Editoriale. Ci vuole amore

Carissime lettrici e carissimi lettori,

una mia amica mi ha scritto così: «…per il resto, eletto il Presidente della Repubblica, finito Sanremo, passata la fase clou del Covid tutto tace e non c’è nulla da commentare». Lo credevo anche io.

E invece c’è da commentare. Non pensavo di farlo sul Festival sanremese, ma una notizia mi ha fatto ritornare sui miei pensieri, riportandomi ad un’altra ancora, per quella particolare catena della memoria che avvicina le situazioni uguali o simili.

La cosa riguarda una cantante, Emma Marrone, conosciuta soprattutto senza il suo cognome, che non a caso ha nuovamente e apertamente dimostrato sul palco dell’Ariston, con lo storico gesto femminista degli anni settanta del secoloscorso, la sua partecipazione e supporto alle donne e alle questioni di genere. Emma aveva cantato: «Ogni volta è così /siamo sante o puttane. /E non vuoi restare qui e nemmeno scappare».

Emma a bordo festival ha avuto un brutto episodio di cosiddetto bodyshaming. Un giornalista (ahinoi), Davide Maggio, ha commentato su un social, durante una diretta, facendo osservazioni sull’abbigliamento e consigliandole di evitare un certo tipo di calze che non avrebbero donato alle sue gambe che il giornalista definisce con pochissima discrezione “importanti”. La risposta di Emma, sempre sui social, è fondamentale e incoraggiante per le più giovani: «Buongiorno dal Medioevo – esordisce – Non mi interessa commentare queste cose, un bodyshaming scorretto e noioso, ma voglio intervenire perché mi rivolgo alle ragazze, specie le giovanissime: non ascoltate commenti di questo genere, vi dovete amare e rispettare per come siete e soprattutto vi dovete vestire come vi pare».

Un brutto episodio, davvero scorretto e noioso, che ne porta alla mente un altro, purtroppo con protagonista il bravissimo Pino Daniele, che riguarda una puntualizzazione molto simile fatta a Loredana Bertè. La sorella di Mia Martini, però, assecondò il cantante napoletano e si presentò sul palco sempre in jeans, rinunciando alla minigonna. Era il Festival del 1991 e la canzone di Daniele si intitolava In questa città.

Poi commenterei ancora il Covid, seppure qui lo abbiamo fatto il meno possibile. Finirà, non finirà? Si è mitigato, ritornerà? Per ora la certezza è che da ieri possiamo camminare per strada senza mascherina, ma non dobbiamo certamente dimenticarla: bisogna saperla usare e portarla sempre in tasca per entrare in un negozio, andare al bar, al supermercato o goderci una mostra, un film al cinema, uno spettacolo teatrale.

Su mascherine, presenza e cambiamenti il rimando è alla prevenzione, allo spreco e all’inquinamento ambientale. L’utilizzo sbagliato, la poca informazione, dovuta anche all’incapacità di leggere ciò che è scritto sulla mascherina che indossiamo, porta a uno spreco enorme oltre che ad un uso non esatto. La notissima ormai ffp2 ha scritte che indicano se è lavabile (rb)o no (nr) e può essere collegata facilmente, qualora se ne volesse fare una verifica, alla fabbrica di provenienza, grazie al numero che segue la sigla europea. Importante soprattutto è salvaguardare l’inquinamento ambientale: sono migliaia le mascherine che vengono disperse nell’ambiente. Le vediamo per strada, sui prati cittadini, ne è pieno già il mare. Sembra che a nulla sia valsa la campagna pubblicitaria mandata in onda sui media qualche tempo fa.

Le mascherine che ci proteggono e proteggono chi ci sta vicino appartengono anche alla Scuola. Purtroppo riguardo a quelle inviate dal ministero alle scuole per distribuirle gratuitamente alle e agli studenti si è risolto in una beffa. Centinaia di scatoloni con migliaia di mascherine sono rimasti nei depositi perché non a norma. Abbiamo già avuto occasione di parlare delle mille regole che cambiano di volta in volta, di classe in classe, nella scuola di ogni ordine e grado. Da lunedì scorso è arrivata la netta volontà da parte del ministero di incoraggiare in tutte le scuole le lezioni in presenza per un’abolizione sempre più significativa della Dad, la didattica a distanza, entrata improvvisamente nelle case delle e degli studenti con l’imperare del Virus coronato e non ancora scomparsa, nonostante i due anni passati, come dappertutto.

Il ritorno alla presenza è una cosa positiva. Ma della scuola così come si sta trasformando non sono contente/i molte e molti docenti. Sul web da qualche tempo, e la cosa si sta ora intensificando, la protesta, se così si può chiamare (evviva, perché spesso chi dissente, in qualsiasi settore, non offre immediatamente alternative) è soprattutto una proposta.  Si chiama infatti Manifesto per una nuova scuola, l’hanno ideato, scritto e sottoscritto una serie di docenti di tutta Italia e è stato firmato da un sostenuto gruppo di intellettuali di varia provenienza, dall’insegnamento a esponenti della letteratura, della psichiatria, degli studi storici e sociali.

«Il Manifesto per la nuova Scuola – spiegano – è un documento elaborato da un gruppo di insegnanti di tutta Italia, coadiuvati da esperti dell’età evolutiva, che è stato sottoscritto da moltissimi docenti universitari e da intellettuali come Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Mario Capasso, Ivano Dionigi, Chiara Frugoni, Carlo Ginzburg, Francesco Guccini, Edoardo Lombardi Vallauri, Vito Mancuso, Dacia Maraini, Ana Millan Gasca, Tomaso Montanari, Filippomaria Pontani, Adriano Prosperi, Massimo Recalcati, Lucio Russo, Salvatore Settis, Gustavo Zagrebelsky. Si tratta di una proposta organica – chiariscono – di rilancio di una scuola che tenga insieme le dimensioni tra loro interconnesse dell’istruzione, della relazione e della crescita umana, che restituisca un significato profondo alla funzione dei docenti nell’ambito del rapporto intergenerazionale e della trasmissione culturale, che liberi il processo educativo dalla spaventosa ipertrofia burocratica che ne soffoca la sostanza, che eviti i totalitarismi e i conformismi metodologici, che riporti al centro l’ora di lezione, il sapere e la passione conoscitiva, la concreta attività didattica in un corpo a corpo continuo tra insegnanti e studenti basato soprattutto sulla parola, per contrastare la diffusione a macchia d’olio dell’analfabetismo tra le nuove generazioni, acuita da vent’anni di disastrose riforme e dal lungo periodo di sospensione dell’attività didattica in classe».. Infatti nei nove punti del Manifesto dominano i termini come parola, relazione, conoscenze, cultura e persino bellezza. «Oggi come non mai – dice il professore Luca Malgioglio tra gli ideatori del Manifesto e curatore della pagina social La nostra scuola – soprattutto i ragazzi hanno bisogno di contatto, di relazione, di scambio di opinioni, di guide valide da cui sentano corrispondenza. La cultura è più importante dell’avvio alla professione, ne è la base attiva che stimola ragazzi e ragazze a ragionare. Se sanno ragionare, far fruttare le informazioni date dalla cultura allora sapranno anche lavorare ottimamente».

Sono tempi non belli per il mondo. Non solo per l’imperversare pandemico del Virus e delle sue repliche, ma perché proprio in Europa, ancora divisa dai muri dell’indifferenza e della non volontà di aiuto e accoglienza, si sta materializzando il fantasma della guerra, quella che coinvolge l’Ucraina, la Terra di confine, come detta il suo nome, granaio d’Europa, come era soprannominata una volta. Allora mi è apparsa bella, intelligente e giocosa come una cantilena, ma seria come una grande tragedia, questa poesia di Maria Wisława Anna Szymborska (1923-2012), poeta polacca conosciutissima in patria e all’estero.

Ricordiamo, in questa nostra Europa che fa ancora fatica a sentirsi unita, l’orrore della Shoah, della strage di milioni di persone, terribilmente pensate diverse, zigani, portatori e portatrici di disuguaglianze fisiche e mentali, di chi veniva odiato per la propria tendenza sessuale, un’Europa che ha visto le Foibe e ora i muri che respingono altre persone, semplicemente per odio, mai produttivo. Con tutta l’amara ironia di Szymborska diciamo «non è fotogenico/e ci vogliono anni».

La nostra Costituzione, nata proprio dallo sfacelo del fascismo e della guerra, la aborrisce, dedicando alla sua negazione un articolo specifico, l’articolo 11, che recita: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Bisognerebbe dire, come il vecchio adagio della canzone del 1966: «facciamo l’amore non la guerra»!

Dopo ogni guerra 
c’è chi deve ripulire. 
In fondo un po’ d’ordine 
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie 
ai bordi delle strade 
per far passare 
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare 
nella melma e nella cenere, 
tra le molle dei divani letto, 
le schegge di vetro 
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave 
per puntellare il muro, 
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra 
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico, 
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite 
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti 
e anche le stazioni. 
Le maniche saranno a brandelli 
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano, 
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta 
annuendo con la testa non mozzata. 
Ma presto lì si aggireranno altri 
che troveranno il tutto 
un po’ noioso.

C’è chi talvolta 
dissotterrerà da sotto un cespuglio 
argomenti corrosi dalla ruggine 
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva 
di che si trattava 
deve far posto a quelli 
che ne sanno poco. 
E meno di poco. 
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto 
le cause e gli effetti, 
c’è chi deve starsene disteso 
con una spiga tra i denti, 
perso a fissare le nuvole.

[da La fine e l’inizio, di Wisława Szymborska, traduzione di Pietro Marchesani]

Buona lettura a tutte e a tutti.

Andiamo a leggere Vitaminevaganti di oggi. Cominciamo, come sempre, con la donna di Calendaria, Federica Montseny, una vita controcorrente, catalana, sindacalista, politica, scrittrice, attivista per le politiche sociali, prima donna Ministra della salute, nel 1936. Proseguiamo con le nostre serie: La donna nell’antico Giappone. Capelli e pettinature è l’articolo in cui l’autore si sofferma sull’importanza e il valore della capigliatura, un vero e proprio culto che non trova confronti in nessun’altra civiltà; per Fantascienza, un genere (femminile). Mary Robinette Kowal è la pluripremiata scrittrice, marionettista, autrice di podcast, doppiatrice, esperta di art education, nonché presidente negli ultimi due anni dell’organizzazione Science Fiction and Fantasy Writers of America che andremo a scoprire; Ida Pfeiffer, viaggiatrice, esploratrice, scienziata è la figura femminile che ci presenta in questo numero la serie Viaggiatrici del Grande Nord. Una donna in cui la virtù della parsimonia si accompagna al grande amore per i viaggi in territori pericolosi. Una nuova serie, giunta al suo secondo appuntamento, è quella che ricorda figure di artiste la cui scomparsa cade nella settimana in cui si pubblica un numero della nostra rivista: Gabriella Mercadini, fotografa militante, scomparsa il 18 febbraio di dieci anni fa è una donna che, privilegiando il bianco e nero, ha fatto del mezzo fotografo un uso sociale, uno strumento di emancipazione personale e di indagine politica, come ricorda l’autrice.
Nella Sezione Dal vivo. Teatro filosofico incontriamo Le donne nell’immaginario dantesco: danze e letture sceniche, la presentazione di uno spettacolo originale che vuole essere un omaggio al Sommo poeta e alle donne da lui cantate.
Gli anniversari che celebriamo sono due: quello della nascita di una cantante sarda, riservata, sportiva e molto brava, scomparsa nel 2008, con un Omaggio tardivo a Marisa Sannia. Ne scopriremo l’evoluzione musicale e le grandi doti di autrice e sperimentatrice, recentemente riscoperte da Grazia Di Michele; e quello della nascita di Antonia Pozzi, figura di donna a noi molto cara, sul cui rapporto con la montagna come terapia si è già scritto in passato sulla nostra rivista. L’articolo È terribile essere donna: la tragica vita di Antonia Pozzi, poeta, si sofferma sul male di vivere di una donna schiacciata dalla società patriarcale in cui è costretta ed in particolare dal rapporto con il padre.
Due sono anche le interviste di questa settimana: Con le note e le parole di una compositrice: intervista ad Ada Gentile, grande scopritrice di talenti, che vive e opera ad Ascoli Piceno e dalla cui matita sono nate moltissime composizioni eseguite in tutto il mondo; e Fotografia: e le donne? Intervista a Simona Guerra, storica della fotografia, saggista, autrice del libro Fotografare, letteralmente. La scrittura al servizio della fotografia.
La recensione che vi proponiamo è dell’autrice dell’articolo Storie, memorie, identità. Nome non ha, sul libro di Loredana Lipperini ed Elisa Seitzinger, a metà strada tra romanzo d’iniziazione e letteratura di viaggio, ambientato in quel luogo magico che sono i Monti Sibillini.
Infine con Bruciate come le streghe torniamo ancora sull’elezione della Presidenza della Repubblica, per riflettere su come “bruciare” candidature femminili anche istituzionalmente molto importanti sia stato, per la nostra classe politica maschilista, «un gioco da ragazzi», quegli stessi Kingmaker che invece sono stati attentissimi ad evitare il rogo alle figure maschili, tenendo ben celati i loro nomi quando non erano sicuri che avrebbero vinto.
Prendiamoci inoltre un momento per commentare la performance delle nostre atlete nell’articolo Le Azzurre a Pechino 2022, Olimpiade che sarà un vero e proprio record di partecipazione femminile.
Chiudiamo, come al solito, con una ricetta facile da preparare, anche con i bambini, il Dolce San Valentino, augurandovi di gustarlo sorridendo in questo strano inverno “primaverile”.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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