Perché è così difficile avere una donna al Quirinale?

Stiamo per congedarci dal semestre bianco, con cui, convenzionalmente e con espressione ignota al testo costituzionale, si indica il periodo di sei mesi in cui il Presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere e ci avviciniamo all’elezione della persona che ricoprirà la carica di Capo dello Stato. I requisiti richiesti dall’articolo 84 della nostra Carta Fondamentale sono un’età minima di 50 anni e il godimento dei diritti civili e politici. La carica di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altro incarico. Lo eleggerà, ai sensi dell’articolo 83, il Parlamento in seduta comune, presieduto dal Presidente della Camera, nella composizione allargata a tre rappresentanti per ogni Regione, eletti/e in modo da rappresentare anche la minoranza, con l’eccezione della Valle d’Aosta che ne ha uno/una sola. Tra i/le delegati/e regionali finora eletti/e è sovrarappresentato il genere maschile e le donne sono una minoranza (ad oggi solo tre, due elette nel centrodestra e una nel Movimento Cinque Stelle, con buona pace della cosiddetta sinistra che è si è sempre autoproclamata a difesa dei principi della Costituzione).
 In 74 anni di storia repubblicana la carica che dovrebbe rappresentare il popolo (giuridicamente l’insieme dei cittadini e delle cittadine di uno Stato) italiano e l’unità nazionale non è mai stata ricoperta da una donna, ma non solo. Nemmeno quella di Presidente del Consiglio e di Ministro/a dell’Economia, di fatto uno dei Dicasteri più importanti all’interno del Governo, sono mai state declinate al femminile. Eppure di donne in gamba, sia politiche di professione che esponenti del mondo della cosiddetta società civile, della scienza, della cultura, del giornalismo, del sindacato, della scuola, dell’università, del lavoro, dell’imprenditoria ce ne sono state e ce ne sono tante. Per molto tempo non si è mai neppure immaginato che una donna potesse rappresentare l’Italia. Nilde Iotti nel lontano 1990 aveva dichiarato che i tempi erano maturi per una candidatura femminile. Rimase, come spesso abbiamo visto accadere, inascoltata. Durante le votazioni che avevano portato all’elezione di Francesco Cossiga, nel 1985 avevano ottenuto 3 voti Tina Anselmi e 4 voti la stessa Prima Presidente della Camera dei deputati. Anche Giuliano Amato aveva provato ad esortare a votare una donna, ma aveva ricevuto reazioni nella migliore delle ipotesi stupite. Una donna al Quirinale era, ad esser buoni, una stravaganza. Emma Bonino fu ufficialmente candidata nel 1999 ed il suo nome comparve ancora in altre votazioni e sondaggi, con scarsi risultati, però, nel collegio deputato ad eleggere la prima carica della Repubblica. Per chi, come chi scrive, ha visto realizzare le parti più belle e innovative della Costituzione negli anni della sua adolescenza e prima giovinezza continua a sembrare inaccettabile, se non paradossale, che in 73 anni nessuna donna sia potuta diventare Presidente della Repubblica e ancor più irricevibili le reazioni di stupore o indignazione dei politici e della stessa opinione pubblica, abituata da una stampa maschilista a pensare che tutto sommato le donne non siano all’altezza di questo incarico o che, se indicate da un partito, debbano essere le più competenti, serie, oneste, specchiate, questione che nemmeno si pone per le candidature maschili. Del resto i nomi che sono stati fatti fino ad ora sui media sono tutti di uomini e per nessuno di questi nomi si sono richiesti un merito e una competenza particolare. Solo Prodi, Ignazio Marino, tra le righe anche Mattarella, inizialmente Conte e pochi altri hanno ventilato l’ipotesi di una donna al Quirinale, senza peraltro sbilanciarsi a fare qualche nome.
Nonostante le affermazioni contenute nell’articolo 3 della Costituzione, che ribadisce la pari dignità sociale di tutte le persone senza distinzione di sesso, pare che a nessuno interessi che chi appartiene alla parte più numerosa della popolazione, quella femminile, rappresenti la nostra Nazione. In rete ci sono state petizioni ai Presidenti di Camera e Senato e al Presidente Mattarella per una donna al Quirinale, Il fatto quotidiano ha lanciato la candidatura “di bandiera”, di Liliana Segre, almeno per le prime tre votazioni, ma le reazioni sono state di stupore, fastidio o insofferenza. Un appello generico a votare una donna non si giustifica. Che senso avrebbe? Una donna perché donna? E le competenze? Di fronte agli appelli sui giornali e in rete a votare donne ci invitano ad indicarne i nomi. Altrimenti ci definiscono qualunquiste e non attente al merito. Se facciamo i nomi, escludendo dalle nostre indicazioni donne a nostro parere non convincenti, ci sentiamo dire che siamo divisive e ci chiedono dov’è finita la tanto sbandierata sorellanza. E quando proviamo a fare qualche nome hanno subito il dito puntato per mettere il veto. Se indichiamo, come abbiamo fatto anche su questa rivista, Rosy Bindi, ci rispondono che ormai da troppo tempo è lontana dalla politica politicante, caratteristica che a noi peraltro piace, ricordando che l’appartenenza a un partito politico per la carica di Capo dello Stato  non è richiesta dalla Costituzione (ah già, hanno inventato l’espressione Costituzione materiale per bypassare con spregiudicatezza il dettato costituzionale, non solo in questa occasione) anche se si è sempre pescato in questo mondo per indicare i nomi dei candidati al Quirinale e forse, data la crisi che stanno attraversando i partiti, sarebbe ora di cambiare. Se indichiamo Bonino, si sottolinea che ormai non sarebbe più adatta, non si sa se per età o per motivi di salute, ma si osa candidamente proporre un ottuagenario o in alternativa “un nonno prestato alle istituzioni”, senza battere ciglio e senza alcuna osservazione sulla loro età, sulla loro salute o sulla loro impresentabilità. Per ogni donna segnalata ci sono veti incrociati, critiche, insomma non ne va bene una.
Eppure nella crisi di rappresentanza che i partiti politici stanno attraversando un elemento di rottura ci vorrebbe e potrebbe proprio essere rappresentato dalla novità di una donna, una persona con un punto di vista femminile sul mondo e sulla politica, portatrice dei valori della parità e della cura, un po’ come hanno dimostrato di esserlo figure come Jacinta Ardern Prima Ministra in Nuova Zelanda o Annie Hidalgo sindaca di Parigi o la stessa Angela Merkel in Germania, ma gli esempi fuori dall’Italia e non solo nell’Unione Europea sono molti di più. Questa donna potrebbe provenire dai tanti movimenti femminili e femministi che hanno chiesto ed ottenuto riforme importanti per le donne, che le hanno sapute ascoltare, che si sono battute per la parità delle retribuzioni a parità di lavoro, contro la violenza di genere, per un sistema di welfare che abbia al centro le persone e le relazioni, per la cura del territorio e dell’ambiente e che siano antifasciste come la nostra Costituzione. Una donna che faccia propri perché li ha vissuti i valori dell’accoglienza, della solidarietà, del servizio e della cura. Sarebbe un cambiamento epocale che anche dal punto di vista simbolico contribuirebbe a scardinare pregiudizi radicati in un Paese tra i più misogini dell’Unione Europea e servirebbe a dare ai nostri bambini e alle nostre bambine un esempio di donna autorevole a cui ispirarsi. Oltretutto potrebbe essere il modo di superare gli arroccamenti e la situazione di stallo di questi asfittici partiti politici sempre più lontani dal Paese reale e incapaci di ascoltarne i bisogni.
Le donne che in questi decenni hanno elaborato un pensiero divergente e una diversa visione dell’economia, della politica, della società, sono moltissime, eppure i loro nomi non si fanno. Chi detta l’agenda è una classe politica che, dopo avere inneggiato a David Sassoli costruttore di ponti, continua impunemente e senza mettersi in discussione a contrapporsi, a dividersi ad esibire una concezione muscolare del potere. «Il Presidente della Repubblica dev’essere di centrodestra» urla Salvini davanti ai media, dimenticando che, proprio nel disegno della Costituzione, il Capo dello Stato è una figura super partes, che rappresenta l’unità nazionale, una figura che, oltre ad essere dotata di equilibrio e maturità, è inclusiva. E allora ecco emergere, quasi sottovoce e di tanto in tanto, i nomi di Casellati, Moratti e Santanché, (Meloni non ha ancora l’età) ancora una volta ancillari e strumentalmente usate da un potere divisivo che mostra di non conoscere i principi a cui si ispira la nostra architettura costituzionale. I nomi proposti sono pochi e sempre quelli. Tra questi un leader di partito che come tale dovrebbe essere escluso dai giochi, ma di ragioni per essere dichiarato impresentabile ne ha molte altre, nonostante la narrazione agiografica dei giornali che appartengono alla sua famiglia. Su questa rivista abbiamo proposto, oltre alle due figure già indicate, Laura Boldrini, Elena Cattaneo e Marta Cartabia. Qualcuno/a sui social dedicati al pensiero femminista suggerisce i nomi di Livia Turco, Anna Finocchiaro, Lorenza Carlassare, Susanna Camusso, Milena Gabanelli o di qualche brava giornalista. Nei media generalisti, però, questi nomi non compaiono e neppure si ventila l’idea che a proporre le candidature sia in qualche modo quel popolo, inteso nel senso costituzionale del termine, a cui appartiene la sovranità in una democrazia e che la dovrebbe esercitare facendo arrivare alle istituzioni i propri desiderata attraverso quelle formazioni sociali che sono ad esempio le associazioni, di cui parla la Costituzione. Ma se la cinghia di trasmissione tra la società e le istituzioni sono questi partiti con la loro visione ristretta, limitata e misogina, la loro cultura patriarcale e la loro lontananza siderale dalla collettività, la strada per vedere finalmente una donna al Quirinale è ancora lunga. Tra l’altro tutta la discussione oggi è focalizzata sulle modalità di esprimere il voto in tempi di pandemia, se da remoto o nelle due Camere invece che a Montecitorio, ancora una volta allontanando la questione della mancata realizzazione della parità in questo campo. A noi non resta che immaginare quanto bene potrebbe fare all’Italia una delle donne a cui pensiamo per iniziare quella rivoluzione della cura che sola può superare la visione dicotomica della società fondata sul modo maschile di interpretare il mondo. Un bellissimo sogno che difficilmente si realizzerà perché sono in gioco una questione di potere, da un lato, e di cultura sessista (diffusa spesso anche tra le donne che l‘hanno respirata e appresa sui libri di scuola e ovunque nella società) e misogina dall’altro. Ricordando le parole profetiche di una Madre Costituente, la più giovane di tutte in Assemblea, Teresa Mattei: «Non dimentichiamo che secoli e secoli di arretratezza, di oscurantismo, di superstizione, di tradizione reazionaria, pesano sulle spalle delle lavoratrici italiane…molto ancora avranno da lottare per rimuovere e superare gli ostacoli creati dal costume, dalla tradizione, dalla mentalità corrente del nostro Paese». Sono passati 74 anni. Non è ora di cambiare?

In copertina. Il corridoio del Transatlantico alla Camera.

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Avvocata per caso, docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

Un commento

  1. Brava Sara. Griderei “Santa subito” se con le tue parole giuste e pregnanti “qualcuno” si convincesse e concretizzasse le nostre speranze!

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