Lydia Sklevicky, la prima storica e sociologa femminista croata

Lydia Sklevicky è stata una storica, antropologa e sociologa, la prima studiosa croata ad affrontare la storia sociale delle donne da una prospettiva femminista. L’operato di Sklevicky è stato unico, per molti aspetti senza eguali, nonostante ancora oggi il suo contributo luminoso e generativo al femminismo, ma anche e soprattutto la sua analisi rivoluzionaria e ante litteram della storia, della sociologia e dell’antropologia, non abbia ottenuto un riconoscimento tale da farle occupare un posto di rilievo nella memoria collettiva e sociale.

Nata il 7 maggio 1952 a Zagabria, quando ancora l’odierna Croazia si chiamava Jugoslavia, ha da subito mostrato interesse per le scienze umane e sociali, iniziando la sua attività scientifica presso l’Istituto per la Storia del Movimento operaio croato (Institut za historiju radničkog pokreta Hrvatske), oggi Istituto Croato di Storia, con un progetto dal titolo Aspetti socio-storici dell’attività organizzata e della posizione sociale delle donne in Croazia 1945-1980

Sklevicky è stata la prima nel Paese a svolgere una ricerca sulla storia sociale delle donne, compiendo un’analisi del movimento dalle sue origini fino all’emancipazione, intesa come parte integrante di un processo a lungo termine di cambiamento culturale. Ha conseguito la laurea in Sociologia della cultura presso la facoltà di Filosofia dell’Università di Zagabria, nel 1984, con una tesi dal titolo Donne e potere. La genesi storica di un interesse e, successivamente, ha intrapreso un dottorato di ricerca, con una tesi dedicata a Emancipazione e organizzazione. Il ruolo del Fronte femminile antifascista nei cambiamenti della società post-rivoluzionaria, senza completarla. Nei suoi studi ha analizzato le attività delle donne prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale e il divario tra l’emancipazione proclamata e le perduranti restrizioni ai diritti femminili nel Paese. Ha saputo interpretare con acume e intelligenza critica le dinamiche del cambiamento culturale post-rivoluzionario sviluppando inferenze con la categoria di genere, dalla trasformazione dei valori tradizionali in un mutato contesto sociale alla nascita di una nuova iconografia della femminilità. 

I suoi interessi professionali si estendevano dallo studio della storia sociale, attraverso gli studi sulle donne e l’antropologia di genere, al costume e alla politica in generale. Secondo una sua testimonianza, infatti, uno studio più approfondito della cultura simbolica e la creazione di nuovi rituali basati sull’analisi della storia recente avrebbero fornito l’opportunità di approfondire i suoi interessi, raccogliendo materiale e creando una bibliografia antropologica su temi sui quali ha scritto un rito politico e un calendario di costumi, nell’ambito dei progetti del Dipartimento delle dogane dell’Istituto per la ricerca sul folklore, oggi Istituto di etnologia e ricerca sul folklore, in cui ha lavorato a partire dal 15 dicembre 1988 fino alla prematura morte, avvenuta il 21 gennaio 1990 vicino a Donja Dobra, Delnice, a causa di un incidente stradale.

Accademica di fine intelletto e cultura, parlava diverse lingue straniere (inglese, tedesco, italiano, francese e spagnolo), faceva parte di associazioni professionali – in modo particolare della Sociological Society of Croatia e la Croatian Etnological Society; tra il 1982 e il 1983 ha coordinato la Sezione “Donne e società” della Società di sociologia della Croazia, di cui era stata socia fondatrice nel 1979, nonché la Sezione di ricerca sulla storia delle donne “Nada Klaić” presso la Società storica di Zagabria, fra il 1984 e il 1985. Ha partecipato regolarmente a convegni scientifici nazionali e internazionali, tenendo conferenze come docente ospite in rinomate università in Croazia e all’estero. Tra i seminari, ha coordinato quello post lauream Donne e lavoro presso il Centro interuniversitario di Dubrovnik (1983) e, nell’ambito del XII Congresso internazionale di Scienze Antropologiche ed Etnologiche-Iuaes (1988), ha co-organizzato il panel dedicato ai problemi recenti relativi all’antropologia di genere. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici su testate nazionali ed estere e si è impegnata nell’attività giornalistica, divenendo una presenza costante in pubblico per più di dieci anni. Con Žarana Papić, ha curato il primo libro di antropologia femminista in Jugoslavia nel 1983, intitolato Verso un’antropologia della donna (Antropologija žene). Alla fine degli anni Ottanta è stata editorialista per la rivista femminile World (Svijet), affrontando numerosi argomenti tra cui l’aborto, il corpo femminile, le streghe e le femministe cosiddette “rispettabili”. Una raccolta postuma del suo lavoro, inclusa la tesi del suo dottorato di ricerca, la citata Emancipazione e organizzazione (Emancipacija i organizacija, Uloga Antifašističke fronte žena u postrevolucionarnim mijenama društva – NR Hrvatska 1945-1953), è stata pubblicata nel 1996 nel volume Cavalli, donne, guerre (Konji, žene, ratovi). 

Lydia Sklevicky, Konji, Žene, Ratovi,
Feltrinelli, Milano, 1973

I suoi lavori e progetti sono ancora molto attuali e stimolanti poiché rileggono la storia, quella scritta dagli uomini, da una prospettiva diversa, quella delle donne, attraverso uno sguardo cancellato per troppo tempo dai libri, consegnandoci una prospettiva “altra” per guardare alla vita e al mondo, che ricorda quella teorizzata da Virginia Woolf in uno dei suoi due saggi politici, Tre ghinee, testo fondante la contemporanea riflessione su donne e società. Le donne, escluse dalla storia e dalla società, sono delle estranee ­– per questo auspicava la fondazione di una Società delle Estranee per aiutare l’umanità a prevenire la guerra – ma questo apparente di meno è in realtà la loro forza: solo l’outsider possiede una prospettiva veramente critica da cui guardare al mondo per migliorarlo, uno sguardo privilegiato che consente di vedere di più proprio perché ne è al di fuori, in ossequio a quel principio della woolfiana fabbrica della conoscenza secondo cui scrivere – ma anche pensare ‒ è un modo di contribuire a trasformare la vita. Con queste parole Virginia Woolf consegna al mondo il più grande dei suoi insegnamenti, ovvero la capacità di trasformare una mancanza, una discriminazione, nel più desiderabile dei valori, cioè la libertà. In questo testo la brillante scrittrice e pensatrice inglese aveva lasciato anche un’altra verità rivoluzionaria: l’oppressione del sesso maschile su quello femminile, il patriarcato, è il germe del fascismo, e più ampiamente di ogni forma di oppressione. Sotto questo profilo è possibile rileggere l’operato di Lydia Sklevicky, la quale aveva focalizzato i suoi studi sul cambiamento sociale innescato dalle donne a partire dalla loro coscienza antifascista.

E forse mai come alle società attuali occorre recuperare il contributo di queste figure straordinarie per elaborare un nuovo modello di azione politica basato su un posizione da outsider che permetta di generare pensieri luminosi e differenti, ispirati ai principi di giustizia,uguaglianza e libertà, per tutti gli esseri umani.

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Articolo di Eleonora Camilli

Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS — Associazione Italiana Sommelier — conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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