Le sfide impossibili dell’amore

«Giulia è la più intelligente della mia classe!» saltella felice per strada un’amichetta delle mie figlie, indicando col dito una bambina al di là del muretto. «Però non gioca mai con noi al parco. Forse pensa che non siamo alla sua altezza» conclude alzando le spalle. Non sono parole sue, si capisce subito. Questa è la classica uscita da malelingue di paese, da adulte/i invidiosi e pettegoli. Non dando peso al commento, ci voltiamo tutte a salutarla.
La nuova arrivata sta passeggiando al sole con sua madre e il cagnolino, una buffa palla di pelo chiaro che ha il nome di un famoso pittore impressionista. È magrissima, Giulia. La si intravede appena sotto il cappellino di lana che le arriva fino agli occhi e la sciarpa, sopra la mascherina, che la copre fino alle orecchie. Guanti, giaccone, pantaloni di velluto e scarpe alte ne completano la tenuta da uscita ad alta quota, benché qui non siamo neppure a seicento metri di altitudine. Se non la conoscessimo bene e se non abitassimo in un paesello di appena cinquecento anime, non avremmo mai potuto riconoscerla.

Io lo so perché Giulia (nome di fantasia) non gioca mai con le altre bambine al parco. So perché se ne va in giro come un’astronauta, bardata da capo a piedi. So anche perché la Messa la segue da dietro l’altare, dove non c’è nessun altro a parte lei. Giulia ha la fibrosi cistica. Una malattia terribile, che colpisce in particolare i polmoni e abbatte drasticamente l’aspettativa di vita. Un vero dramma, insomma. Me lo aveva confidato sua madre, tempo fa, stando bene attenta a non farsi sentire dai bambini e dalle bambine che ci gironzolavano attorno. Nei mesi ho imparato a conoscerla, questa donna che, esattamente come il cagnolino, sembra uscita da un dipinto impressionista. Portamento elegante ma non altezzoso; una grazia innata; molto dolce nei modi e nel linguaggio; incredibilmente capace di gestire con coraggio, calma e serenità le mille paure che ingabbiano il suo cuore di mamma.

Sua figlia Giulia ha nove anni. È stata la prima, nella sua classe, a vaccinarsi contro il Covid-19, appena è stato possibile farlo. Noi altri genitori della scuola, spaventati e titubanti, noi che «prima mandiamo un po’ avanti gli altri, va’, che poi ci pensiamo, perché sui bambini non si scherza», noi che «speriamo non lo rendano obbligatorio per i piccoli, che qui non si capisce più niente sulle possibili conseguenze a lungo termine», noi che speravamo bastasse la nostra, di protezione, per mettere al riparo i nostri figli e le nostre figlie dal grande male di questi anni, ci siamo guardati in faccia e, uno/a alla volta, abbiamo prenotato il vaccino anche per le nostre bambine e i nostri bambini. Perché un conto è proteggere sé stessi e i propri cari, altro è avere il coraggio di fare un gesto che mette al riparo anche chi è più fragile dalle conseguenze più pericolose del contagio.

A scuola Giulia ci va. Ed è pure la più brava della classe. Con che spirito la manda, sua mamma, ogni giorno in aula per otto ore consecutive, mensa compresa? Posso solo fare ipotesi, ma so benissimo come mi sentirei io, sapendo che i polmoni di mia figlia sono già compromessi. Il Governo e il Ministero hanno emanato una serie di normative sulla scuola – in gran parte incomprensibili, per quanto mi riguarda – che non tengono in nessun conto le differenze di salute degli alunni e delle alunne, né delle situazioni familiari. Siamo la scuola dell’inclusione, no? Sappiamo benissimo che in molte classi sono presenti disabilità fisiche anche gravi, situazioni particolari per le quali il Covid-19 rappresenta ben più di uno spauracchio collettivo, ma un realissimo rischio di lasciarci le penne. E a chi lasciamo la responsabilità di prendere delle decisioni a loro tutela in questa fase di impennata di contagi? Alle famiglie, naturalmente.

Complimenti vivissimi. Noi sì che siamo una società attenta e inclusiva, noi che non chiudiamo la scuola perché ormai la Dad è il diavolo, ma lasciamo alle coscienze dei singoli genitori, specialmente di quelli già provati dalla vita, decisioni pesantissime. Io stessa, che sono docente di sostegno in una secondaria di secondo grado, ho il banco necessariamente attaccato a una delle mie alunne. Tra la mia mascherina e la sua, ci sarà una distanza di quaranta centimetri, forse cinquanta, a essere ottimiste. E siccome la comunicazione è un problema, quando lei mi parla, devo necessariamente avvicinare l’orecchio alla sua bocca, altrimenti la codifica è del tutto impossibile. Bene, la mia alunna Paola (nome di fantasia) non è vaccinata. Le sue patologie richiedono molte indagini, che sta facendo con i tempi esasperanti consentiti dal sistema. Al termine degli esami necessari, se tutto andrà bene, capiremo se il vaccino comporta per lei troppi rischi o, al contrario, rappresenta una reale possibilità di protezione contro il virus. Intanto però io e lei siamo gomito a gomito ogni singolo giorno. E sua madre è un’altra donna di quelle da cui c’è solo da imparare e alla quale vorrei tanto poter alleggerire il peso, in questo momento complicato per tutti, se solo potessi. Anche lei, come la mamma di Giulia, ogni mattina accompagna la figlia a scuola (perché, come stabilito dall’ultimo decreto e come ovvio per chi ha serie patologie, i mezzi pubblici sono fuori discussione: un’altra discriminante a totale carico delle famiglie di cui il Ministero non tiene alcun conto), serrando nel cuore le mille angosce che la situazione attuale comporta.

È un crudele aut aut quello contro il quale queste mamme si trovano a dover combattere ogni giorno: proteggere la salute delle loro figlie, tenendole a casa e compromettendo per sempre gli aspetti di inclusione, etichettandole come “malate” o “diverse”, oppure mandarle a scuola come tutte le altre, assumendosi però tutti i rischi del caso. Non ci dormono la notte, queste madri; vanno al lavoro, a denti stretti e col cuore in tumulto, con il pensiero fisso a quello che accade dentro le aule delle loro figlie.
E i padri? Vorrei tanto sapere cosa si muove anche in loro, se solo avessi avuto la fortuna, in carriera, di incontrarne uno con continuità, anziché alle sole riunioni di firme dei documenti, in cui quasi li obblighiamo a presenziare per necessità burocratica. Niente da fare: ancora nel 2022 pare che la scuola sia faccenda delegata alle mamme. A meno che, si intende, non sia stata io particolarmente sfortunata a incontrare nei colloqui quasi esclusivamente madri nei miei lunghi anni di docenza. Tutto questo, mentre una parte dei/delle mie colleghe, come il dieci per cento degli/delle Italiane pare, ha scelto di non vaccinarsi ed è comunque venuta a scuola sino a ora in tutta serenità. Nelle nostre classi claustrofobiche, qui in Valtellina dove da una settimana siamo abbondantemente sotto zero fino alle dieci e mezza del mattino e le finestre le possiamo aprire solo a singhiozzo, per non congelarci tutte/i. Con minori, disabili, alunne/i che a casa hanno magari nonni e nonne anziane, fratelli e sorelle malate, genitori immunodepressi.

Io alle mie figlie ho cercato di insegnare un’altra cosa. Ho cercato di spiegare loro che c’è una differenza tra la fatalità e la responsabilità di poter decidere. Ci sono cose, nella vita, che sfuggiranno sempre al nostro controllo e altre che invece dipendono in gran parte dalle nostre scelte. Se a undici anni, come è accaduto a un mio alunno molto tempo fa, ti viene diagnosticata una gravissima malattia degenerativa, tutto ciò che puoi fare è accettarla e provare ad affrontarla con le risorse umane e personali che hai. Non puoi cambiare la diagnosi né portare indietro il tempo a quando ancora camminavi, correvi, scrivevi, respiravi senza ausili. Oggi Ivan è grande e non viene più a scuola. Ma lui che ormai dipende dal respiratore, può avere il diritto di entrare in un bar a prendere un caffè senza avere l’angoscia di venir contagiato da chi vive come se la pandemia non esistesse, non si vaccina, né si tiene controllato? Gli incidenti accadono anche ai più attenti, magari perché la strada è ghiacciata o si buca una gomma; ma se ti metti al volante dopo aver bevuto, allora hai un grado di responsabilità molto più grande sul destino tuo e degli altri. Un virus lo puoi attaccare magari senza neppure sapere di esserne portatore; ma se decidi di non vaccinarti e di non fare mai un tampone, neppure quando hai sintomi o sai di essere stato a contatto con qualche positivo, allora non puoi prendertela con la pandemia, ma solo con te stessa/o. E sei responsabile delle conseguenze che le tue scelte hanno sulla vita tua e di chi ti sta attorno. Gli altri e le altre, lo ripeto ancora, non sono tutte/i uguali. C’è chi ha una disperata necessità di essere protetta/o dalla collettività. Io alle mie figlie ho insegnato che i bisogni di tutti hanno pari dignità. E che ciascuna/o di noi può essere una perla di luce, un tesoro nella vita di un altro/a, oppure un ostacolo, una barriera alla sua realizzazione e alla sua libertà. A ognuno/a il compito di scegliere. Io sto dalla parte delle madri che, come quelle di Giulia e Paola, ogni giorno svegliano le proprie figlie con il sorriso, racchiudendo l’angoscia profonda in un bozzolo d’immenso amore, spinto giù nel profondo, affinché non sfugga fuori, con una lacrima magari, a spaventare chi, come le loro figlie, ha bisogno di tutta la serenità e il coraggio possibile semplicemente per fare la cosa in apparenza più banale e normale che ci sia alla loro età: andare a scuola.

Nel caso ve lo steste chiedendo, sì, esistono davvero queste creature a tratti fiabesche che, non si sa bene come, sopravvivono piene di Bellezza e Doni in un mondo dominato da egoismo e cinismo. Si chiamano mamme. E se esistono creature del genere, allora forse un mondo in cui tutte/i abbiamo l’occasione di essere persone gentili e attente è una reale possibilità.

***

Articolo di Chiara Baldini

BALDINI-PRIMO PIANO.jpg

Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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