Maria Antonietta alla Conciergerie

Dopo aver lasciato forzatamente Versailles ed essere stata costretta a stabilirsi alle Tuileries, Maria Antonietta prende in mano le redini della situazione. È lei e non il re che scrive al fratello e agli altri principi regnanti, è lei che, dopo la sciagurata fuga a Varennes, lotta contro i due pericoli che la sovrastano: quello interno, il repubblicanesimo, e quello esterno, le beghe dei conti d’Artois e d’Orleans, i due infidi fratelli del re, bramosi solo di liberarsi della famiglia regnante per impadronirsi del trono, che, emigrati a Coblenza, ordiscono trame ed emanano proclami che servono solo a irritare i rappresentanti della rivoluzione.

Poi tutto precipita, dopo la cupa torre del tempio, dopo la morte del re e dopo che i due figli le sono stati sottratti, c’è per la ex regina la Conciergerie, il carcere da cui nessuno è uscito se non per recarsi dal boia. Lì, tra quelle tristi mura, per lunghe settimane nessuno si occupa di lei. C’è un solo personaggio a Parigi che non l’ha scordata: Hébert, colui che Stephan Zweig definisce «un lurido botolo della rivoluzione». Sul Père Duchesne, il suo giornale, chiede con insistenza che la bagascia “grué”, provi finalmente la cravatta del boia perché il popolo possa «giocare alle bocce con la testa della belva».

In un primo tempo alla Conciergerie Maria Antonietta, col fascino del suo nome e con la fermezza del suo contegno, riesce a trasformare i suoi carcerieri in amici. La moglie del custode, madame Richard, incaricata solo di spazzare la sua stanza e di prepararle un cibo grossolano, le prepara invece pietanze raffinate, si offre di pettinarle i capelli. L’ispettore generale del carcere, Michonis, le dà notizie dei figli. Poi, dopo un maldestro tentativo di fuga, tutto cambia. Vengono allontanati i carcerieri amici, viene tolto alla regina ogni oggetto personale, l’orologio d’oro che si era portata dall’Austria, il minuscolo medaglione contenente una ciocca di capelli dei suoi figli; è trasferita in una cella più sicura, una cella semi sotterranea, oscura, odorante di muffa. Antonietta è malata, soffre di continue emorragie: quando il tribunale la chiamerà lei, a soli 38 anni, sarà una donna vecchia, pallida, i capelli bianchi, gli occhi arrossati.

Il tempo passa e l’accusatore pubblico, Fouquier-Tinville, indugia, non ha in mano nessun documento che possa sollevare un’onda di indignazione contro l’ex regina, questo fino a che Hèbert non giunge a portargli l’accusa infamante. Cosa è successo? Il Delfino, allontanato dalla madre subito dopo la morte di Luigi XVI, e affidato a un calzolaio di nome Simon, è stato sorpreso da quest’ultimo mentre indulge nel plaisir solitaire, nel piacere solitario. Rimproverato, non ha trovato modo migliore di difendersi che accusare la madre e la zia di averglielo insegnato. L’allibito e scandalizzato Simon interroga ancora il bambino (non ha ancora nove anni) che racconta di aver avuto rapporti incestuosi con la sua stessa madre. Simon scrive subito a Hébert che accorre. Il Delfino conferma la sua prima versione.

Anche se Freud non era ancora nato, immagino che anche a quei tempi di fronte a un’accusa del genere i due avrebbero almeno dovuto avere il beneficio del dubbio, ma Simon ed Hèbert di dubbi non ne hanno, vedono Maria Antonietta come una degenerata, una erotomane insaziabile; il tanto fango dei libelli calunniatori sparso sulla regina dalla corte, dai più stretti parenti del re esclusi dalla cerchia del Trianon, dà i suoi frutti.

L’ultimo giorno di Maria Antonietta – Louis Baader (1820-1919)
Musee des Beaux-Arts, Rennes, Francia

Maria Antonietta chiusa alla Conciergerie di questa accusa nulla saprà fino al penultimo giorno della sua vita. Il dodici 0ttobre la sciagurata regina viene accompagnata dinnanzi al suo accusatore, Fouquier-Tinville, è sola, non ha un avvocato accanto a sé, ma ha imparato a concentrare il pensiero e, a ogni domanda, risponde con acutezza e prudenza.
Le accuse fioccano, il suo inquisitore cerca più volte di farla cadere in contraddizione, ma senza riuscirci. Terminato l’interrogatorio Fouquier-Tinville compila l’atto d’accusa. Il processo può iniziare.

Dopo 70 giorni alla Conciergerie Maria Antonietta è esausta, la sua salute è compromessa, le emorragie si susseguono, ma è ben decisa a compiere i suoi due ultimi doveri di regina: ribattere con fermezza alle false accuse che le saranno rivolte e affrontare la morte con sdegnoso coraggio.
Si abbiglia con cura, indossa abiti vedovili, si pettina, vuole che il popolo veda che, anche nella disgrazia, la vedova del re di Francia, la figlia di Maria Teresa, è una vera regina.
In tribunale le danno una dura sedia, lei non protesta, si siede eretta e tranquilla, ascolta la sfilza delle accuse immobile, col capo chino, quando la interrogano risponde con maggior sicurezza che durante l’interrogatorio preventivo. Sfilano i testimoni, nelle loro accuse non diranno nulla di rilevante, giunge Hébert con l’orrenda calunnia dell’incesto, nell’aula si fa silenzio, tutti rimangono muti e turbati, Maria Antonietta lo guarda piena di disprezzo, lo stesso presidente trova l’accusa talmente assurda che finge di non aver sentito e, solo quando un giurato interviene sollecitandolo a tenerne conto, chiede una spiegazione all’imputata.
Fiera e sdegnosa la madre oltraggiata così replica: «Se non ho risposto è perché la natura si rifiuta di rispondere a un’accusa simile rivolta a una madre! Mi appello a tutte le madri che possono essere in questa aula!»
Le donne presenti sentono che una corrente sotterranea le lega alla donna seduta alla sbarra degli accusati, sentono che quella vile calunnia ha offeso, non solo lei, ma tutte le donne. Maria Antonietta ha una grande vittoria morale.

Hébert non è riuscito a disonorare la regina di fronte al mondo, al contrario quell’accusa infamante si è ritorta contro di lui, ma è riuscito ad avvelenare l’animo di una madre nel penultimo giorno della sua vita. Il giorno seguente, esaurita dalle continue emorragie, ma ferma nella volontà, Maria Antonietta, costretta ad abbandonare le vesti vedovili, indossa una camicia bianca e una cuffia che le copra i capelli. Rifiuta di confessarsi con un prete che ha prestato il giuramento repubblicano, lascia che le leghino le mani sul dorso e sale sulla carretta che sobbalza sull’acciottolato, scuotendola.
Avanza dritta e fiera, non ha un attimo di debolezza, lo sguardo fisso dinanzi a sé orgoglioso e sprezzante.
Nell’angolo della rue Saint Honoré, al caffè della reggenza, c’è un uomo con un foglio e una matita in mano, è David, essere abietto e vile, anima di servo lo definirà Danton, scorgendolo tra la folla, ma grande artista che fissa su quel foglio l’immagine di quella che un tempo è stata la bella e potente regina di Francia, in quel momento non più bella né potente, ma fiera e regale come non è mai stata quando sedeva sul trono.

La piazza è gremita di gente che scherza, ride, acquista limonate, panini, frutta dai venditori ambulanti: all’arrivo della carretta ammutolisce. La carretta avanza, si ferma di fronte al patibolo, la regina sale i gradini di legno del palco, i carnefici l’afferrano per le spalle e la gettano con la testa sotto la lama della ghigliottina: uno strappo, un colpo sordo e Sanson, il boia, afferra la testa per i capelli e la offre allo sguardo della folla. C’è un attimo di silenzio, poi la folla erompe in un urlo «Vive la republique!» Viva la repubblica!

È tutto finito, la gente si allontana, gioca a indovinare che testa cadrà domani nella cesta.

***

Articolo di Anna Luisa Balducci

Sono nata a Ravenna nel lontano 1933 da padre romagnolo e da madre triestina. Ho frequentato a Trieste il liceo scientifico e mi sono laureata all’Università di Pisa. Ho insegnato, prima alle superiori, poi alle medie e ho terminato la mia carriera alla scuola media di San Casciano in Val di Pesa. Dopo essere andata in pensione ho collaborato con L’arena di Pola, Capodistria addio e altri giornali affini. Ho pubblicato romanzi e racconti su giornali femminili.

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