Il pane di mare

«Mia gentile amica, ho tentennato innumerevoli volte nello scrivere o meno questa mia missiva. Un’indecisione che deriva dal dubbio che la ricetta che vorrei condividere con te non sia una vera e propria ricetta, che non sia un vero e proprio pane quello di cui ti vorrei parlare. Alla fine, però, mi son detta che ciò che di reale ho da raccontare, la storia che vorrei farti conoscere vale, forse, il tempo che spenderai nel leggerla. Ed eccomi, dunque, a scriverti da Santiago de la Vega, in Giamaica, con la salsedine, pesante e densa, che arriva fin qui dalla costa, ferma nel muovermi la mano e i pensieri.

Quando vivi vicino al mare, non riesci più a scindere la terra dall’acqua. Hai la consapevolezza che l’una esiste come continuazione dell’altra, come elemento dell’altra, che la addolcisce o inasprisce a seconda dello stato d’animo o delle necessità. E il pane di cui voglio parlarti è esattamente come i lembi di litorale, che sono tali perché bagnati, increspati e conditi di spuma. È un pane lontano, straniero, si dice genovese, portato dalle onde e dagli scafi che le hanno solcate, nelle cambuse tutte uguali di mille navigli differenti.
Gallette si chiamano, e son fatte di acqua, farina e quel tanto di lievito che basta per distinguerle dagli scampoli di cuoio usati per cucire e riparare le bisacce.

Van presi 500 grammi di farina, 125 di acqua, 6 di lievito, malto e sale e vanno uniti in un impasto duro, che deve riposare circa 30 minuti. Da questo, bisogna ricavare palline di circa 50 grammi, da far nuovamente riposare 30 minuti e poi stendere in dischi che devono cuocere in forno per una mezz’ora.

Quello che viene fuori da questa ricetta è un pane duro, adatto ai lunghi viaggi in mare, che si conserva per mesi e mesi e che, per essere consumato, deve essere inzuppato nell’acqua salata che lambisce gli scafi. È però un pane democratico, da vascello, galera, flotta o flottiglia. Navi ammiraglie o navi pirata. Ed è di questo, mia cara amica, che vorrei raccontarti

Io ora, mentre ti scrivo, guardo il punto dove tutto è finito, in quel lontano anno 1720, quando la corona che ancora oggi governa, con un re che porta lo stesso nome di allora ma con la differenza di un numero a seguire che mostra l’immobilità stantia del potere, decise di dichiarar guerra ai cani del mare. Li chiamavano pirati, quando erano balordi nemici da combattere. Corsari o filibustieri, quando le loro navi e i loro arrembaggi facevano comodo alle autorità.
Con questo non voglio certo dire che si tratti di eroi romantici di cui potersi innamorare e le cui imprese debbano essere ricordate con nostalgica malinconia. Non si può pensare a loro come agli ultimi baluardi — o forse i primi di una lotta al potere ingiusto di uno solo contro un popolo. Però, e questo devi concedermelo, dall’esser definito eroe o criminale, a volte passa la differenza di un servizio reso a chi dispone di leggi e condanne.
Nelle acque che oggi abito, le ciurme piratesche hanno corso e scorrazzato: da qui partivano le merci verso l’Europa e qui, tra queste insenature, istmi e fondali, le darsene non erano mai vuote. Gli sloop attraccavano e salpavano: pezzi di un mondo a sé stante, autarchico e mutevole, che riconosceva solo le leggi del mare e quelle di bordo e che, oltre la chiglia, il parapetto e lo scafo, non accettava alcuna autorità.

Ma su una cosa le assi salate di una nave erano forse peggiori della terraferma: le donne non erano volute, non erano ammesse. In una società che ci ha viste sempre come consolazione degli uomini, che sia morale o sessuale, una comunità quasi completamente maschile avrebbe avuto spezzati i propri equilibri, se una donna fosse divenuta membro di equipaggio. Troppo grande la tentazione che rappresentava! Che strano, però, che l’uomo, che sempre ha voluto gestire senza di noi potere e conoscenza, non sia in grado di gestire alla stessa maniera anche il proprio uccello, non credi?
Comunque, mia cara amica, come saprai anche tu, noi siamo disobbedienti per natura e sopravvivenza. Legate, costrette e imbavagliate, abbiamo dovuto trasgredire per poter avere il diritto di respirare.
E così, tra sartiame incatramato, ancore melmose e alberi scheggiati, ci furono anche passi femminili, che dovevano però essere celati da redingote, fusciacche e stivalacci.

Una di queste pirate, una delle più famose, si chiamava Anne Bonny. Anne nacque a Kinsale, nella Contea di Cork, in Irlanda, figlia illegittima di un avvocato, William Cormac, e di una cameriera di nome Mary, o Peg, Brennan. Quando la moglie di lui venne a conoscenza della relazione, fece imprigionare la domestica per furto. L’uomo, però, che amava molto sua figlia, la prese con sé, la fece vestire da maschio e la spacciò per un giovane apprendista. È così che Anne trascorse parte della sua infanzia, nascosta nel fisico e nell’identità. Almeno fino a che la moglie dell’avvocato non scoprì questo ulteriore inganno e tolse i fondi allo studio legale. Lo scandalo obbligò Cormac, Brennan e la piccola Anne a imbarcarsi verso le Americhe. I tre arrivarono in Carolina, nella cittadina di Charleston, dove un’attività commerciale fruttifera permise loro di acquistare una piantagione e di vivere nell’agiatezza.
Nella cittadina del porto, Anne iniziò a frequentare le taverne e i pirati; sempre vestita da ragazzaccio, con i capelli rossi corti, il viso sporco e gli abiti a brandelli, la si poteva incontrare spesso al centro di una rissa o di una scorribanda. Si dice avesse un giorno pugnalato a morte la sua cameriera: cosa, questa, mai provata.
Certa, invece, fu la sua reazione, quando aveva diciotto anni, a un tentativo di stupro: l’uomo che le aveva messo le mani addosso rimase incapace di fare altro male per davvero tanto tempo.

I problemi con la sua famiglia sorserò quando la ragazza si legò a un marinaio squattrinato dalla dubbia reputazione, James Bonny, che bramava — pare — solo il patrimonio dei Cormac. I due si sposarono e il padre la disconobbe e la diseredò. Anne e James fuggirono e arrivarono a New Providence, nelle Bahamas. Erano gli anni tra il 1714 e il 1718.

Qui Bonny si guadagnava da vivere facendo l’informatore per il governatore Woodes Rogers, ovvero accusando di pirateria qualunque uomo non lo pagasse per non farlo. Anne, che non accettò questo lavoro, apprezzando, forse, già allora, la vita e la “professione” del pirata, lo lasciò e andò a vivere con uno di essi, Jennings, e con l’amante di lui, una certa Meg.
Per quanto libera e assolutamente anticonvenzionale, per la società dell’epoca anche una come Anne aveva bisogno della protezione di un uomo. E così divenne l’amante del ricco e potente Chidley Bayard, che provò a inserirla nell’alta società dell’isola. Peccato che, durante un ricevimento, Anne fece saltare con un pugno i denti della cognata del governatore, colpevole di averle fatto domande maliziose sulla sua relazione con Bayard e consigliandole, alla fine, di mantenere le distanze. Che queste, soprattutto tra le due donne, fossero in fondo brevi fu il manrovescio a dimostrarlo. Imprigionata e subito liberata dall’influente amante, Anne decise di cambiare vita ancora una volta.
A New Providence, conobbe John Rackham, inglese di nascita e pirata di professione, il cui soprannome era Calico Jack, che si era recato sull’isola per ricevere l’amnistia del 1719, seguita allo smantellamento, da parte di Woodes Rogers, allora capitano inglese, della colonia pirata delle Bahamas.
Dopo il perdono reale, Rackham convinse Anne ad abbandonare il marito e a seguirlo. Quando la donna rimase incinta, la lasciò a Cuba da alcuni amici, dove partorì una bimba prematura che morì poche ore dopo la nascita. Ripresa l’attività di pirateria, Calico Jack la mandò a chiamare e i due divennero una coppia, in terra e per mare, lei seconda soltanto a lui nel comando della nave. Abile tanto nel tiro che nello scosso, era pericolosa quanto ogni altro uomo della ciurma e coraggiosa come pochi potevano vantare di essere. Addetta al trasporto delle cariche esplosive, si travestiva e si faceva chiamare Adam Bonny. Ma che fosse donna si sapeva e si sapeva pure che con lei non bisognava scherzare: a un pirata che le sbarrava la strada mentre scendeva dalla nave, mozzò un orecchio con un colpo di pistola. Ben presto, alla loro ciurma si unì un’altra donna, Mary Read che, travestitasi da uomo, scatenò le gelosie di Rackham, finché questi non ne scoprì l’identità.
Anne e Mary divennero molto amiche, uniche donne a bordo dell’imbarcazione e uniche due pirate a provare a resistere all’assalto finale, prima dell’arresto.

Era il 22 agosto del 1720 e, nel porto di New Providence, era ancorato un vascello monoalbero di dodici tonnellate, con quattro cannoni, due pezzi di artiglieria girevoli sulle battagliole, munizioni, attrezzatura di ricambio e una canoa filata sottobordo che fungeva da tender. Era uno sloop magnifico, che faceva gola a molti. I primi ad arrivarci, però, furono gli uomini di Caligo Jack. Gli uomini e — ovviamente — le due donne.
La ciurma pirata fu subito inseguita e catturata dopo pochi giorni, grazie anche all’aiuto di una nave corsara capitanata da Jonathan Barnet. Solo Anne e Mary provarono fino alla fine a opporsi e combattere, armate di pistole e coltellacci, urlando e imprecando contro chiunque provasse ad avvicinarle. Fu tutto inutile.
L’intero equipaggio venne condotto alla prigione di Spanish Town, il luogo, mia cara amica, da dove ti sto scrivendo in questo momento. Accusati di aver ripreso la pirateria dopo l’amnistia e di aver rubato la William, Caligo Jack e i marinai ai suoi ordini vennero processati e condannati all’impiccagione. Ad Anne venne concesso di salutare il suo amante poco prima dell’esecuzione. E quello che gli disse fu perfettamente in linea con tutto ciò che la donna era stata durante la sua vita: «Se avessi combattuto come un uomo ora non dovresti morire come un cane».

Pochi giorni dopo, il 28 novembre 1720, si aprì il processo alle due donne che, in breve, si concluse con la stessa condanna a morte. Se non fosse che, sia Anne sia Mary, giocarono l’ultima carta che era loro rimasta: ammisero di essere incinte e, appurato che dicevano il vero, evitarono la forca.
Mary, purtroppo, morì poche settimane dopo il processo, in prigione, per una febbre. Venne sepolta il 21 aprile 1721. Di Anne, invece, e del bambino o bambina che portava in grembo, non si seppe più nulla. Alcuni dicono che il giudice si innamorò di lei e la scarcerò; altri, che fu il padre a pagare un riscatto e a riportare la figlia a Charles Town, dove morì ormai anziana.

Io, mia cara amica, non posso scriverti più di quanto abbia già fatto. Il sole qui sta calando, e la brezza sta diventando fredda e impertinente. Chiudo questa mia lettera augurandoti, dal profondo del cuore, di trovare tutta la libertà possibile.
E che, con essa, tu possa andare ovunque voglia, come il vento, il mare, e come i miei rossi capelli sfuggiti alla treccia nella quale sempre provo a imbrigliarli».

***

Articolo di Sara Balzerano

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Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è quello di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah (“sentinella, quanto [resta] della notte”)? Perché domandare e avere dubbi significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.



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