Editoriale. Sarà l’anno del Quirinale. Speriamo che sia femmina

Carissime lettrici e carissimi lettori, 

forse ce lo aspettavamo? Forse, ma non in modo così crudele. Il sangue di un bambino ha bagnato di odio l’inizio di questo anno, fatto scorrere dalla mano di un padre accecato da una ferocia indicibile, che non si sa dire. 

La memoria a volte serve a presagire il futuro. Dovevamo capire, è vero, che la mattanza di donne sarebbe continuata, dopo le 116 vittime al femminile morte uccise nell’anno appena passato: una ogni tre giorni con tutto l’osceno che talvolta le statistiche nascondono, di due tolte al mondo con violenza persino nella stessa giornata. Ma non sospettavamo che fosse il sangue di un bambino a segnare il triste inizio. Il piccolo Daniele Paitoni, di soli 7 anni, ha pagato con la vita l’odio di un padre che ha messo in atto l’ancestrale dramma della tragedia greca declinando al maschile il turpe progetto di Medea che fa pagare ai figli e alle figlie quello che non era riuscita a ottenere dal loro padre. Daniele era stato ospitato dal padre che lo aveva messo al mondo (orribile contraddizione) per festeggiare insieme a lui il Capodanno, ma ha trovato la fine dei suoi giorni con una coltellata alla gola data per punire, attraverso il suo dolore innocente, una madre che aveva lasciato quell’uomo che non ha fatto in tempo ad ucciderla perché protetta dalla propria famiglia d’origine.

Volevo iniziare il primo editoriale effettivo dell’anno in corso ricordando qui la dolce Agitu Ideo Gudeta, la pastora immigrata che non ci ha tolto nulla, come certa politica insiste a farci credere, ma ci ha donato con il suo sapere (era una sociologa) e il suo amore, la salvezza dalla sicura estinzione della capra mochena pezzata, che pascola lì sulle montagne del Trentino. Qui Agitu abitava, fuggita due volte dalla sua Etiopia dove era stata minacciata e perseguitata per il suo impegno civile. 

Agitu è morta ammazzata il penultimo giorno dell’anno, dodici mesi fa (il 30 dicembre 2020), accoltellata, dopo che è stato fatto abuso del suo corpo, nella sua azienda per mano di un maschio, con la colpa di aver ritardato un pagamento, nel difficile tempo del Covid-19. Aveva progetti grandi Agitu, la cura delle capre che conosceva per nome, il latte, il formaggio e i prodotti di cura estetici da vendere in un negozio a Trento. Progetti rallentati per l’arrivo del Coronavirus, ma sempre nel cassetto! Era ogni volta gentile, lo era stata anche con me, rispondendo alle mie richieste di incontro. 

Gentilezza e voglia di cura e di aiuto Agitu l’aveva mostrata anche verso quel suo giustiziere/aguzzino quando l’aveva richiamato lei stessa in azienda per ridargli la possibilità di un lavoro che lui aveva lasciato. Invece ho letto che, dopo la sua morte, qualcuno si è preso anche il gusto, feroce e macabro, ma soprattutto senza senso, di bruciarle persino la macchina!

Come un tempo, quello della mattanza mafiosa e del terrorismo, temiamo e ci domandiamo se ci sia il pericolo della nostra assuefazione a tanto orribile male. Se ci dovessimo abituare a questo continuo reiterarsi della violenza sulle donne da parte di uomini prenderebbero il sopravvento l’inciviltà e la disumanità. Al male non ci si abitua, si deve solo sconfiggerlo. 

Nonostante l’esistenza di un Codice rosa e un pacchetto di leggi siglato a inizio dicembre dal Governo con il contributo di tante voci femminili della politica lo stillicidio non ha fine. In un anno, lo ripetiamo, sotto i dodici cieli dei suoi mesi già devastati dal virus che si trasforma, ma non ci abbandona, sono state uccise 116 donne sotto i fendenti di lame, mani, armi da fuoco mascherate da impulsi amorosi maschili. Ma con l’amore e con la passione non hanno proprio nulla a che vedere. Ultima vittima è stata Giovanna Cantarero, la ventisettenne uccisa a Misterbianco, una manciata di chilometri dalla magnifica Catania, trivellata di colpi di pistola all’uscita del panificio in cui lavorava, con quella bimba lasciata sola a casa che l’aspettava. 

Tale è la gravità, il peso quantitativo, se così possiamo chiamarlo, della tragedia che anche papa Francesco, che ci ha comunque abituate/i ai suoi commenti dal sapore laico, ha invocato, proprio durante l’omelia di inizio anno, la fine di questa catastrofe umana condannando espressamente e fermamente qualsiasi tipo di violenza sulle donne, uno spiraglio significativo da una Chiesa, permettetemelo, gerarchica e maschilista, con la voce delle donne praticamente inesistente. 

Il motivo, l’input che muove questa barbarie ce lo ha spiegato, durante un’intervista a un tg di fine anno, la scrittrice Dacia Maraini, da sempre impegnata sull’argomento e sulla questione femminile: «Questa è una strage che invece di diminuire aumenta. Secondo me – spiega – è tutto un fatto culturale. Non c’è una cattiveria specifica di alcuni uomini contro alcune donne. Il fatto è che certe persone non sono disposte ad accettare la perdita di certi privilegi e l’idea che loro identificano la propria virilità con il comando, col possesso, con la proprietà, con la guida di coloro che pensano di amare, cioè una donna e anche i figli, porta a questo dominio. Un dominio che viene messo in discussione e questi uomini, che sono alcuni per fortuna, quelli più deboli, i più fragili, i più impauriti perdono la testa e possono perfino uccidere. Questo succede ora perché non si riesce a eliminare questo terribile guasto sociale. Secondo me – chiarisce Maraini – è proprio perché più le donne prendono posizione e chiedono di essere autonome e rivendicano i propri diritti che certi uomini impazziscono. Per fortuna sono una minoranza, ma è una questione di cultura, non ha niente a che vedere con la violenza con la passione con l’amore con la forza, è una cultura arcaica che non vuole perdere sé stessa.» (tg3 31/12/2021). «C’è una regressione culturale che è come il razzismo – continua Maraini in un’altra intervista -, un’altra forma di razzismo che noi pensavamo di esserci lasciati alle spalle, che sta tornando indietro. Una delle prime forme di razzismo – precisa – è quello contro le donne. Per questo quando parlo di aggressione è sempre razzismo. C’è sempre stato e probabilmente ci sarà sempre, ma in momenti di allarme e di consapevolezza risputa fuori, diventa legittimo. In tutto il mondo però c’è finalmente qualcosa che lega, un’indignazione contro la mancanza di attenzione verso lo sfacelo che stiamo facendo del nostro territorio, il nostro pianeta. Ecco, io penso che in questo c’è dentro anche il bisogno di uguaglianza, di equità, di giustizia ed è molto bello che ci siano i giovani che finalmente prendono posizione.» Questa è una speranza, che cambi la cultura maschile e maschilista. 

Una cultura che non vuole, alla quale fa comodo non accorgersi, portare a galla, evidenziare il valore femminile. Rifiuta il confronto con un valore diverso, un pareggio di genere che dia spazio e voce a chi ha qualità maggiori. 

In questi giorni stiamo aspettando un accordo sul nome di chi succederà al Presidente Sergio Mattarella. Abbiamo già detto che i nomi in ipotesi sono pochi, quasi tutti del predominio maschile e, permettetemi un’opinione personale, qualcuno poco consono a tenere alto il prestigio del Paese. 

Le donne come al solito non ci sono. Una leader politica ha suggerito un patriota non curandosi del tono poco garbato verso l’attuale Presidente, una proposta a dir poco non chiara, assurda e poco elegante, memore di lontani passati che non vogliamo si replichino. E poi perché un patriota e non una figura femminile con le stesse…qualità? Se poi tutto questo è detto da una donna è sconcertante ed è tornasole della poca presa di genere in questa sfida politica!

Ma qualche cosa si sta muovendo e noi ne siamo felici! Un gruppo di donne intellettuali, da Dacia Maraini, a Edith Bruck, a Liliana Cavani, Michela Murgia, Luciana Littizzetto, Silvia Avallone, Melania Mazzucco, Lia Levi, Andrèe Ruth Shammah, Mirella Serri, Stefania Auci, Sabina Guzzanti, Mariolina Coppola, Serena Dandini e Fiorella Mannoia, hanno firmato un appello proprio i primi giorni di quest’anno nuovo, che indica i tempi pronti per una figura di donna al Colle: «Tra poco sarete chiamati ad eleggere il Presidente della Repubblica – scrivono – e crediamo sia giunto il momento di dare concretezza a quell’idea di parità di genere, così tanto condivisa e sostenuta dalle forze più democratiche e progressiste del nostro Paese. Vogliamo dirlo con chiarezza: è arrivato il tempo di eleggere una donna. Non è questa la sede per fare un elenco di nomi – aggiungono le intellettuali nell’appello – ma molte donne hanno ottenuto stima, fiducia, ammirazione in tanti incarichi pubblici ricevuti, e ci rifiutiamo di pensare che queste donne non abbiano il carisma, le competenze, le capacità e l’autorevolezza per esprimere la più alta forma di rappresentanza e di riconoscimento. Questo è il punto. Non ci sono ragioni accettabili per rimandare ancora questa scelta. Ci rivolgiamo a voi, fate uno scatto. L’elezione di una donna alla Presidenza della Repubblica – conclude l’appello – sarà la nostra, e la vostra, forza.» 

Mi e ci domandiamo come non essere d’accordo con questo appello, che non indica nomi per non essere un editto politico. Dimostra che è arrivato il momento, che i tempi sono più che maturi perché l’Italia scrolli via da sé l’arretratezza del mondo arcaico dominato dal fare prepotente, a senso unico. Ci scandalizziamo, e non ci meravigliamo, che Natalia Aspesi dica, giornalista e intellettuale, che è meglio lasciare agli uomini certe incombenze e che è più piacevole e giusto che le donne si dedichino a …Netflix…Insomma che differenza fa con l’ostinazione, molto poco intellettuale, di giudicare il posto delle donne solo in cucina e in camera da letto! Come dimenticare che, a dicembre 2019, appena due anni fa, Giorgio Carbone scriveva con ottusa ironia su Libero riguardo alla prima Presidente donna della Camera e Madre Costituente Nilde Iotti che «era facile amarla perché era una bella emiliana, simpatica e prosperosa come solo sanno esserlo le donne emiliane. Grande in cucina e grande a letto!» Il massimo della grettezza!

Le donne, dall’Asia, all’America, all’Europa (con una donna che si candida all’Eliseo e tante, di grande spessore, al comando) devono avere il diritto di essere protagoniste della vita culturale, politica, sociale della propria terra. Deve essere riconosciuto il loro valore, la loro capacità di scrivere la Storia, quella importante che è stata sempre dichiarata solo come frutto dell’operato degli uomini, dei maschi. Vediamo cosa succederà dal 24 gennaio, data fissata dal presidente Fico per la prima votazione per il Colle. 

Che triste poi apprendere, per esempio, che in India, ormai divenuta intollerante, si è creata un’app, dichiaratamente di odio religioso, chiamata Bulli bay e che fortunatamente sembra sia stata bloccata, che metteva all’asta le donne di credo islamico. Per ora è stato fermato per il fatto uno studente di Ingegneria di Mumbai. Ma l’amarezza rimane. Auguriamoci che non accadano più queste cose e ripetiamo con Miriam Mafai il motto della nostra rivista. Diciamoci «di non abbassare la guardia, non si sa mai.» 

É giusto dedicare lo spazio di questo editoriale alle poete, alle tante figlie di Saffo, spesso poco studiate e presentate sui libri di scuola, premiate. Una rivista ne ha presentate cinque per questo avvio di 2022. Noi tra queste ne abbiamo scelta una, italiana, Chandra Livia Candiani (classe 1952) che ha origini russe (la nonna era di Minsk, emigrata a Parigi), affascinata dal buddhismo grazie a un suo viaggio in India che le donerà la scelta del suo nome, che in sanscrito vuol dire luna! La poesia fa parte della raccolta La domanda della sete (Einaudi 2016-2020). Un’altra poeta italiana l’ha chiamata «la grande schiva poetessa» (Vivian Lamarque).

Dove ti sei perduta
da quale dove non torni,
assediata
bruci senza origine.
Questo fuoco
deve trovare le sue parole
pronunciare condizioni
di smarrimento dire:
“Sei l’unica me che ho
torna a casa”

Buona lettura a tutte e a tutti e buon cammino durante questo anno.

È il momento di presentare gli articoli di questo numero, tutti molto interessanti. Calendaria 2022 ci terrà compagnia anche quest’anno con le donne che abbiamo scelto di valorizzare. Aletta Jacobs: una prima donna è definita tale perché fu la prima a laurearsi in medicina in Olanda, fondò una clinica per le donne povere e per le prostitute, si occupò di contraccezione e fu un’attivista per i diritti delle donne e per la pace. La terza puntata di Elementi di cosmologia vedica: i cinghiali sacri, la creazione primaria e l’arma della conoscenza ci porta a considerare gli ungulati, che ultimamente si avvicinano alle nostre città, come animali sacri e simboli divini, a partire da quel cinghiale bianco uscito dalla narice di Brahma. Una nuova serie ci racconterà ogni mese la vita e le opere di un’artista il cui anniversario di morte cade nella settimana in cui si pubblica il numero della nostra rivista. È la volta di Olga Biglieri. Barbara dei colori, dalla vita avventurosa, aviatrice, pittrice, giornalista, femminista, pacifista, candidata al Premio Nobel per la pace. La seconda puntata della Sezione Viaggiatrici del Grande Nord, In cammino verso l’odeporica femminile ci introduce al linguaggio del viaggio, che da sempre è stato prerogativa maschile, pur con le dovute eccezioni, ricordandoci che i viaggi delle donne sono scarsamente documentati, con un’interessante riflessione sull’impostazione “androcentrica” della lingua italiana. 

Il tema del viaggio al femminile è affrontato anche da Le donne a cui penso di notte, l’accurata recensione del libro omonimo di Mia Kankimäki, che descrive figure femminili che hanno tanto viaggiato, insegnando alla scrittrice finlandese a “muoversi” cioè a «davvero andare, fisicamente, là dove queste donne hanno vissuto (o vivono ancora)».

Di altri viaggi, con senso di marcia diverso, quelli delle migranti, racconta la mostra virtuale Migrazioni femminili che la nostra associazione ha presentato a Palermo lo scorso mese di novembre. Ce ne parla l’autrice di La Conferenza finale del Progetto Migration Mainstreaming. Prima giornata, introducendoci al concetto di cittadinizzazione.

Di una cittadinanza diversa, di critica del sistema neoliberista e di ambientalismo cantano Les Saltimbanks. Cittadini del mondo, pacifisti, ecologisti e indignati, le cui canzoni sono state la colonna sonora delle manifestazioni della sinistra francese, quella che sta dalla parte degli ultimi.

Questa settimana ricorre l’anniversario della nascita di una grande donna, raccontata dall’autrice dell’articolo I sogni e il destino di Eleonora Pimentel Fonseca, che indaga sul daimon di questa appassionata rivoluzionaria e ce la presenta attraverso un bel libro che parla di lei.

Passiamo ad affrontare due temi solo apparentemente più leggeri.

In Women & Gardens potremo fare la conoscenza di donne che si sono dedicate all’arte del giardinaggio come luogo di espressione dell’interiorità.

Che cos’è il Mother Hubbard e che relazione ha con il percorso di emancipazione delle donne? Lo scopriremo leggendo la presentazione della tesi di questo mese, che ci porterà a riflettere su come la moda informale del 19esimo secolo aiuti a definire e a scoprire «una femminilità “altra”, forte e indipendente, o per meglio dire “alternativa” (non a caso spesso la moda informale del secolo sfocia in quella alternativa), e sicuramente lontana dal ruolo di moglie e madre previsto dalla cultura occidentale dell’epoca. 

Quanto può essere utile e necessario il lavoro di riscoperta delle figure femminili di un gruppo di ricercatori e ricercatrici? Ce lo spiega con dovizia di informazioni l’autrice dell’articolo A Perugia donne al centro. Dalla conciaossa Giovanna ad Anna Marchesini, una vera miniera di nomi e storie da proporre alle Commissioni toponomastiche umbre.

Sessismo, di Francesca Dragotto e Stefania Cavagnoli è la recensione di un libro fondamentale, fortemente consigliato alle e ai docenti, che ci ricorda che «Usare un linguaggio non sessista può davvero cambiare la realtà, perché attraverso la lingua si dà dignità o la si toglie ad atteggiamenti, comportamenti, modalità che stanno alla base degli stereotipi».

Tra gli articoli di questa settimana, ne troviamo uno chiamato Padova: anche una statua di donna in Prato della Valle , dedicato all’iniziativa portata avanti da Toponomastica femminile ormai da tempo, per far emergere figure di donne accanto a quelle di uomini.

Chiudiamo la nostra carrellata di articoli con Il pane messicano, una doppia ricetta contenuta nell’appassionato racconto della rivoluzione messicana al femminile.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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