Beppe Fenoglio, a cento anni dalla nascita

Il 1° marzo 2022 Beppe Fenoglio avrebbe compiuto il secolo di vita, sarebbe stato un bellissimo traguardo, di quelli che capitano talvolta, ma con lui invece la vita è stata matrigna e la morte lo ha portato via a soli 40 anni compiuti (Torino, 18 febbraio 1963).

Una esistenza senza clamore, appartata, fatta di lavoro e di scrittura, su due piani totalmente diversi: da un lato un normale impiego in campo vinicolo, dall’altro la stesura di racconti e romanzi con caratteristiche uniche e straordinarie. Da una parte la famiglia, la tranquilla residenza in provincia, ad Alba, la quotidianità di un onesto lavoro, dall’altra la mente in fermento, i ricordi avvincenti, il mescolarsi di lingue, dialetti, modi di dire, neologismi audacissimi, il fascino segreto di personaggi destinati a rimanere nella storia della letteratura italiana.

Alba, piazza Rossetti

Ha raccontato di recente in una intervista il noto linguista Gian Luigi Beccaria (Robinson, 15 gennaio 2022): «Quando lessi Il partigiano Johnny fu come beccarmi un pugno nello stomaco, tanto forte era l’impressione di trovarmi davanti a qualcosa di totalmente diverso dalla produzione corrente.

E non penso che oggi sarebbe più proponibile il respiro epico di un romanzo come quello, con Omero e Virgilio a fare da sfondo e a riemergere in alcuni dettagli straordinari». E subito dopo aggiunge, con una punta di amarezza che dobbiamo condividere, «Ogni stagione ha la propria immagine da preservare. […] Constato però che oggi il lettore di narrativa ama l’intrico, più che la costruzione del romanzo. Si appassiona alla storia e meno allo stile. È il segno della mutazione dei tempi». Alla domanda se quindi siamo alle prese con un nuovo conformismo, precisa: «Temo che gli scrittori finiscano con l’assomigliarsi troppo». Infatti, di scrittori come Fenoglio c’è stato solo lui, unico e irripetibile.

Un altro omaggio gli era stato dedicato da un grande della letteratura del XX secolo: Italo Calvino; come è noto, nel riprendere in mano la sua prima opera, Il sentiero dei nidi di ragno, nel 1964 e nell’inserire una ampia prefazione, aveva riconosciuto con evidente stima e onestà intellettuale: «E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo [Una questione privata] che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare […]». Con questa premessa è ora non facile andare avanti, evitando giudizi banali e già espressi. Allora è meglio ascoltare direttamente la voce dello scrittore, molto restìo a parlare di sé e a rilasciare interviste: «Scrivo per un’infinità di ragioni. Per vocazione, anche per continuare un rapporto con un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un’infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti… Considero la letteratura come lo strumento migliore che io abbia per giustificarmi. Mi costa una fatica tremenda e gravi rinunce».

Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny

Di tutta la sua produzione solo tre opere videro la luce nel decennio fra 1952 e 1962: I ventitré giorni della città di Alba, La malora (’54), Primavera di bellezza (’59); le altre uscirono postume: Un giorno di fuoco, Una questione privata, La paga del sabato, Il partigiano Johnny, Un Fenoglio alla Prima guerra mondiale (con inediti e l’inizio di un romanzo: Il paese), L’affare dell’anima. Quando Vittorini gli dette fiducia e pubblicò presso Einaudi i primi racconti, Fenoglio non seppe fornire neppure una sua foto recente e riassunse la sua vita (all’epoca era trentenne) in estrema sintesi: liceo, facoltà di Lettere lasciata a mezzo a causa della chiamata alle armi, servizio come ufficiale a Roma e in guerra nel Regio esercito, poi partigiano, prima con i Garibaldini, quindi con i Badogliani, più vicini ideologicamente: tutto qua; un vero piemontese di campagna, un langarolo di poche parole, schivo, scontroso, timido. Se vogliamo invece vederlo fisicamente, ci possiamo affidare al ritratto di Johnny: «era un brutto, alto, scarno, curvo di spalle». La pelle chiara, la fronte aggrottata, due rughe ai lati della bocca, i capelli castani tendenti al biondastro, «le gambe lunghe e magre, cavalline», il passo veloce. Ma il tratto che lo caratterizza sono gli occhi: «tristi e ironici, duri e ansiosi» che qualsiasi ragazza avrebbe ritenuto «più che notevoli».

Nella sua formazione è essenziale il riferimento alla lingua e alla cultura anglosassone, da Shakespeare agli Elisabettiani fino a Conrad e Melville, tanto che sognava di essere una sorta di soldato di Cromwell con la Bibbia nello zaino e il fucile a tracolla; cultura di cui si appropriò in profondità, per lo più da autodidatta, e che seppe rielaborare nel lessico, specie nel romanzo Il partigiano Johnny, dove i termini inglesi e i neologismi sono numerosi, in una mescolanza unica e inedita: leisurely ma strongly, fontanellava, carboniose, la luna periplasse, sguinsciò al suo fucile, sterrò la faccia dal fango, anche con effetti onomatopeici (goggled, gasp, bosco crocchiante, strolled nel soffice viottolo…).

I genitori, Amilcare e Margherita Faccenda

Giuseppe, detto Beppe, è il primogenito, seguìto da Walter e Marisa, di Amilcare e Margherita Faccenda, provenienti da una stirpe contadina trapiantata ad Alba dove il padre aveva ottenuto una discreta posizione come macellaio in proprio; tuttavia nel giovane Beppe le radici langarole rimangono vitali e fonte inesauribile di ispirazione, rafforzate dalle vacanze estive a San Benedetto Belbo e Murazzano.

Con la figlia Margherita

Molto di questo mondo, difficile, chiuso, statico, emerge con la storia della famiglia Braida, protagonista del romanzo La Malora, narrata fra descrizioni mitizzate degli ambienti e salti temporali.
Degli studi interrotti abbiamo detto, a cui seguirono, come per la maggior parte dei suoi coetanei, l’esperienza traumatica della guerra, la delusione portata dall’8 settembre, il rifiuto della Repubblica di Salò. Dopo il primo inverno da partigiano in cui vive con disagio certe posizioni ideologiche e certe rigidità che non condivide, dal settembre 1944 passa ai Badogliani del comandante Piero Ghiacci (trasfigurato poi nel personaggio letterario Pierre); con loro è protagonista dell’esperienza magistralmente raccontata, al di fuori di qualunque retorica, nei Ventitré giorni della città di Alba, ovvero la breve epopea della liberazione ad opera dei “ribelli”, presto piegati dalla fame, isolati, sbandati, cacciati di cascina in cascina, nel freddo tremendo di quell’inverno 1944-45. Il ritorno alla cosiddetta vita civile sarà duro e deludente, come per tanti giovani della sua generazione; per venire incontro alle esigenze familiari, dal 1947 inizia a lavorare come curatore della corrispondenza con l’estero e delle esportazioni di una azienda vinicola, che gli lascia del tempo libero per dedicarsi alla sua passione per la scrittura. Nel 1960 si sposa con Luciana e ha una figlia, Margherita, oggi avvocata ad Alba.

Beppe Fenoglio, Primavera di bellezza

Ben presto si rivela in tutta la gravità la malattia incurabile dovuta all’accanito tabagismo; la sopporterà con grande forza d’animo e chiederà un funerale laico, «senza fiori, soste né discorsi».
Nel terzo libro pubblicato (Primavera di bellezza), «narrazione di una nudità, di una condensazione disperata e arida» (Giuliano Gramigna), troviamo Johnny, incarnazione dello stesso autore, durante la lotta partigiana che qui si conclude con una «ecatombe raccontata in una forma tetra e asciuttissima» (idem).

Beppe Fenoglio, Una questione privata

Ideale prosecuzione e ampliamento si ha con Il partigiano Johnny, uscito nel 1968 (premio città di Prato), in cui il giovane militare poi resistente partecipa all’esperienza tragica, antieroica, sporca della guerra, fatta di fango, gelo, stanchezza, paura; opera rimasta incompiuta, ma ricca, complessa, intensa, per la critica fra le massime prove dello scrittore. Nel 1963 era stato pubblicato postumo quello che forse è il maggior successo di Fenoglio, grazie anche alla sua leggibilità, alla forma sintetica, al finale aperto, allo stile cinematografico, alla trama avvincente, nonché per quel protagonista indimenticabile che è Milton, diviso fra l’amore per Fulvia e i doveri di combattente; stiamo parlando di Una questione privata e di nuovo utilizziamo l’efficacissima analisi di Calvino: «costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta. […] Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso […]».

Negli anni successivi, grazie anche al prezioso lavoro condotto per l’edizione critica da Maria Corti, sono usciti i bellissimi racconti Un giorno di fuoco (dal titolo del primo, audace e violento fino dall’incipit folgorante); da leggere assolutamente La sposa bambina e Pioggia e la sposa. Di grande spessore il romanzo La paga del sabato (1969) in cui emerge la crisi post-bellica grazie alla figura di Ettore, già compagno di Johnny nella lotta partigiana; consegnato alla casa editrice Einaudi fino dal 1950, ebbe una revisione lunga e travagliata, finché riprese vita, sempre per merito di Maria Corti. Altri inediti, facenti parte del Fondo Fenoglio, comparvero nel decimo anniversario della morte dello scrittore con il titolo Un Fenoglio alla Prima guerra mondiale, racconti fra cronaca e storia, ironia e pietà, sorriso e dramma; nel 1978 fu la volta di L’affare dell’anima, ancora brevi testi inediti o comparsi su riviste, insieme all’abbozzo di una sceneggiatura.

Non va dimenticata l’attività di traduttore dall’inglese e veramente pregevole è la sua versione della Ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridege (1772-1834) uscita sulla rivista Itinerari nel 1955 e poi pubblicata da Einaudi nel 1964. Altre traduzioni sono state edite in seguito: Il vento nei salici di Kenneth Grahame e un quaderno comprendente testi di Eliot, Masters, Browning.

Utile approccio per entrare nel profondo dell’uomo e del narratore è il libro scritto dalla sorella Marisa, a sua volta scrittrice e drammaturga, Casa Fenoglio (Sellerio, 1995); dal 1957 viveva in Germania da emigrata “facile” e “privilegiata” (come era solita dire) e sarebbe ritornata per le celebrazioni previste per il centenario del fratello, invece è venuta a mancare a 88 anni lo scorso 28 novembre.

Marisa Fenoglio

È interessante notare che, per comprendere la grandezza di Fenoglio, impagabile narratore della Resistenza e dell’ambiente langarolo, sia occorso del tempo, anzi lunghi anni in cui la fama si è fatta largo fra lettrici e lettori sempre più appassionati: con il nuovo secolo si sono infatti intensificate le iniziative in suo ricordo. Dai romanzi sono stati tratti due film di qualità, uno dal Partigiano Johnny, per la regia di Guido Chiesa (2000) con un bel cast e Stefano Dionisi nel ruolo del protagonista; l’altro da Una questione privata che ben si prestava a una rilettura cinematografica e ha ispirato Paolo e Vittorio Taviani nel 2017; il ruolo di Milton è interpretato dall’efficace Luca Marinelli.

Il Centro studi Beppe Fenoglio, nella casa dove lo scrittore visse dal 1928 al 1959.

Dal 2003 è nato ad Alba il Centro Studi di Letteratura, Storia, Arte e Cultura “Beppe Fenoglio” per volere dell’Amministrazione Comunale con l’appoggio di enti istituzionali e di imprenditori privati; si trova all’interno dell’edificio in cui visse lo scrittore dal 1928 al 1959, compresa la camera dove furono composte quasi tutte le sue opere. Sono stati pure realizzati itinerari letterari a Mango, a San Benedetto e a Murazzano. Gli sono state dedicate alcune strade e piazze (Alba, Bra, Cuneo, Fossano, Roma), mentre nel 2005 l’Università di Torino gli ha conferito la Laurea ad honorem in Lettere, alla memoria, quel traguardo che da giovane non era riuscito a raggiungere.

Alba, via Fenoglio

In copertina. Falò di carnevale. Rena Majore (Aglientu). Foto di Laura Candiani.

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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