Buone nuove. Donne in architettura

Per un’interessante congiunzione astrale sono in svolgimento a Roma due mostre che, in modo diverso, indagano il rapporto tra architettura e genere femminile. Mi riferisco alla mostra su Plautilla Bricci, considerata la prima architetta dell’arte occidentale, allestita negli ambienti di palazzo Corsini di via della Lungara, e alla mostra Buone nuove. Donne in architettura ospitata dal 16 dicembre al museo Maxxi di via Guido Reni.

Il legame tra architettura e genere femminile è stato a lungo negato: ancora nei primi decenni del XX secolo Mussolini tuonava che «la donna […] è analitica, non sintetica. Ha forse mai fatto dell’architettura in tutti questi secoli? Le si dica di costruirmi una capanna, non dico un tempio! Non lo può! Essa è estranea all’architettura, che è la sintesi di tutte le arti, e ciò è un simbolo del suo destino»; il rapporto architettura-genere femminile è stato poco indagato e analizzato dagli studi, sopraffatto da stereotipi difficili da scalfire e rimuovere, e le donne che hanno intrapreso la professione di architette sono state spesso considerate comparse e non protagoniste. Ora, grazie a un nuovo e diffuso interesse, si rinvigoriscono le ricerche con interessanti riflessioni sia sul passato che sul presente e sul futuro.
La mostra del MAXXI vuole riunire e presentare al pubblico il cambiamento avvenuto negli ultimi decenni nel campo dell’architettura dove dallo «stereotipo passivamente riconosciuto dello studio di architettura con “un uomo solo al comando”» si è passati a «una geografia professionale e culturale molto più complessa e diversificata», in cui le donne sono diventate figure centrali. Il curatore e le curatrici dell’esposizione, Pippo Ciorra, Elena Motisi e Elena Tinacci, hanno srotolato un filo narrativo che vede come protagoniste una novantina di architette, distribuite in un arco temporale di più di un secolo, che sono riuscite a esprimere il vigore e la determinazione della propria dimensione creativa e professionale.
La mostra è organizzata lungo un percorso contrassegnato da tavoli sui quali sono collocate brevi note biografiche insieme a disegni, fotografie, plastici, pubblicazioni e oggetti che testimoniano l’evoluzione di questo cammino femminile. 

Buone nuove. Donne in architettura, Roma, Museo Maxxi

L’inizio coincide con la sezione Storie, un vero e proprio archivio di protagoniste da seguire in senso cronologico e tematico, e con la prima donna laureata in architettura, la finlandese Signe Hornborg (1862-1916), che nel corso della sua vita professionale non firmò alcun progetto, anche quelli da lei concepiti, e alla quale furono affidati soprattutto i disegni per le facciate; dopo di lei molte altre pioniere hanno aperto nuove strade: Sophia Hayden, la prima laureata in architettura d’America; Ada Louise Huxtable, la prima critica di architettura; Norma Merrick Sklarek, prima donna afroamericana a laurearsi in architettura che nella vita lottò contro la doppia discriminazione razziale e sessista; Elena Luzzatto, la prima a laurearsi architetta in Italia; Maria Teresa Parpagliolo, antesignana dell’architettura del paesaggio e del garden design in Italia, solo per citarne alcune. Hanno un posto di rilievo anche Gae Aulenti, Margarete Schütte-Lihotzky, Charlotte Perriand, Marianne Brandt, Lina Bo Bardi, Franca Helg, Cini Boeri, Zaha Hadid, l’architetta irachena che ha progettato la sede del MAXXI, e molte altre fino ad arrivare a tempi attuali.

Charlotte Perriand, Sedia Ombra, Tokio, 1954, (a sinistra); Marianne Brandt, Servizio da tè e caffè, 1924 (a destra)

La seconda linea narrativa proposta dalla mostra è denominata Pratiche e presenta spazi monografici dedicati a undici progettiste delle quali si presentano i profili professionali e i lavori, sia attraverso display sia attraverso modelli in scala. Tra i tavoli espositivi trovano posto per esempio le forme cavernose del modello in schiuma dell’ampliamento del Museo di Storia Naturale di New York, realizzato dallo Studio Gang fondato dall’architetta americana Jeanne Gang, o gli intrecci in vimini relativi alle soluzioni architettoniche per il Padiglione Spagnolo dell’Expo 2010 di Shangai realizzato da Benedetta Tagliabue, espressione di una progettualità in bilico tra manualità artigianale e tecnologia sostenibile; oppure il modello dell’edificio Stone Garden ideato da Lina Ghotmeh e costruito nel 2020 a Beirut, costruzione caratterizzata da vuoti irregolari e facciate che sembrano plasmate manualmente. 

Jeanne Gang, Modello in scala dell’ampliamento del Museo di Storia Naturale, New York, (a sinistra); Lina Ghotmeh, Modello in scala dello Stone Garden (a destra)

Ha una particolare suggestione l’installazione Room for introspection che introduce alla progettualità e all’inventiva di Miriam Kamara, indicata come una delle 15 Creative Women of Our Time dal New York Times. Si tratta di un ambiente definito da pareti in cartongesso sulle cui superfici, decorate con pittura nera e linee dorate. Trovano posto alcuni oggetti del Tuareg, una sciarpa tradizionale africana Kanuri Mandil, un documento sulla spartizione dell’Africa, foto relative alla campagna di colonizzazione del Congo. 

Miriam Kamara, Room for introspection

Una particolare illuminazione mette in evidenza, al centro della stanza, il modello del Niamey Cultural Center, «sintesi perfetta tra pratiche sostenibili e architettura tradizionale, erede di tutte le influenze dell’architettura del Sahel». 
Le altre due sezioni dell’esposizione sono Narrazioni e Visioni. La prima presenta, attraverso interviste a importanti donne dell’architettura, del mondo universitario e della ricerca, delle istituzioni e dell’editoria, un universo sfaccettato e multiforme della cultura architettonica. Visioni consiste invece in cinque video sui vari aspetti della progettazione, realizzati da giovani partecipanti al workshop Architecture Film Summer School organizzato dal Museo.

Miriam Kamara, Modello in scala del Niamey Cultural Center
Frida Escobedo, Unseen, 2021

L’esposizione Buone nuove si conclude con l’installazione Unseen della progettista messicana Frida Escobedo, un arazzo che rende omaggio alla designer tedesca Anni Albers e alla sua opera tessile realizzata per l’hotel Camino Real di Ricardo Legorreta a Città del Messico in occasione dei Giochi olimpici. Si tratta di «una reinterpretazione critica del tappeto originale», ritrovato nel 2019 in un magazzino insieme ad altri arredi dell’albergo, un dialogo a distanza e «un’occasione per riflettere sull’invisibilità della figura femminile e sul tempo come elemento chiave della dimensione architettonica». In questa ri-costruzione di trame hanno un ruolo importante sia la presenza di una stampa di serigrafia di Anni Albers sia un video, entrambi appositamente realizzati per la mostra. 

Stampa di serigrafia di Anni Albers per l’hotel
Camino Real, 1969

Una breve annotazione a margine di questa esposizione temporanea che offre una serie interessante di prospettive e di ragionamenti sul ruolo delle donne nel mondo della progettazione e sul loro apporto nella trasformazione della disciplina e dei ruoli. Dispiace che non sia stato realizzato un catalogo capace di riunire, se non completamente almeno in parte, la vasta mole di materiale biografico, progettuale e culturale esposto. Sarebbe stato un utile strumento di conoscenza, di divulgazione e di riflessioni successive, un punto fermo da cui ripartire per ulteriori ricerche e approfondimenti. 

In copertina. Ingresso alla mostra Buone nuove. Donne in architettura. Roma Museo Maxxi.

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

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