Padova: anche una statua di donna in Prato della Valle

Si può arricchire il passato? E come? Qual è il segno distintivo di una cultura che evolve? Quale il ruolo di Toponomastica femminile nella volontà di far emergere nomi di donne, di farli finalmente scrivere accanto a quelli degli uomini?

Padova, dopo il recente riconoscimento del ciclo pittorico del Trecento da parte dell’Unesco, si conferma città di arte e di cultura. In questi giorni la città – a seguito della mozione Padova merita una statua dedicata a una donna, presentata al Comune il 21 dicembre dalla consigliera Margherita Colonello e dal consigliere Simone Pillitteri – si sta interrogando sull’opportunità di erigere in Prato della Valle, la più grande piazza cittadina, una statua femminile a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia. Ne è nato subito un dibattito sui principali quotidiani e media, con servizi al Tg3 e su reti locali, che dimostra la vivacità culturale della città.

Prato della Valle ha al centro l’isoletta pedonale Memmia, circondata da una canaletta alimentata dal canale Alicorno sulle cui sponde corre un doppio anello di statue su alti piedistalli in pietra di Costozza vicentina. La conformazione di questa piazza è stata voluta dal Provveditore della Serenissima Andrea Memmo, nel 1775, per valorizzare e bonificare uno spazio incolto e malsano che, ospitando fiere e manifestazioni diverse, esercitava di fatto una funzione civica e sociale. Ancora oggi è sede del mercato. La spesa per la bonifica e la sistemazione dell’area era molto onerosa, e per raccogliere fondi fu lanciata una sorta di crowdfunding con premio, che dava possibilità a singoli cittadini, gruppi o famiglie di versare l’importo stabilito per far collocare una statua desiderata su uno degli ottantotto piedistalli disponibili. La somma versata prevedeva, oltre al costo vivo della statua, un contributo per i lavori generali di sistemazione dell’area.

I due piedistalli liberi in Prato della Valle

Attualmente sono presenti settantotto statue, tutte maschili. Sei sculture raffiguranti dogi veneziani vennero abbattute con i rispettivi basamenti dall’esercito napoleonico nel 1797; due piedistalli ospitano altrettanti obelischi; altri due sono liberi.

I sostegni vuoti ai piedi del ponte che guarda Palazzo Angeli, furono proposti in varie occasioni per accogliere donne padovane illustri. Da qui prende spunto la mozione per onorare Elena Lucrezia Cornaro Piscopia e colmare l’assenza pressoché totale di figure femminili (se non per uno sfuggente busto di Gaspara Stampa ai piedi della statua di Andrea Briosco) nella grande piazza dei ricordi.

Pieter van Schuppen, Pierre Lombard e Luigi Gradenigo, Ritratto di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, Amsterdam, Rijksmuseum​

Il 25 giugno 1678 Elena Lucrezia Cornaro Piscopia divenne la prima laureata al mondo, rompendo così il tabù dell’appannaggio maschile della conoscenza, contro la volontà del cardinale Gregorio Giovanni Gaspare Barbarigo che, alla fine, cedette alla pressione della famiglia “concedendo” la laurea in filosofia (e non in teologia come scritto nella richiesta di addottorato da lei presentata l’anno precedente). Il giorno della sua discussione arrivarono da tutta Europa studiosi, professori ed emissari delle Corti reali. Erano così tanti che il luogo della discussione dei puncta a lei assegnati fu trasferito in una sala molto più ampia. Alla fine della dissertazione magistrale le venne conferito per acclamazione il titolo di Magistra et doctrix in philosophia, e consegnati i simboli della dignità dottorale: il manto di ermellino, l’anello che rappresentava le nozze con la scienza, la corona di alloro contrassegno del trionfo; ma non il libro, simbolo dell’insegnamento e precluso alle donne.

La mozione presentata da Margherita Colonello e Simone Pillitteri, in linea con l’azione di Toponomastica femminile, coglie l’intento emerso in più occasioni: far emergere dalla Storia le figure femminili riconoscendo il loro apporto, occultato silenziosamente nei secoli, accanto a quello degli uomini e rilevandone il ruolo centrale nella società. La presenza di settantotto statue tutte maschili non può più essere considerata una cosa “normale” o di «inavvertita naturalezza», come ha scritto Adriano Sofri su Il Foglio, per una città di arte e di cultura come Padova. La sua università il mese prossimo compirà ottocento anni: sarà un grande anniversario anche perché è diretta dalla prima Magnifica Rettrice, Daniela Mapelli. La rettrice si è dichiarata d’accordo con la proposta di collocare una statua di Cornaro Piscopia a Prato della Valle, purché non sia quella già esistente a palazzo Bo, donata all’Università da Caterina Dolfin nel 1773 e considerata inadatta a essere esposta all’esterno. Ne ha scritto anche l’ex rettore, Vincenzo Milanesi, sul quotidiano Il Mattino di Padova del 30 dicembre scorso, e il soprintendente Fabrizio Magani, intervistato sullo stesso quotidiano il giorno seguente, si è detto d’accordo, proponendo di prendere in considerazione non solo nomi del passato remoto, ma anche figure femminili più recenti, quali ricercatrici, mediche, scrittrici recenti, e di affidare l’opera a uno scultore padovano.

Daniela Mapelli ha ricordato che in Italia, a fronte di migliaia di statue maschili, ce ne sono appena centocinquanta che raffigurano donne ed è necessario correggere tale tendenza, come affermano da tempo Toponomastica femminile e l’associazione Mi riconosci, autrice di un censimento nazionale delle statue femminili.

Il dibattito si è allargato oltre il contesto cittadino. Il senatore Antonio De Poli ha proposto di coinvolgere l’intera cittadinanza nel tema della parità di genere. Il critico Vittorio Sgarbi, sindaco di Sutri, considera la proposta padovana un punto di partenza per riscoprire e valorizzare le figure femminili. L’Esecutivo delle associazioni culturali iscritte al Registro comunale ha chiesto di dedicare a donne padovane d’ingegno non una, ma due statue, quanti i piedistalli liberi. Sul Foglio Adriano Sofri, a proposito della candidatura di una donna alle imminenti elezioni per il Quirinale, cita il caso di Prato della Valle. Perfino il Guardian e il New York Times sono intervenuti sul dibattito padovano.

A questo punto si moltiplicano le proposte sulle donne da rappresentare. I nomi sono tanti: da Speronella Dalesmanini, protagonista della nascita del libero Comune di Padova, a Stefania Etzerodt Omboni, ideatrice del welfare sociale con la fondazione delle Cucine economiche, tutt’ora attive, e del primo asilo d’infanzia; da Sibilia De Cetto, fondatrice sulle sue proprietà, nel 1424, del primo Ospedale di San Francesco Grande, a Fina Buzaccarini, raffinata mecenate trecentesca che commissionò il ciclo di affreschi del Battistero del Duomo. Pochi nomi fra i tanti di donne che hanno dato lustro, ingegno e benessere alla città, degnissime di essere ricordate con una statua. E a proposito d’ingegno femminile: perché non affidare, una volta tanto, a una scultrice la realizzazione delle loro statue? Ce ne sono tante, e anche bravissime.

Qualcuno, è prevedibile, storcerà il naso, magari gridando a un presunto “revisionismo storico” che s’innescherebbe con la collocazione di rappresentazioni di donne accanto a quelle maschili. Ma stia pure tranquillo: vogliamo solo aggregare, arricchire e includere. Siamo nel Terzo millennio ed è ora di rottamare gli stereotipi.

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Articolo di Nadia Cario

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Laureata in Governo delle Amministrazioni, è referente per il Veneto di Toponomastica femminile. È componente dell’Esecutivo delle associazioni culturali del Comune di Padova. Collabora con gli organismi di parità locali e regionali.

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