Il pane messicano

«Mi querida hermana, mi chiamo Catalina e ti scrivo da Anenecuilco, un paese contadino nello Stato di Morelos, nel Sud del Messico.
Dicono che sia una strana terra, questo nostro Messico, una cucitura storta che tiene insieme i due scampoli diversi dello stesso continente americano; una ferita cauterizzata dal fuoco che qui ha respirato sempre, seccando le strade e cuocendo la pelle.
Eppure, a me il Messico pare altro, pare un braccio muscoloso attaccato alla spalla degli Stati Uniti, ostinato a tenersi stretto il Sudamerica e a non farlo precipitare nel mare.
Noi e loro, in fondo, abbiamo dalla nostra la storia, che ci ha resi fratelli e sorelle nel destino che ci ha imposto: conquistati dallo stesso sbarco e sterminati dalla stessa spada.
La mia città natale è ben distante da quella da cui scrivo ora. Si chiama Saltillo e sta al nord, nello Stato di Coahuila.

Chi più di me può quindi dirsi figlia di questo Paese? Ne ho tracciato la spina dorsale, con i miei passi, da settentrione a meridione, e poi di nuovo a salire, in una marcia di amore e guerra che ne ha riempito e definito i contorni.
La mia vita, dunque, si può contare con un prima e un dopo, ma senza scomodare il Cristo che quelli armati di spada ci hanno insegnato ad amare con la parola e a rinnegare con l’esempio.
Ed è per questo, mi querida hermana, che ho deciso di scriverti due ricette per il pane, una del prima e una del dopo, una del Nord e una del Sud, perché entrambe fanno parte della donna che oggi sono.

Inizio con il pan de Pulque di Saltillo, che si producevaben prima dell’arrivo della popolazione europea, e che si faceva con farina di mais, miele di ape melipona — quella senza pungiglione — e il pulque, una bevanda ottenuta dalla fermentazione della linfa di agave, tanto preziosa da essere utilizzata anche negli antichi riti sacri, usata qui per far lievitare l’impasto. Più avanti, la farina di mais è stata sostituita con la farina di frumento, il miele con lo zucchero di canna e sono state aggiunte le uova: il nostro pan de Pulque si è imbastardito, è diventato meticcio, lasciandogli fare ciò che agli uomini e alle donne non è concesso.
Gli ingredienti che usiamo oggi sono: otto uova, mezza tazza di pulque bianco, una tazza e un quarto di zucchero, tre tazze e mezzo di farina setacciata tre volte, due tazze e mezzo di burro fuso e a temperatura ambiente, un cucchiaio di lievito secco sciolto in due cucchiai d’acqua, due cucchiai di sesamo. Si inizia rompendo le uova e separando i tuorli dagli albumi i quali vanno mescolati con il pulque e sbattuti per dieci minuti. Poi si uniscono, sempre montando, i tuorli, lo zucchero, la farina, il burro e il lievito. Dovresti ottenere un impasto elastico. Lascialo riposare per trenta minuti e poi infornalo.

Da tradizione, questo nostro pane è preparato in due forme: una treccia — che rappresenta l’acconciatura dei capelli di noi donne —, cosparsa di semi di sesamo, e a una sfera, ricoperta di briciole di zucchero di canna. Questo è il piatto della mia infanzia, di quando la resistenza la facevo dando continuo respiro a un passato che avevano provato a tagliare e soffocare. Poi mi sono sposata.
Mio marito Marcelo è nato ad Anenecuilco e ad Anenecuilco sono arrivata, quasi a voler dimostrare che la fatica e la fame non cambiano poi molto, da Nord a Sud. Uguale è il sudore e uguali sono i crampi. Di differente, forse, c’è solo la lingua delle bestemmie a Dio. E qui, quella che si parla, è antica, come lingua, sorella e madre del mio pan de Pulque: il nāhuatl.
La gente ha dunque due modi di esprimersi. Come i conquistati e come i conquistatori. Lo fanno i bandorelos, lo fanno i peones, lo fanno gli allevatori e le allevatrici, uomini e mujeres. E lo faceva anche il sindaco, quel contadino indigeno eletto nel 1909, il cui nome risuona ancora per tutto il Messico, dalle onde alle sabbie, alle rocce: Emiliano Zapata. Nel 1910, Zapata decise di prendersi con le armi ciò che legalmente non riusciva a ottenere. Chiedeva terre per i peones, che potessero, questi suoi fratelli e queste sue sorelle contadine, essere proprietari di ciò che li vedeva solo come gli aratri e le falci da semina e raccolto. Che fosse loro ciò per cui vivevano e morivano. 

Il Paese, però, guidato da Porfirio Diaz e fondato sull’alleanza di interessi tra imprese economiche straniere e grandi latifondisti, per noi poveracci e poveracce non riusciva a trovare posto. A loro, ai grandi, ai potenti, le cose stavano bene così. Non, però, a Emiliano Zapata, il peone, l’indigeno. Fu per questo, anche per questo, che scoppiò la rivoluzione. 

Che carovane, mi hermana, che bande incredibili! Così orgogliose e così disperate. Così rumorose da sembrare fiere itineranti, eppure così valorose e ferme e truci nel combattere per quell’ideale che per loro significa la vita stessa. E c’ero anche io! Io e mille e mille altre mujeres, ai bordi dei campi di battaglia, sui tetti dei treni che macinavano terre e chilometri. Sui tetti, perché nelle carrozze dovevano viaggiare uomini e cavalli. Quante preghiere che non piovesse! E quante volte alle preghiere sono seguite le imprecazioni! Ci chiamavano le soldateres e la nostra rivoluzione, in molti casi, almeno all’inizio, era imposta, trascinata nell’elenco dei doveri di quella cerimonia di unione impari che definiscono “matrimonio”.
Sai cosa si usa fare dalle mie parti? I cordoni ombelicali delle bimbe appena nate sono sepolti sotto le ceneri del focolare, così da farci capire, subito, quale sia il nostro posto nel mondo. E questo posto lo abbiamo imparato. Ce ne siamo ricordate e non lo abbiamo lasciato. Perché quando gli uomini si muovevano per andare a combattere, noi li seguivamo portandoci dietro la cucina, i figli e le figlie attaccate al seno e — sulle spalle — padelle e casseruole. Pulivamo armi, caricavamo munizioni e cucinavamo tortillas

Ed è questa la seconda ricetta che voglio dirti. Prendi due tazze di masa harina, la farina di mais, una tazza di acqua e un pizzico di sale. Unisci l’acqua alla farina poco alla volta, fino a quando non ottieni un impasto omogeneo e morbido. Da questo ricava otto o dieci palline, appiattiscile a forma di dischi da cuocere in una padella. Noi, qui, usiamo il comal. Io ne avevo uno bellissimo, di comal, almeno fino al suo utilizzo finale, quando è stata l’ultima cosa che i denti di Marcelo hanno visto prima di cadere in mezzo alle sue brache calate e alle sottane alzate di una puta dell’esercito zapatista. Sia chiaro che non ce l’ho con quella donna. Non l’ho più vista e mi farebbe piacere sapere che sia sopravvissuta. Di quel porco che mi sono sposata ho avuto notizie solo anni dopo la fine della rivoluzione. Perché io, comunque, abbandonata la padella ho imbracciato il fucile. Quella lotta era anche la mia lotta. E l’ho continuata! Cristo, se l’ho continuata!

Mi sono messa agli ordini di una donna, Rosa Bobadilla, ho marciato, da sud a nord, fino alla capitale, dove il nostro esercito si è unito a quello di Pancho Villa.
Avresti dovuto vederla, la mia comandante. Una mujer che non si è mai nascosta sotto vestiti o nomi maschili e che ha obbligato gli uomini a guardarla negli occhi affinché capissero con chi stavano avendo a che fare. Anche lei è entrata nella rivoluzione al fianco del marito, Severiano Casas, e, alla sua morte, ne ha assunto il grado: divenne colonnella e si mise alla testa di oltre duecento tra rivoluzionari e rivoluzionarie, vincendo più di cento battaglie.
Nel 1916 Zapata le diede una proprietà a Cuernavaca, vicino al centro della città, in un luogo chiamato los lavaderos, un rifugio per più di sessanta vedove con figli e figlie, per le quali e i quali Rosa svolse attività di supporto e sussistenza.
Dopo la rivoluzione, anche io sono tornata in quella che è ormai la mia casa, a Anenecuilco, dove il nome di Emiliano Zapata ancora fa togliere il cappello.
E visto che lui non ha bisogno di essere raccontato, io qui, mi querida hermana, voglio narrarti di coloro che — nonostante tutto quello che hanno fatto per questa nostra terra — sembrano essere state dimenticate.

Oltre Rosa Bobadilla, voglio dirti di Jauna Ramona, la Tigressa, che assaltò varie città; voglio dirti di Encarnación Mares, che fu sottotenente e che si tagliò le trecce per nascondersi meglio sotto le falde del cappello; voglio dirti di Carmen Vélez, la Generalessa, che ebbe al suo comando oltre trecento uomini; voglio dirti di María Quinteras, che mai perse una battaglia; voglio dirti di Ángela Jiménez, maestra di dinamite, che si faceva chiamare Ángel; di Amelia Robles, che fu colonnella e che fu obbligata a farsi chiamare Amelio; di Petra Ruiz, che si dovette presentare come Pedro, e che sparò il maggior numero di colpi per aprire le porte di Città del Messico.
Questa è la mia storia, questi i miei pani, queste la nostra rivoluzione, una rivoluzione di uomini e di mujeres, che hanno insegnato al mondo intero come si combatte per la propria libertà.
Adiós, mi querida hermana. Che l’orgoglio di essere donna possa accompagnarti e guidarti sempre».

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.


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