Fantascienza, un genere (femminile). Maggie Gee

«Io, Saul, il Cantastorie, il Guardiano delle Colombe, il Massacratore di lupi, vi racconterò la storia del mio tempo. Dei giorni migliori, degli ultimi giorni. Del nuovo, bianco mondo in cui ci capita di vivere. Per tutti quelli che la leggeranno. Per chiunque legga».

È l’inizio, folgorante, di The Ice People di Maggie Gee, «uno dei più riusciti e profondi testi di fantascienza degli ultimi anni», un romanzo originale e coinvolgente «nella visione di una crisi totale e nella comprensione dei profondi legami che collegano ambiente, società e individuo»: così Domenico Gallo, presentando Il pianeta di ghiaccio (questo il titolo italiano, meno evocativo dell’originale) in un bel saggio su distopia, razzismo e sessismo nella narrativa dell’autrice inglese (ContactZone 1/2020).

Maggie Gee fotografata dal marito Nick Rankin sulla spiaggia di Harty, nell’isola di Sheppey (Kent), il 12 maggio 2021: «Maggie Gee writer: unable to put down» (twitter.com/rankinnick)

La tesi di Gallo − studioso eclettico e coltissimo, al quale devo la scoperta di questa scrittrice straordinaria − è che gli strumenti del realismo non possano bastare quando si costruisce un discorso teso a comprendere le dinamiche interne a rapporti di coppia e comunità differenti, nonché le relazioni tra individui e potere nelle società complesse, e a suggerirne i possibili sviluppi: per esprimere «l’esperienza di una smagliatura, di un vizio di forma» (giova citare ancora una volta Primo Levi) occorre dunque attingere al genere della fantascienza, come Maggie Gee, «anche solo per pochi romanzi»: due, nella fattispecie (almeno quelli tradotti in Italia, ove è pochissimo nota), ma memorabili.

The Ice People (1998) appare in traduzione italiana con il titolo Il pianeta di ghiaccio, nel 2007, per Barbera Editore; The Flood (2004) è proposto con il titolo Il diluvio nel 2005, da Edizioni Spartaco, alle quali, rispettivamente nel 2006 e 2008, si deve anche la stampa dei due precedenti romanzi Light Years (1985) e The White Family (2002), che con The Flood compongono una ideale trilogia (per quanto, come si vedrà, l’autrice ritenga sia «non esattamente» tale).

Copertine delle edizioni italiane dei due libri di fantascienza scritti da Maggie Gee: Il pianeta di ghiaccio, Barbera Editore, Siena 2007, e Il diluvio, Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2005

Nella sua carriera ormai quarantennale, Maggie Gee − nata il 2 novembre 1948 a Poole, Dorset, Gran Bretagna − ha pubblicato tredici romanzi (il quattordicesimo sarà stampato nell’anno in corso), una raccolta di racconti (The Blue, 2006) e un libro di memorie autobiografiche (My Animal Life. A Memoir, 2011): il suo esordio data infatti al 1981, con Dying, In Other Words [Morire, in altre parole], vicenda surreale e lovecraftiana nella quale sembra essere la protagonista a descrivere le circostanze della propria morte (evento che dà inizio alla narrazione), da una prospettiva altra rispetto a quella della realtà (una realtà, comunque, nella quale il tempo ritorna circolarmente su sé stesso).

Il romanzo vale a Maggie l’inserimento, l’anno successivo a quello della pubblicazione, tra le venti Best of Young British Novelists; in seguito, è selezionata per due prestigiosi premi letterari, l’Orange Prize e l’International Impact Award. In parallelo, inizia la carriera accademica: dopo essere stata ammessa al prestigioso Sommerville College di Oxford, si laurea in letteratura inglese e consegue un dottorato sul surrealismo in Inghilterra; ricopre poi diversi incarichi presso il Wolverhampton Polytechnic, l’East Anglia University, la Sheffield Hallam University; è attualmente responsabile accademica del gruppo di ricerca Empathy and Writing presso la Bath Spa University.
Dal 2004 al 2008, è la prima donna presidente del Consiglio della Royal Society of Literature; è nominata Ufficiale dell’Ordine dell’Impero britannico, quale riconoscimento per la sua attività letteraria, nel 2012, lo stesso anno in cui la St. Andrew University le dedica un convegno internazionale (gli atti sono poi stampati nel 2015 in un volume a cura di Sarah Dillon e Caroline Edwards); nel 2014 appare un saggio sulla sua narrativa a firma di Mine Özyurt Kiliç, docente della Istanbul University e autrice di una sostanziosa intervista a Gee pubblicata in rete da Oxford University Press, il 16 dicembre del medesimo anno. Maggie Gee vive ora a Londra con il marito Nicholas ‘Nick’ Rankin, conduttore televisivo e scrittore, dal quale nel 1987 ha avuto una figlia, Rosa, a sua volta scrittrice; gode di buona popolarità nel Regno Unito, ma, pur essendo i suoi romanzi tradotti in diverse lingue, a livello internazionale non è conosciuta quanto merita. E merita tanto, tantissimo.

The Ice People è un romanzo capace di guardare lontano, per quanto sia ambientato pochi anni più tardi rispetto al 1998, quando è pubblicato per la prima volta: Saul, il protagonista, voce narrante della vicenda, nasce infatti «nel 2005, alla periferia di Londra, agli albori dell’Era Tropicale, o meglio, quella che oggi chiamiamo l’Era Tropicale». Soltanto a fine XX secolo il tema del riscaldamento ambientale inizia a divenire mainstream (il protocollo di Kyoto data all’11 dicembre 1997 e occorreranno oltre sette anni perché entri in vigore, proprio nel 2005): eppure la scrittrice già intuisce gli effetti devastanti che l’incuria e la rapina agite dal genere umano ai danni della natura provocheranno. È esattamente a questo punto che la soglia della science fiction è oltrepassata: a noi tutte e tutti, lettori e lettrici, è necessario uno sguardo capace di andare oltre, di illuminare la realtà che potremmo trovarci a vivere, nostro malgrado, o alla quale potremmo soccombere, ormai senza alcun potere di contrattazione, nel futuro prossimo. È lo sguardo a un tempo implacabile, eppure capace di misericordia, di Maggie Gee: l’autrice disegna una società che scivola lentamente, quasi insensibilmente, nella distopia: la madre di Saul che «aveva troppi lavori» e «spesso era sfinita», il padre che lavorava in polizia, perché «in quei giorni Londra aveva una forza di polizia pubblica, anche se le prigioni pubbliche, be’, quelle non c’erano più», in un’epoca lontana che nel presente narrativo della vicenda, il 2064, appare «ancora così sicura e ordinata», perché il mondo come lo conosciamo ha impiegato davvero poco per andare a pezzi (It’s The End of The World as We Know It cantavano i REM nel 1986).

«La terra di Euro andò in rovina quando io avevo poco più di vent’anni. – racconta Saul, cinquantanovenne, riportando chi legge con un brivido a conteggiare quanto poco mancherebbe alla catastrofe − Ci furono tre anni di pestilenze che chiusero le frontiere, una nuova varietà di Ebola e una malattia del sonno emorragica; estati incandescenti in cui i virus prosperarono e l’ordine pubblico non riuscì a reggere alla pressione mentre centinaia di persone morivano, sanguinanti, nelle proprie case, intasando le strade che conducevano agli ospedali. Il nostro governo cadde, e non venne rimpiazzato. A guardare indietro, gli ultimi anni della mia adolescenza erano stati un paradiso».

Il romanzo procede su due piani temporali: il tempo in cui il protagonista (ancora) vive e il tempo che è trascorso dalla sua nascita al qui e ora. Il primo è un presente senza domani, nel quale Saul affronta ogni giorno fame e gelo, come Shahrazàd (peraltro esplicitamente menzionata) sopravvivendo a stento grazie alla propria capacità affabulatoria («Ora credo che gli unici farmaci siano i racconti»), che incanta i ragazzi selvaggi da cui, raro anziano, è circondato, libero però di scegliere la propria morte; il secondo è la narrazione del tempo che fu, nel quale la storia individuale diviene exemplum di quella collettiva, in cui si inserisce e da cui trae senso e significato.

Sulla scia della science fiction femminista, ma con ben altra prospettiva e altro esito, Maggie Gee sceglie il tema della guerra tra uomini e donne: «tra i sessi si era creata una grande spaccatura», e, ancora, «i problemi di fertilità avevano iniziato a peggiorare» (e siamo soltanto alla pagina 14 dell’edizione italiana); il tema della separazione tra i due generi e quello della procreazione sono infatti fondanti, non soltanto per le ideologie totalitarie ossessionate dalla teoria del tramonto dell’occidente, ma anche nella fantascienza scritta da donne. Domenico Gallo ricorda in proposito la definizione di «feminist fabulation» coniata da Oriana Palusci, antesignana degli studi sull’immaginario femminile tra utopia e fantascienza, per indicare la critica alla società patriarcale operata dalle autrici del secondo Novecento (e non solo).

Maggie Gee in una fotografia del marito Nick Rankin, postata il 9 giugno 2014, giorno della pubblicazione del romanzo di Gee Virginia Woolf in Manhattan (twitter.com/rankinnick)

Le donne di Svastika Night (1937) di Katharine Burdekin, pur «troppo instupidite per dolersi davvero di qualcosa», mettono in atto una inconsapevole resistenza biologica, partorendo sempre meno figlie femmine e destinando dunque il Reich millenario all’estinzione. In The Left Hand of Darkness (1969) di Ursula Le Guin, gli abitanti del pianeta Gethen sono umani bisessuati, possono sviluppare indifferentemente l’uno o l’altro sesso, dunque non conoscono rivalità e competizione; Janet, una delle quattro protagoniste di The Female Man (1975) di Joanna Russ, proviene da una terra futuribile, Whileaway, dove è un solo genere (quello femminile) ma le donne sono comunque in grado di riprodursi; da sole appartenenti al genere femminile è anche popolato il pianeta del futuro non troppo lontano del racconto Houston, Houston, Do You Read? (1976) di Alice Sheldon; infine, le sventurate donne deprivate della Repubblica di Galaad in The Handmaid’s Tale (1985) di Margaret Atwood sono ridotte a fattrici di proprietà maschile per porre rimedio a una ormai diffusa incapacità di procreare.

Gee, con prospettiva originalissima, prende le distanze dalle autrici che l’hanno preceduta, dalle «utopie yin» (come ancora sottolinea Domenico Gallo, che ricorda a riguardo la definizione di Ursula Le Guin), secondo le quali un mondo esclusivamente femminile, basato su principi di cooperazione e armonia, risulterebbe, se non perfetto, quasi (così in Herland di Charlotte Perkins Gilman, del 1915); né, d’altra parte, nel porre in rilievo la staticità e l’assenza di competizione di una terra di sole donne, Maggie scivola nella sgradevole (e gratuita) misoginia espressa da Doris Lessing in The Cleft (2007), una delle ultime opere dell’autrice Premio Nobel per la letteratura.

Maggie Gee – femminista critica nei confronti di come gli uomini gestiscono il potere, non degli uomini in quanto persone − disegna invece un mondo in cui donne e uomini non si comprendono più, non sanno ascoltarsi, non possono amarsi, esprimono in ultima analisi la propria parte peggiore, incapaci di essere sé stessi, sé stesse, nelle infinite e mutevoli gradazioni di maschile e femminile, e incapaci di rinunciare alla competizione, nella reciproca diffidenza e ostilità: l’autrice costruisce, dunque, una cornice fantascientifica entro la quale temi e problemi sono urgenti e reali. Ed è proprio questa cornice che le consente di portare al punto di rottura le relazioni, quelle tra le persone e quelle interne alla società. L’amore, il matrimonio, la genitorialità sofferta di Saul e Sarah – la coppia protagonista − sono affrontati sullo sfondo di un lento disfacimento sociale, economico, politico, dell’Europa e della Gran Bretagna, ove i due vivono: non il peggiore dei mondi possibili (a ragione, sono richiamati i precedenti di Aldous Huxley, George Orwell, Anthony Burgess), ma un mondo che progressivamente, spietatamente, congela i rapporti tra i due sessi e i rapporti umani tout court, oltre che buona parte dell’emisfero settentrionale, semplicemente perché la Terra devia di un nonnulla dalla propria orbita consueta intorno al Sole, allontanandosene, condannando così interi continenti alla desolazione e alla morte.

Fotogramma del film The day after tomorrow, di Roland Emmerich (2004), che si colloca nel filone del catastrofismo climatico profetizzando l’inizio di una nuova era glaciale

Pur assumendo il punto di vista di Saul, a parere di chi scrive, Gee non sceglie quale sia la parte migliore tra lui e Sarah, tra sesso maschile e sesso femminile: se il secondo trova nefasta espressione nell’integralismo di Wicca − partito parafascista di sole donne che prende il potere con l’inconsapevole complicità degli uomini, che boicottano le elezioni −, il primo regredisce nel machismo ostentato, nella misoginia, nella passione per le Colombe, esseri artificiali «con la testa grande e un fascino complice, infantile», umili e remissive, perfetti surrogati delle donne, anzi, meglio delle donne, dal momento che agli uomini è possibile spegnerle e silenziarle a propria volontà.

«È questo il futuro per gli uomini e le donne? – si chiede Saul − Siamo destinati a vivere separati per sempre, in un’infinita e solitaria masturbazione?». Quasi per sempre, quasi per tutta la vita che rimane: è Luke, il figlio tanto desiderato e tanto amato, la ragione del contendere della coppia, quando questa si divide: la sua educazione, il suo affidamento, la sua sessualità. Sia Saul che Sarah vorrebbero un bambino, un adolescente, a propria immagine e somiglianza, proiettando su di lui aspettative e frustrazioni.

Il viaggio che padre e figlio compiono dall’Inghilterra attraverso l’Europa (Francia e Spagna, ben leggibili sotto nomi di fantasia) per imbarcarsi alla volta dell’Africa, la terra d’origine nella quale ritrovare la forza dell’inizio (il nonno di Saul era emigrato dal Ghana, unendosi poi a una donna inglese bianca), ripercorre a rovescio l’odissea di migranti e rifugiati, che nel nostro tempo (e già negli anni Novanta del secolo scorso) fanno risuonare i propri passi e le proprie voci attraverso deserti e mari, valicano frontiere ed eludono dogane, vittime di carcerieri, passeur, gendarmi… Sì, perché la morsa del ghiaccio ha reso inabitabili le nazioni del nord del mondo, spingendone i popoli disperati verso il sud: «Poi ricordai. Le scene che mi avevano spaventato a morte quando ero piccolo, orde di neri che si riversavano in Gran Bretagna, venivano a portarci via tutto ciò che avevamo, mentre i coraggiosi soldati bianchi li respingevano. Solo che questa volta era tutto a rovescio, era l’immagine al negativo di una foto da tempo dimenticata. Questa volta le persone disperate erano i bianchi. Questa volta le persone potenti erano i neri».

Il viaggio di Saul e Luke (che avrà il coraggio di scegliere in autonomia quale vita vivere) è allo stesso tempo avventuroso e disperato, memore della marcia nel silenzio e nella neve di Genly Ai ed Estraven sul pianeta Gethen, nel già citato The Left Hand of Darkness; e, anche, anticipatore della strada desolata e rischiosissima percorsa da padre e figlio senza nome in The Road, romanzo post-apocalittico di Cormac McCarthy, del 2006 (che vale all’autore il Pulitzer l’anno successivo), dal quale è tratto il bel film di John Hillcoat, del 2009. Fino a che i due tempi, quello della vita ormai trascorsa del protagonista (la «mia lunga e strana vita nel ventunesimo secolo») e quello presente non si ricongiungono, in un finale che lascia senza respiro.

Fotogramma del film The Road, di John Hillcoat (2009), con Viggo Mortensen (il padre) e
Kodi Smit-McPhee (il figlio)

The Ice People è un romanzo bellissimo, intenso, originale: intreccia i problemi di tre piccole persone con la tragedia della storia umana, con l’imperscrutabile volontà di una natura – come per Leopardi − indifferente e incomprensibile; è un’opera che si pone con intelligenza innovativa nella tradizione letteraria inglese (da John Christopher a James Ballard) sulle catastrofi ambientali, di cui è responsabile, però, il genere umano; è un testo di lucida critica alla società capitalista, con le sue aberrazioni e ingiustizie, che allargano sempre più il divario tra «insider» e «outsider», privilegiati e reietti; è un monito a vigilare, senza cedere alla rassegnazione e all’apatia, affinché il contratto sociale non si trasformi in cannibalismo egoista (e giova ricordare a riguardo il precedente The Memoirs of a Survivor di Doris Lessing, del 1976, che tuttavia, a differenza del romanzo di Gee, è greve e macchinoso); è, infine, un’appassionata dichiarazione della complementarità di maschile e femminile: «gli occhi di mia madre splendevano quando guardava mio padre. – ricorda Saul con struggimento − E senza quel riflesso gli uomini sono soli…».

Fotografia di Maggie Gee postata dal marito Nick Rankin sul proprio profilo Twitter il 2 novembre 2018: «My love, Professor Dr Maggie Gee, on her 70th birthday…» (twitter.com/rankinnick)

«In realtà devo spiegare che non si tratta di una trilogia, almeno non esattamente. − così Maggie Gee risponde a Domenico Gallo, che in un’intervista del 2009 le chiede del trittico di romanzi costituito da Light Years, The White Family (testi non ascrivibili alla science fiction) e The Flood − Mentre stavo scrivendo Il diluvio, il mondo mi sembrava molto instabile e minaccioso, soprattutto a causa dell’invasione in Iraq che stava per iniziare; così presi una decisione, volevo costruire un’arca nella quale avrei tentato di salvare alcuni personaggi dei miei libri, mettendoli assieme, così ho costruito un mondo letterario in cui ho riunito elementi tratti dalle mie opere. Ho fatto proprio questo, ho richiamato alcuni dei miei personaggi da ognuno dei miei sette romanzi precedenti e li ho collocati nella nostra epoca, calcolando le età che avrebbero avuto nella data in cui si svolgeva Il diluvio. Sono stata attenta all’età che avevano nei loro romanzi di origine, e una parte del lavoro che ho fatto per scrivere Il diluvio è stato di rendere plausibile l’intreccio delle loro vite, sebbene quando avevo scritto i romanzi in cui erano stati inventati non avevo alcuna idea di un loro possibile futuro. È stato un impegno affascinante, difficile e straordinario, e che correva parallelo alla costruzione del filone narrativo principale del romanzo».

In effetti, per qualche decina di pagine, l’attenzione di chi legge Il diluvio − opera che segue di sei anni Il pianeta di ghiaccio − si concentra sulla trama di relazioni tra i personaggi, donne e uomini, per stabilire le connessioni che intercorrono tra di loro e meglio seguirne le vicende: l’anziana May, vedova di Alfred, accogliente e minuta, con i figli Darren, Shirley (che dal marito Elroy ha avuto i gemelli Winston e Franklin) e Dirk, in carcere per aver assassinato Winston (nero e omosessuale), cognato della sorella, di cui ora uno dei bimbi porta il nome; la bella, allegra e più che benestante Lottie, che dal primo matrimonio ha avuto Davey, intrattenitore televisivo e astronomo di successo, e dall’unione con Harold, filosofo e scrittore, la ribelle sedicenne Lola; Faith, donna di servizio di Lottie e di altre ricche famiglie londinesi (la «città terrena» in cui si svolge la vicenda), con la figlia Kilda; Delorice, sorella di Elroy, editor di talento e compagna di Davey; la scrittrice Angela Lamb, che delega le cure della figlia bambina Gerda ai propri genitori; e, ancora, la critica letteraria Moira Penny; il pittore trasgressivo Ian; l’adolescente Grace, amica di Lola; la coppia costituita da Rhuksana, insegnante di Gerda, e Mohammed, collega di Delorice; l’apocalittico Bruno, che guida la setta fondamentalista dell’Unica Via, e altri, altre…

Winifred Knights, The Deluge, 1920. L’opera fu dipinta dall’artista inglese a quella data appena ventunenne

«The Deluge è il titolo di un saggio che ho scritto per una raccolta di contributi chiamata Writing on the Wall. Women Writers on Women Artists. La Tate [Gallery] chiese a una dozzina di scrittrici di scegliere i loro dipinti preferiti di artiste donne, li espose in una mostra e i saggi furono pubblicati per accompagnarla. Io scelsi il dipinto di Winifred Knights The Deluge. Quel saggio, The Deluge, è all’origine di The Flood, il romanzo, e la coraggiosa bambina vestita di rosso nel dipinto ha ispirato Gerda, la figlia ribelle di Angela Lamb in The Flood» (dall’intervista a Maggie Gee a cura di Mine Özyurt Kiliç pubblicata il 16 dicembre 2014)

Tuttavia, superata la fase della definizione e contestualizzazione delle reti parentali e relazionali tra i diversi personaggi (già presenti, per esempio, in Dying, in Other Words, Light Years e The White Family), la scrittura si fa serrata e la narrazione avvincente, dando vita a un nuovo, bellissimo romanzo, nel quale la fantascienza diviene strumento per collocare le storie di uomini e donne di classi sociali differenti, con caratteri che percorrono l’infinita varietà umana, protagonisti di esistenze lontanissime, entro una tragedia collettiva, una catastrofe ambientale che attraverso una pioggia incessante ricopre la terra di acque, «acque sporche, acque rugginose che distruggono carte, immagini, popoli». L’enviromental crisis, declinata sul modello biblico del diluvio, è accompagnata da una catastrofe umanitaria in un Paese del Medio Oriente (evidentemente l’Iraq), a causa della guerra voluta dal governo in carica (trasparente l’identificazione dell’ambiguo presidente Mister Bliss con il leader laburista Tony Blair, allora Primo ministro britannico); da una catastrofe culturale, che si esprime nella forsennata produzione di libri spazzatura («migliaia di libri ogni anno: [la città ] prima ne sfornava in grandi quantità, poi li mandava al macero») e, d’altra parte, nella distruzione di intere biblioteche («nella storia planetaria gli ultimi cinquant’anni erano stati i peggiori per quel che riguardava le perdite di beni librari»); infine, da una catastrofe sociale, che amplia a dismisura le disparità e le radicalizza, che Gee denuncia con la lucidità graffiante del migliore Ken Loach.

La descrizione della città semisommersa dall’acqua («nera, oleosa e piena di sporcizia») è straniante: l’approvvigionamento del cibo, la raccolta dei rifiuti, il sistema dei trasporti sono in buona parte collassati; i quartieri periferici («le Torri») sono raggiungibili per mezzo di imbarcazioni di fortuna condotte da traghettatori poco meno che infernali; volpi urbane e grossi topi affiorano dai canali e divorano resti di alimenti abbandonati.

Pure, mentre le vicende personali dei protagonisti procedono a ritmo sempre più vorticoso, il governo organizza una grande festa esclusiva, una sorta di carnevale sinistro e tragico, al quale Maggie Gee dedica pagine di spietata indignazione: partecipa al Gala «la crème de la crème», ovvero «i personaggi che danno lustro alla città, i ricchi, le celebrità, la gente che conta, gli stili e sguardi conosciuti e imitati, star, attori, capi, personaggi affascinanti, tutti i nomi creati dai tabloid, direttori e stilisti famosi, ballerini e acconciatori stravaganti, astrologi e calciatori, conduttori di giochi televisivi e presentatori della TV, tutti quegli uomini di spettacolo che fanno la felicità della gente […]: vigili del fuoco, ambulanzieri, dottori, poliziotti, sono tutti felici e imbarazzati di fronte alle celebrità, le fissano famelici, le scrutano attentamente, avrebbero voglia di ridere, sghignazzare, salutarle con la mano, di condividere con loro lo spazio-tempo, con quelle figure da sogno, con quelle figure da schermo…», e via con una sfilata di personaggi da rotocalco, improbabili e grotteschi. Manca, comunque, «una grandissima parte della città», mancano «i manovali delle imprese edili, i cacciatori di topi (sebbene i topi fossero poco distanti, appena sotto il pavimento, nelle tubature dei bagni riservati al personale, e tutto intorno ai bidoni; zampettano frenetici, annusano e fiutano tutta quella meraviglia: teste di gambero, pelle di pollo, zampe d’agnello, la cremosa patina di grasso che hanno filtrato dal sugo); i venditori porta aporta di strofinacci e guanti da forno; gli ingegneri sanitari, gli idraulici; gli autisti dei bus con le loro macchinette obliteratrici; gli ispettori per la pediculosi con i loro pettini anti-uova; i maestri delle scuole elementari (nessuno vuole sapere come stanno le cose); gli infermieri ospedalieri, le levatrici». Mancano «i neonati: il futuro del mondo non è venuto al ricevimento. Non c’è neanche il passato: i vecchi, i morenti». E non ci sono i netturbini, gli immigrati clandestini, i tassisti, le donne delle pulizie, i giovani criminali… L’umanità minore esclusa e dimenticata dal potere. «A dire il vero, manca la maggior parte dell’umanità», annota Gee.

Il potere non sa, però, che nessuno si salva da solo, o, forse, come in un Trionfo della Morte trecentesco, che nessuno si salva: «i momenti di ognuno di noi coincidono, a prescindere dal luogo e dalle nostre diversità, e ogni atomo è interconnesso». Una delle chiavi di lettura del romanzo è senza dubbio la teoria sul tempo e sulla simultaneità espressa nel libro al quale Harold lavora da vent’anni: «Se il tempo è un nastro che si srotola all’infinito, − riflette May nel prologo della narrazione − i vivi vedono soltanto la breve sezione luminosa a cui sono aggrappati, ansimando, faticando, si affacciano, ma li acceca il bagliore di un istante».

Nessuno, dunque, colpevole o innocente che sia, sfugge agli effetti del cambiamento climatico, del riscaldamento globale e della crisi ambientale: la resistenza di un singolo uomo o donna, bambina o bambino, a fronte della forza smisurata della natura, è insignificante e pressoché pari a zero; l’umanità, quella almeno che non ha ascoltato la scienza e non ha saputo porsi in salvo, paga il proprio peccato di superbia nei confronti della Terra (come nel diluvio biblico nei confronti di Dio) con l’estinzione. O forse no, perché «ci sono tantissimi finali differenti», e quello di The Flood, ancora una volta, commuove e smuove gli affetti in profondità.

È una questione di sguardi: lo sguardo di Maggie Gee coglie e restituisce a chi legge la vita e il dolore dei suoi personaggi, mai del tutto positivi o negativi, osservati ma non giudicati nelle proprie fragilità, comunque accolti e descritti attraverso una scrittura limpida e potente al tempo stesso, che sa trasmettere «un senso di completezza, di comprensione, che includa ogni differenza» (come dichiara l’autrice nell’intervista del 16 dicembre 2014).

Le radici dell’amore per la scrittura sono nella biografia di Gee, nella relazione comunicativa con le donne della propria famiglia: «Mia nonna, che era una domestica, scriveva e vendeva versi per biglietti di compleanno, mia madre scriveva versi e racconti per concorsi su riviste e giornali, la rima le riusciva facile e naturale, e anche mia figlia ha il dono della poesia. Nella linea femminile, noi tutte chiacchieriamo come uccelli» (dalla medesima intervista a cura di Mine Özyurt Kiliç).

Maggie Gee (a destra) con la figlia Rosa Rankin in una fotografia scattata da Sara Lee per The Guardian in occasione di un’intervista pubblicata il 29 maggio 2010

La forza della matrilinearità si evince anche da una commovente intervista rilasciata a The Guardian il 29 maggio 2010, nella quale Maggie Gee, presentando il proprio memoir My Animal Life, rievoca il rapporto con il padre e quello con la madre, la loro morte, l’inizio dei decenni della propria vita senza genitori. «Eppure, mia madre è ancora con me. – dice − La sua fotografia sorride nel mio studio, e penso che la ragione per cui lei permane come un mormorio affettuoso sullo sfondo, piuttosto che come il fantasma inquieto che, so bene, alcune madri di donne possono essere, è che raramente mi ha fatto sentire in colpa. Ora vedo quanto fossero eccentriche e liberatorie molte delle sue parole. Quando ero un’adolescente arrabbiata, e le avevo gettato addosso tutta la mia infelicità, mi ha detto: “Non importa quanto tu sia orribile, non puoi essere peggiore di quanto fossi io per mia madre”. Ero stata disarmata e confortata. Vale a dire: “A volte siamo tutti orribili: non importa, tua madre ti ama”. Forse mia nonna, May, l’aveva detto per la prima volta a mia madre? Ho imparato da lei e ho detto la stessa cosa a [mia figlia] Rosa».

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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