il fatto religioso ha nella natura umana e anche le cause del moderno occultamento del sacro. Grande è il suo lavoro con il linguaggio, la sua ricerca di codici espressivi alla ricerca della forza creativa e della conoscenza di sé attraverso la parola scritta. È il fondamento della sua «ragione poetica», come la chiamava; un modo di entrare nella realtà e catturarla attraverso belle immagini, enunciando e argomentando allo stesso tempo, unendo la filosofia alla creazione poetica.

Verso poetico di María Zambrano a Segovia

Ho saputo che in una delle sue ultime interviste, realizzata proprio in quell’appartamento, chiese all’ospite: «Avete notato che a Segovia tutte le strade salgono e che in quel punto dove il cielo e la città sembrano congiungersi sorge la cattedrale? Non l’Alcazar, ma la cattedrale. Questo è il luogo in cui la luce brilla di più e illumina gli umani. È la luce della chiarezza». Sì, ora che ho visto la cattedrale di Segovia, comprendo bene la verità di queste parole. La luce è un elemento onnipresente nella filosofia di María Zambrano. I suoi pensieri non possono essere compresi se non nella costante ricerca della luce tra le ombre più oscure che infestano l’anima. In uno dei suoi scritti su san Giovanni della Croce, Dalla notte oscura alla mistica più chiara, colpisce il gioco delle tenebre e dell’illuminazione di cui parlava. Notte oscura di certo dev’essere stata quella, sul finire della guerra civile, nel 1938, quando tutte le speranze democratiche erano svanite e i più erano passati dalla parte franchista, disse: «Amico Machado, vedi come è conveniente amare le cose grandi e belle, perché quell’acquedotto è l’unico amico che ci è rimasto a Segovia».
Addio, bella Segovia, ti porto nel cuore!

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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