L’Europa è donna. L’Italia ce la farà?

Carissime lettrici e carissimi lettori,
il rosa non dona alla Polizia di Stato. La questione riguarda una partita di mascherine Ffp2 arrivate alle questure di Pavia, Varese, Ferrara, Siracusa, Bologna e Venezia. La cosa ha suscitato la vivace protesta del sindacato Sap che il 13 gennaio scorso ha deciso di rivolgersi, in proposito, direttamente al capo della polizia, Lamberto Giannini, con una lettera nella quale chiedeva che venissero inviate mascherine di un colore diverso (bianche, azzurre, blu o nere) «coerenti con l’uniforme della polizia di Stato». Scrive letteralmente il Sap: «Chiediamo un immediato intervento volto ad assicurare che i colleghi prestino servizio con mascherine di un colore diverso (bianche, azzurre, blu o nere) e comunque coerenti con l’uniforme della Polizia di Stato, evitando dispositivi di altri colori o con eventuali decorazioni da ritenere assolutamente inopportuni soprattutto se acquistati e forniti dall’Amministrazione». Il dubbio che i poliziotti maschi si vergognassero di questo colore appare più che legittimo, anzi, sentendo, oltre a questa, anche alcune altre loro voci, si trasforma in una certezza. Mi sembra che un intervento della giornalista della Rai Tiziana Ferrario spieghi, con tutta l’ironia necessaria, la questione, che è legata a cliché e stereotipi antichi: «Perchè la Polizia non vuole le Ffp2 rosa? – si chiede Ferrario – Forse i poliziotti temono di essere meno virili, meno autorevoli? Il rosa non è decoroso, dicono, ma azzurro bianco blu e nero gli andrebbero bene. L’azzurro sì, il rosa no? E perché? Il rosa è troppo femminile forse? Le donne valgono meno? Gli stereotipi partono da lontano, azzurro per i maschi, rosa per le femmine. Poi si passa agli sport da maschio e da femmina…e poi ai regali da maschio e da femmina…e poi agli studi da maschio e da femmina …e poi ai comportamenti da maschio e da femmina…e poi alle emozioni da maschio e da femmina… e poi ai lavori da maschio e da femmina…e poi agli stipendi da maschio e da femmina, con le donne che si ritrovano sospinte verso il basso e con la strada sbarrata verso posizioni di maggiore responsabilità. Si parte dai vestitini rosa e azzurri per bambini e bambine e si arriva a credere che l’uomo sia superiore alla donna e sia naturale controllarla, dominarla, farle credere di essere protetta, ma in realtà trattarla come un oggetto di proprietà, palpeggiarla, stuprarla sino ad ucciderla quando si oppone e chiede di essere rispettata. Dietro un piccolo no alle mascherine rosa – continua Ferrario – per poliziotti e poliziotte, perché la divisa sarebbe screditata, vediamo che ci sono secoli di cultura avvelenata e ostile alle donne. La credibilità di una divisa non può essere legata al colore di una mascherina. Sarebbe molto grave se le forze dell’ordine sentissero in bilico la loro autorevolezza per una mascherina rosa e anche noi cittadini vacilleremmo se fosse davvero così. Ci verrebbe il dubbio che le parole delle donne verrebbero valutate con minore attenzione di quelle degli uomini, che le loro denunce contro compagni violenti sarebbero sottovalutate, che le loro richieste di aiuto non sarebbero ascoltate in modo adeguato. Ditemi che mi sto sbagliano e che tra i poliziotti e le poliziotte non serpeggiano forme di stereotipi e pregiudizi magari inconsapevoli.  Ripensate a quelle vostre reazioni alle mascherine rosa. Rassicurateci e indossatele con determinazione dimostrando che non è un colore a rendervi più autorevoli, ma la vostra professionalità e dedizione al fianco di noi cittadini e cittadine. Io intanto propongo mascherine rosa per tutti!!!».
C’è chi ha ricordato in proposito l’indimenticabile e infaticabile Lidia Menapace (1924-2020) che, nel suo breve mandato parlamentare, pur avendo avuto ottimi rapporti con alcuni alti ufficiali dell’esercito amava dire che «l’uniformità è antagonista della diversità» e che «il pensiero uniforme, per sua natura monotono e monocorde, è avverso alla vivacità e all’intelligenza collettiva e trasformativa». Basterebbero queste sagge parole di un’intellettuale che è stata una grande attivista, a far diventare il suo, a pensarci oggi purtroppo solo nell’immaginazione, un nome tra quelli più validi declinati al femminile per una candidatura al Colle!  

«Il catalogo dei pregiudizi sessisti che partono da colori, oggetti, azioni ritenuti pertinenti ed esclusivi per l’uno o l’altro sesso – scrive nel suo blog Monica Lanfranco, femminista e formatrice sui temi della parità di genere – è infinito. Mi viene in mente – continua- quando, nel 2016, Giorgio Napolitano chiosò la sua contrarietà all’uso del femminile nella lingua italiana, seguito dal fragoroso applauso alla sua esternazione, durante un evento pubblico al quale erano presenti sia Laura Boldrini sia Valeria Fedeli, entrambe impegnate nell’adozione di vocaboli femminili, previsti nella lingua italiana, che eliminassero l’uso maschile nelle cariche istituzionali: «Valeria non si dorrà se insisto in una licenza, quella di reagire alla trasformazione di dignitosi vocaboli della lingua italiana nell’orribile appellativo di ministra o in quello abominevole di sindaca». Che dire?!…

Per il resto di sicuro c’è solo una grande confusione. Su cosa? Purtroppo un po’ su tutto. In senso generico, il peggio che possa capitare, tanto da diventare, o apparire, retorico e troppo semplicistico. Ci rendiamo conto, però, che è così: una grande confusione che serpeggia trasversalmente nel sociale, alimentata dai media di ogni genere. Un esempio per tutti? La scuola, un mondo con il quale ognuno/a di noi in qualche modo ha a che fare, come lavoratore/trice, come docente e soprattutto come genitore o genitrice (o con qualsiasi altro tipo di parentela), ognuno/a di noi conosce una/o studente, e come studente: da quelli/e più piccoli/e a quelle/i più grandi. La scuola è in Dad (la didattica a distanza resa famosa dalla serie di lockdown, o isolamenti). O forse no? Chi ha 7 anni e diventa positivo/a manderà tutte e tutti a studiare a casa on-line oppure no? Per non parlare poi delle regole da tenere in classe! Mascherine o no? Finestre aperte anche d’inverno o condizionatori? Che però debbono ancora istallarsi nella maggior parte delle scuole. Oppure basta distanziare gli/le alunne/i? Ma lo spazio c’è? Sembra di no, perché le classi sono quelle di sempre, quelle che vengono chiamate, non a caso, classi pollaio: sovraffollate e quindi impossibilitate a un vero distanziamento. 

Comunque guardiamo “in rosa”, come ci suggerisce la famosa canzone (con quel pizzico di ironia tratto da quanto appena detto!). Almeno una sicurezza c’è. Martedì mattina una donna, la terza nel tempo, è stata eletta come presidente del Parlamento europeo. Roberta Metsola, maltese, 43 anni, (un compleanno celebrato proprio il giorno dell’investitura) è la più giovane nominata nel suo incarico. Ha preso il posto, con una larga maggioranza di voti, di David Sassoli, che lei stessa aveva commemorato lunedì pomeriggio aprendo, con un bell’intervento tutto in lingua italiana, la sessione a lui dedicata per l’ultimo doveroso saluto del Parlamento al Presidente appena scomparso. Metsola (Roberta Tedesco Triccas) è un’avvocata del partito nazionalista maltese. Nel suo discorso di insediamento ha detto di voler raccogliere l’eredità politica lasciata dal suo predecessore Sassoli, ma ha mostrato una linea politica debole, iniziando dal fatto che si asterrà da qualsiasi voto. Questo riguarda soprattutto la sua netta presa di posizione antiabortista in appoggio, purtroppo, alla rigida posizione del suo Paese. 
Nella linea della certezza, perché un fatto già accaduto, si trova il ricordo della tragedia di Rigopiano, accaduta cinque anni fa. Dopo quella della Costa Concordia è un’altra triste celebrazione, dove non c’è ancora una verità certa processuale per le 29 vittime, un dolore che rischia, come altri, di rimanere senza risposte. I fatti sono gravi perché le richieste di aiuto non vennero in un primo momento prese in seria considerazione, rendendo l’isolamento dell’albergo ancora più forte e fatalmente tragico.
Triste, troppo triste la richiesta orribile di Anders Breivik, suprematista e terrorista norvegese che dieci anni fa (era il 22 luglio del 2011) si rese responsabile della strage di Oslo e Utoya dove uccise settantasette persone. Breivnik si è sfacciatamente presentato al processo a suo carico chiedendo per sé la libertà, esibendo un saluto hitleriano e un cartello che indicava un fantomatico “genocidio della razza bianca”!
Già, il termine razza! Si voleva abolirlo dal vocabolario italiano perché, secondo l’Accademia della Crusca non esiste che la razza umana. La cosa riguarda soprattutto la sua cancellazione dall’articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Si è deciso però di lasciare il termine perché non si poteva tacere che era costato la vita a tanti. Bisognava esplicitamente negarlo, nominarlo per cancellarlo dall’uso comune. Qualche anno fa, cita un articolo dell’Accademia della Crusca, in occasione del Giorno della memoria, l’Università La Sapienza ha chiesto, con un appello, di emendare la Costituzione eliminando quel termine, in quanto «privo di qualunque riferimento alla realtà delle differenze genetiche umane, mentre il suo uso e abuso sostiene e diffonde manifestazioni di xenofobia e intolleranza». Una proposta analoga è stata avanzata in Francia, dove nel 2013 l’Assemblea Nazionale aveva deliberato la cancellazione del termine da tutta la legislazione francese.

Un fatto simile all’esaltazione del terrorista norvegese si è replicata anche qui da noi quando, alla fine della celebrazione dei funerali religiosi di una militante di estrema destra, la bara è stata avvolta, sul sagrato della chiesa, in un drappo con la svastica e è stata “omaggiata” con il saluto romano da alcune decine di militanti.  Davvero sconcertante. Se ne è occupata comunque la Digos.

Sicuramente ha ragione la filosofa Michela Marzano quando afferma che è indispensabile fare i conti con il passato, guardare in faccia la propria vergogna per prenderne atto e scioglierla, superarla. «La scoperta del fatto che mio nonno è stato un fascista – ha detto in un’intervista raccontando di un suo libro di biografia familiare – mi ha permesso di capire il perché di tanti silenzi e di tanti atteggiamenti e quindi mi ha permesso di scioglierla questa vergogna. Ecco perché io invito tante persone della mia generazione, soprattutto tante donne che si vergognano, a cercare di capire quale segreto di famiglia c’è dietro le proprie vergogne».

In questa epoca dove regna da troppo tempo il Virus coronato si sono moltiplicate drasticamente le ingiustizie. La ricchezza si è incrementata sempre di più come, all’inverso, è toccato alla povertà. L’Oxfam, l’organizzazione impegnata nella lotta alle disuguaglianze, all’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, ha dato un titolo emblematico alla propria ricerca: La pandemia della disuguaglianza. Secondo l’Oxfam «nei primi due anni di pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni. Sono passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15.000 dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo si stima che 163 milioni di persone siano cadute in povertà a causa della pandemia… Dieci persone al mondo detengono una ricchezza sei volte superiore al patrimonio del 40% più povero della popolazione mondiale, composto da 3,1 miliardi di persone». Ad essere penalizzate sono state soprattutto le donne che «hanno subito gli impatti economici più duri della pandemia, hanno perso complessivamente 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020, un ammontare superiore al Pil combinato di 98 Paesi, e stanno affrontando un aumento significativo del lavoro di cura non retribuito, che ancora oggi ricade prevalentemente su di loro. Mentre l’occupazione maschile dà segnali di ripresa, si stimano per il 2021 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019». Per non parlare della disuguaglianza sanitaria proprio in questo periodo di emergenza: ogni 4 secondi una persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere».
Abbiamo l’obbligo di considerare ll mondo che viviamo con altri sguardi, un principio che deve essere ripetuto. La scienza ci sta avvertendo perché epidemie di questa portata non si ripetano con virulenza e in maniera ravvicinata. La poesia ci viene sempre in aiuto. Oggi vorrei condividere con voi i versi di un poeta indiano, Muhammad Iqbal nato a Sialkot (oggi Punjab pakistano) nel 1877. Iqbal è considerato il maggiore poeta e filosofo indiano del XX secolo. Ha studiato tra la città di Lahore, Cambridge e Monaco. Affascinato da Goethe e Nietzsche, conobbe personalmente Bergson.  La poesia che segue sembra molto triste, ma mi è apparsa un meraviglioso tentativo, pieno di amore, di colloquio con la Natura che sembra offesa.

Solitudine

Andai sulla spiaggia e dissi all’onda stravolta del mare:
“Che mai ti tormenta che sempre cerchi cerchi qualcosa?
Mille perle lucenti splendenti conservi nel seno:
O, come me, forse nel petto tu anche hai un cuore di gemma?”
    Scivolò via fremente e nulla disse.

Andai alla Montagna e chiesi: “Che cos’è la passiva freddezza
Che tutta t’avvolge? Non senti il sospiro e il lamento dei tristi?
Se il rubino che chiude il tuo cuore di sasso è goccia impietrata
   di sangue,
A questo oppresso d’affanni orsù parla parla dunque un istante!”.
    s’indurì ad un sospiro e nulla disse.

E dopo lunga via chiesi all’altissima Luna:
“O viaggiatrice eterna! Mai avrai tu dunque dimora? 
Tu copri il mondo intiero di bianchi gelsomini di luce:
La luce del marchio tuo in cielo è simbolo forse d’un cuore?”.
    Guardò invidiosa una stella e nulla disse.

Allora passai oltre il sole e la luna alla casa di Dio
e dissi: “Nel mondo ch’hai fatto nessuno, ahimè, m’è compagno!
Il mondo è vuoto di cuore e tutto cuore son io, questo pugno di
    terra!
Belli son boschi e prati ma indegni d’un solo mio canto!”.
    Sorrise misterioso e nulla disse.

(da Poesie, a cura di Alessandro Bausani, Guanda, Parma 1957.)

Buona lettura a tutte e a tutti.

Presentiamo gli articoli di questo numero. Per Calendaria c’è la storia di Lydia Sklevicky, la prima storica, antropologa e sociologa femminista croata. Continuano le nostre serie: Fantascienza, un genere (femminile). Maggie Gee ci presenta un’autrice interessante i cui libri affrontano, tra gli altri, i temi del riscaldamento globale e della guerra dei sessi. Spesso le storie di fantascienza si svolgono nell’universo e il cielo ha da sempre affascinato gli esseri umani, anche se oggi è infestato da satelliti con cui gli Stati si spiano e si fanno la guerra. Elementi di cosmologia vedica: lo studio del Cielo ce ne dà una prospettiva completamente diversa, in un’altra puntata di questa sezione. Per la serie Viaggiatrici del Grande Nord, Mary Wollstonecraft, un viaggio d’affari in Scandinavia si sofferma sulla scrittura connotata dalla malinconia di una pioniera dei diritti delle donne.

Tanti sono gli anniversari, e tutti femminili, che cadono in questa settimana: la nascita di Edith Wharton, una delle più grandi esponenti della letteratura americana, quella di Marisa Cinciari Rodano, 101 anni di vita e di ideali, la donna che ebbe il destino di nascere il giorno in cui si costituì il Partito comunista italiano e la cui esistenza è la dimostrazione che l’impegno per un mondo migliore non finisce mai, e quella della morte di Nellie Bly. A young woman whose notebook and pencil are her constant companions, il ritratto della giornalista americana coraggiosa e impavida impegnata a denunciare le ingiustizie per sensibilizzare l’opinione pubblica a mobilitarsi per cambiare. Un altro anniversario è quello della nascita della Madre spirituale del pensiero femminista. In Virginia Woolf. Le tre ghinee: pensiero, messaggio e racconto si presenta il lavoro dell’Istituto Enrico De Nicola di Sesto San Giovanni su Virginia Woolf e sul suo libro Le tre ghinee, premiato al Concorso Sulle vie della parità.

Di linguaggio di genere si torna a parlare in Quando sono le donne a sbagliare… Ancora sulla lingua di genere: una bella riflessione sul maschile inclusivo che inclusivo non è, ma che spesso è rivendicato dalle donne stesse, per scarsa consapevolezza del loro valore.
Le sfide impossibili dell’amore ci fa cogliere intensamente le difficoltà che, in questo periodo di pandemia, devono affrontare tutti i giorni sia studenti fragili sia le loro famiglie.
Le donne colte fanno paura. Il sapere negato è un excursus interessante e istruttivo sui pregiudizi nei confronti delle donne istruite negli scritti dai cosiddetti uomini illustri.

Due sono le recensioni: Buone nuove. Donne in architettura ci racconta una mostra al Maxxi di Roma che rende finalmente giustizia alle tante figure femminili che si sono occupate di questa bellissima arte, mostra che, per una contingenza fortunata, si svolge in contemporanea a quella sull’”architettrice” Plautilla Bricci. Noi, loro, gli altri parte come una recensione dell’ultimo album del rapper Marracash con cenni a Strappareibordi di Zero Calcare per diventare una lucida analisi della nostra società dal punto di vista dei/delle giovani.

Chiudiamo con un racconto, Il pane di mare, che in modo fantastico narra di imprese piratesche e di «un pane lontano, straniero, si dice genovese, portato dalle onde e dagli scafi che le hanno solcate, nelle cambuse tutte uguali di mille navigli differenti».

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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