Elementi di cosmologia vedica: lo studio del Cielo 

Lo Studio del Cielo con i suoi elementi ha sempre affascinato l’essere umano che da millenni ha cercato di controllare lo spazio aereo e circoscriverlo nel suo campo d’azione; per fare ciò è assolutamente indispensabile approfondire la conoscenza scientifica del pensiero arcaico e su cosa significhi scienza e co-scienza. Riguardo a questo tema ci sono note cosmologiche elementari recenti da affrontare, presenti nei classici della letteratura come Omero, Dante e Shakespeare.

Giorgio de Santillana, Hearta von Dechend, Il Mulino di Amleto, Saggio sul mito e sulla struttura del tempo, Adelphi, Milano, 2003

In un saggio introduttivo sulla struttura del tempo, Il Mulino di Amleto (1983), Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend ci presentano alcune fonti comparate del mito attraverso civiltà perdute, che forniscono chiavi preziose d’analisi sulla volta celeste. Lo studio della storia antica è uno strumento utilissimo per comprendere la metodologia delle scienze umane, e proprio in quest’opera si dà consapevolezza che il mito è una scienza esatta, dietro alla quale operano misure precise, ma qualitativamente diverse dalle nostre, perché legate alla concezione ciclica e stagionale delle cose. Nella cosmologia vedica possiamo ritrovare le nostre radici umane e una conoscenza completa che unisce varie civiltà: i nostri predecessori avevano una consapevolezza della storia dell’umanità diversa dalla nostra e la trasmettevano attraverso l’educazione della scienza e della filosofia vedica.
Come ben sappiamo all’inizio del Quattrocento in Europa l’astronomia è una disciplina ben radicata nel sistema della conoscenza e nei curricula universitari, infatti insieme ad aritmetica, geometria e musica, essa è parte del quadrivium o studi superiori, che si basavano sul trivium propedeutico di grammatica, logica e retorica. Il complesso delle discipline insegnate nelle facoltà delle Arti liberali era il prerequisito di chi voleva poi proseguire negli studi universitari di medicina, di diritto o teologia. Forse non tutti/e sanno che l’astronomia è talvolta insegnata nella facoltà di Medicina come astrologia medica, che studia le influenze celesti sul corpo umano e sceglie il momento migliore per la somministrazione di farmaci e per varie terapie. Alla base della dottrina c’erano i testi dell’antichità classica di Ippocrate, di Euclide e Tolomeo, letti in traduzioni medievali e spesso commentati dai filosofi arabi, che introducevano gli studenti a questioni più complesse e di maggior interesse pratico, quali la compilazione di predizioni astrologiche come oroscopi. In Italia i primi insegnamenti pubblici risalgono alla fine del Tredicesino secolo, mentre una cattedra stipendiata di astrologia, nei cui termini era compresa l’astronomia, risulta essere attiva a Bologna sin dal 1334. 

Nella cosmologia vedica i calcoli astrologici tenevano conto di molteplici parametri poi semplificati dall’Astrologia occidentale e che invece nei Veda costituivano una scienza esatta chiamata Jotish o Astrologia karmica come la conosciamo noi oggi. Essa prendeva in considerazione, oltre ai consueti pianetI, anche due non pianeti: Rahu e Ketu. Rahu è considerato il nodo lunare nord o testa del dragone, mentre Ketu è il nodo lunare sud o coda del dragone. Sono considerati i pianeti “ombra” o “secondari” che rappresentano i punti in cui l’orbita dell’equatore celeste (eclittica) interseca l’orbita della Luna. Sono i punti in cui si formano le eclissi. Per questo sono importanti nell’interpretare i pianeti natali e si racconta la loro storia nei miti cosmologici vedici. Il saggio Durvasa, mentre girovagava sulla terra, incontrò una ninfa dell’aria e le chiese la ghirlanda di fiori che aveva al collo. Ella acconsentì e il saggio quindi incontrò Indra, il capo degli dei, alla guida del suo elefante Airavata. Durvasa allora gli gettò la ghirlanda come omaggio, lui l’afferrò e la pose sulla testa dell’elefante, che irritato dal profumo dei fiori, prese la ghirlanda con la sua proboscide e la gettò a terra. L’azione dell’elefante suscitò la collera di Durvasa, che lanciò una maledizione a Indra dicendo: «Così come la ghirlanda è stata fatta cadere a terra, anche Indra cadrà, perdendo il dominio dei tre mondi». A nulla servì la richiesta di perdono al saggio, supplicandogli di annullare la maledizione, il saggio lo ignorò e proseguì il suo cammino. Indra, con il suo esercito degli dei, incominciò a perdere colpi nella continua battaglia contro i demoni o Asura e perse il controllo dell’universo. Gli dei per proteggersi andarono a chiedere aiuto a Brahma, il quale li indirizzò da Vishnu. Vishnu rispose di convincere i demoni a un’alleanza, allo scopo di estrarre il nettare dell’immortalità, Amrita, dall’Oceano di latte per poi condividerlo. Vishnu avrebbe fatto sì che l’Amrita fosse bevuto poi solo dai Deva. Informarono gli Asura, che allettati da tale proposta accettarono senza esitare e iniziò la zangolatura dell’Oceano di latte. I demoni tiravano la coda del serpente Vasuki che stava nell’Oceano mentre gli dei lo tiravano dalla testa.

Mohini Devi

L’uso alternato delle due forze avrebbe così agitato l’oceano ed estratto l’Amrita con il vaso dove era contenuta da Dhanvantari, la divinità associata all’Ayurveda, e gli Asura lo rubarono. Vishnu prese le sembianze di una donna affascinante, chiamata Mohini, e seducendo gli Asura si riappropriò del vaso. Mohini quindi andò dagli dei per far mangiare loro l’Amrita. Un Asura di nome Svarbhānu, di nascosto si infiltrò per rubare il nettare che Mohini stava distribuendo, ma il Sole e la Luna lo notarono e avvertirono Vishnu/Mohini, che lo tagliò in due. Però l’Asura aveva ormai mangiato il nettare ed era divenuto immortale, maledisse il Sole e la Luna per averlo scoperto e da allora sia Rahu, la Testa dell’Asura, sia il resto del corpo dell’Asura o Ketu periodicamente oscurano il Sole e la Luna provocando le eclissi.
Le funzioni simboliche della testa senza corpo di Rahu sono legate al fatto che tende a “mangiare” senza mai saziarsi, mentre il corpo senza testa tende a cercare senza poter vedere. Ketu indica ciò che siamo riusciti a ottenere in passato e ora, in questa esistenza, non desta il nostro interesse. Ketu spesso indica la fine di un ciclo karmico. Rahu indica ciò che ci ossessiona in questa esistenza e che fatichiamo a ottenere, e anche se la otteniamo, non ci soddisfa. Rahu indica l’inizio di un ciclo karmico ed è la forza che ci rende incarnati, che ci ha fatto nascere, che ci proietta verso la materialità.

***

Articolo di Nuria Kanzian

Docente di filosofia, amante dello yoga, giornalista freelancer, musicista e scrittrice, ha pubblicato opere di poesie, sceneggiature e saggi filosofici quali Autobiografia e conoscenza del sé e Cosmologia vedica. In qualità di Presidente dell’Associazione Noumeno culture, club di pratiche filosofiche, organizza progetti di formazione nel sociale.

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