I carnevali in Sardegna. Le vie delle maschere di Gabriella Nocentini

Le vie delle maschere, il prezioso libro di Gabriella Nocentini, studiosa fiorentina vissuta per dieci anni in Sardegna, dove continua a recarsi appena può, tratta un tema assai affascinante e sicuramente poco noto alla maggior parte di lettrici e lettori: i carnevali che si svolgono ancora oggi in terra sarda. Ma la prospettiva utilizzata non è solo quella delle informazioni storiche e culturali, delle necessarie descrizioni di maschere e riti, dell’invito alla conoscenza di usanze antiche, che si perdono nella notte dei tempi; no, Gabriella Nocentini, che era già stata presente su Vitamine vaganti (n. 46) grazie al suo bellissimo lavoro sull'”artigiana del tessuto” Dianora Marandino, ha seguito un’altra strada, quella del ricordo personale, della testimonianza diretta, delle soste in località emozionanti da condividere con chi legge. Non per nulla il sottotitolo della pubblicazione è: itinerario sentimentale attraverso i carnevali sardi. Un itinerario che si dipana nel cuore dell’isola, in quel centro, per lo più fra foreste e monti, dove le tradizioni sono più forti e i legami col passato più saldi.

Dei carnevali sardi, in maniera meno sistematica e certo meno dettagliata, avevamo scritto su Vitamine vaganti (n. 49), segnalando che la Sardegna vanta il maggior numero di maschere tipiche d’Italia e un numero altissimo di sfilate, che rappresenta un ulteriore record italiano, se non mondiale. Ai primati se ne aggiunge un altro: le maschere locali sono le prime a “uscire” per le vie e nelle piazze, esattamente il giorno di sant’Antonio Abate (17 gennaio) o de su fogu, quando infatti di sera si accendono i falò, soprattutto in Barbagia.
In questo accurato lavoro di ricerca i luoghi citati e visitati, noti e meno noti, più grandi e più piccoli, sono Oristano e Bosa, gli unici sul mare, Gavoi, Mamoiada, Fonni, Santu Lussurgiu, Ottana, Lula, Orani, fino ad Aùstis, minuscolo paese alle falde del Gennargentu, e Ardaùli, nell’antica regione del Barigadu. In tutti si svolgono sagre, feste, manifestazioni a cui spesso fanno da cornice canti e balli tradizionali (il famoso “ballo tondo”), esibizioni equestri (magnifiche e spericolate), sfilate con i costumi tipici accompagnate dal suono di organetti, fisarmoniche, armoniche a bocca e launeddas. Feste paesane, feste dal sapore antico, in genere ancora riservate gelosamente alla popolazione del posto, protagonista e spettatrice, che le ha tramandate di generazione in generazione, in cui turiste e turisti talvolta si sentono estranei, se non hanno il vero spirito umile e attento di chi invece viaggia per capire, esplorare, conoscere.

Gabriella Nocentini

Racconta l’autrice di essersi avvicinata ai carnevali relativamente tardi, nonostante la sua assidua frequentazione dell’isola, e di aver tratto informazioni essenziali dagli scritti e dall’incontro con l’etnologa di Oliena Dolores Turchi, che si è dedicata a lungo alla lingua e alle tradizioni popolari sarde. In queste ricerche appassionate, fatte di interviste, comparazione di documenti, letture incrociate, si arriva a dimostrare «come le maschere barbaricine ripropongano il rituale di passione, morte e resurrezione di Dioniso, che deve rinascere a primavera con la vegetazione, come ci è stato tramandato nel mito neolitico dell’antica Creta, legato al ciclo naturale della semina e delle messi mature».
Non stupisce che, nei carnevali di Orani e di Orotelli, le maschere gettino grano sulle persone presenti e ancora oggi, a distanza di millenni, nel Campidanese morire si dica con un’espressione bellissima e poetica andai a biri is trigus (andare a vedere le piante di grano).

Benedizione della folla con la pippia de maju, Oristano, 2006

Dopo aver riferito della sosta a Santu Lussurgiu per il Lunedì della Gallina (Su Lunisi de sa Pudda), successivo all’ultima domenica di carnevale, in cui abili cavalieri e cavaliere si sfidano nel raggiungere simulacri di gallina in cuoio da abbattere al volo con un bastone, l’autrice spiega di aver coinvolto delle amiche per recarsi al carnevale sardo più famoso: Sa Sartiglia di Oristano. E qui dobbiamo dare qualche spiegazione, anche se non tutto va raccontato per lasciare a chi si sta appassionando a questi temi la gioia della scoperta e dello svelamento di tanti misteri con la diretta lettura del libro e di saggi interessanti (segnalati nell’ampia bibliografia), oppure ricorrendo a filmati su YouTube. Un momento essenziale della festa è la Vestizione del Componidori (che oggi può essere una donna) ad opera di membri scelti delle corporazioni, retaggio del dominio spagnolo.
È una fase emozionante e fondamentale, ma riservata a un numero chiuso di persone, fra cui riesce a entrare la nostra Gabriella. È un vero e proprio rito che dura due ore dal quale esce, come una sorta di divinità pagana, una creatura androgina, dalla maschera bianca, con il velo da sposa (sa mantiglia) e sopra un cappello a cilindro, che viene posta sul cavallo senza mai toccare il suolo; sarà affiancata da due aiutanti e dotata di un bastone con cui benedice la folla e cerca poi di infilzare la Stella, il bersaglio, dalla chiara simbologia sessuale.

Poi si svolge la gara di abilità di altri cavalieri e cavaliere, a cui si aggiungono le corse con le pariglie, così pericolose da essere talvolta funestate da incidenti. Pensate che il Componidore deve più volte correre sdraiato all’indietro, senza vedere il percorso, fidandosi totalmente del suo cavallo: un connubio che deve essere perfetto. Insomma, ben lontano dai carnevali barbaricini, ma denso di fascino, è un vero spettacolo che, secondo vari studi, come quelli di Tilde Giani Gallino, affonda le sue radici nel mito dell’eroe fecondatore.

Bosa, graziosa cittadina sul mare, bagnata dal fiume Temo, il Martedì grasso diventa teatro di una specie di orgia che coinvolge chiunque sia presente, tanto che anche Gabriella e le amiche si trovano a gridare disperate come fa S‘Attittadora, la vedova, la maschera del lutto che cerca del latte per la sua bambola, rotta, sporca, insanguinata. Le simbologie si sprecano, mentre si aggirano fra la folla incarnazioni di morte, follia, trasgressione, e dalle case si spandono i profumi delle fave cotte con il lardo.
Qui e altrove, non solo in Sardegna, per concludere il carnevale si brucia un fantoccio o si fanno dei falò per celebrare la fine dell’inverno e salutare l’arrivo della primavera: usanza assai estesa, se ne parla Frazer nel suo celebre libro Il ramo d’oro, come ci ricorda Nocentini, attenta sempre al dato culturale, sociologico, etnografico. Ancora grida, pianti, lamenti di vedove a Lula dove da pochi anni ha ripreso vita la celebrazione di un tragico rituale che ha come protagonista Su Battileddu, un uomo-animale portato al sacrificio; perde sangue, è muto, ma implora pietà, finchè, stremato, muore davvero.

Di tutt’altro genere è la grande festa del Giovedì grasso a Gavoi, paese a 800 m. d’altitudine, dove la caratteristica principale è l’incessante suono dei tamburi di ogni tipo e dimensione, che accompagna l’intera giornata e coinvolge chiunque, senza distinzioni di età, di condizione, di genere. Altri strumenti strani e antichi si uniscono al coro assordante, mentre sfilano maschere bestiali e conturbanti arrivate da località vicine. Intanto si creano capannelli e si balla per lo più in cerchio, quel ballo a cui si è accennato e che richiede una incredibile destrezza, specie negli uomini, che devono stare letteralmente immobili con il busto, mentre piedi e gambe si muovono in maniera vorticosa e frenetica.
A me è capitato di assistere a una esibizione in cui un danzatore si poneva un bicchiere di vetro pieno di vino sulla testa, e così ballava, fra lo stupore generale; alla fine si dissetava, dopo la fatica. Se volete fare una esperienza simile, il Museo multimediale del canto a tenore di Bitti ve ne darà l’opportunità: in una sala si può salire su una pedana e prodursi nel ballo, seguendo delle immagini che scorrono; al termine si ottiene un punteggio che misura la nostra abilità…

Issohadore, Mamoiada
Mamuthone, Mamoiada

Gabriella riferisce di aver preparato con cura la visita a Mamoiada, località celebre per le due maschere, veramente affascinanti, che si muovono insieme: una è l’Issohadore, elegante, vestito di rosso, dotato di un lazo con cui via via, con sorprendente velocità, accalappia le belle ragazze sul percorso: è capitato anche a mia figlia con una amica, rimaste legate, fra le risate e la meraviglia.
L’altra è terribile, spaventosa, misteriosa: il Mamuthone, ricoperto di pelli; sul volto ha una maschera di legno e sulla testa un fazzoletto annodato, salta di continuo e fa risuonare i 30-40 campanacci pesantissimi legati sulla schiena, con la funzione di scacciare il male. Le due antitetiche figure rappresentano chiaramente la luce e il buio, l’umano e il bestiale, che va tenuto sotto controllo. Personaggi con sembianze animali, che richiamano i bovini, si trovano anche a Orani; si tratta dei Bundhos, che portano grandi maschere di sughero ed emettono versi gutturali, lamentandosi per la morte della fertilità.

Boes e Merdùles, Ottana

A Ottana prendono vita, ancora una volta, due rivali, uno comanda, l’altro dovrebbe ubbidire: sono i Merdùles, i guardiani dall’aria selvaggia e malevola, dotati di bastoni e fruste, e i Boes, i buoi con le corna e grossi campanacci addosso che arrivano a pesare 40 kg. Mentre il gruppo si muove per le vie, gli animali lottano fra loro, si ribellano, si gettano a terra, tirano potenti calci; intanto avanza nel corteo una rara figura totalmente femminile (almeno all’apparenza, visto che anche lei ha una maschera): è la filatrice, Sa Filonzana, un personaggio scomparso quasi ovunque. Ha l’aspetto di una vecchia che cammina a fatica e tiene il fuso in mano, è una delle Parche che con le forbici taglia il filo della vita.

Austis, Colonganos

Merita una citazione quello che secondo l’autrice è rimasto uno dei carnevali più genuini, meno turistici, forse per l’isolamento del paese, per la sua scarsa notorietà: stiamo parlando del piccolo comune di Aùstis, posto a 700 m. d’altitudine, spesso innevato d’inverno (a chi non conosce la Sardegna suona strano pensare agli alberi meravigliosi di agrifoglio della foresta di Burgos o agli impianti sciistici di Fonni…). Le maschere locali, dette Colonganos, sono diverse dalle altre perché mantengono caratteri antichi, altrove dimenticati: sulle spalle portano appesi veri ossi animali di varia lunghezza che fanno un rumore sinistro, i gambali sono di pelle di pecora nera, sulla maschera di sughero vengono fissati rametti di corbezzolo, pianta sempreverde dalla simbologia augurale.
In tal modo il volto è del tutto ricoperto di frasche. Intervengono poi i guardiani che sorvegliano l’Orco (Urtzu), dio degli inferi, la vittima sacrificale. Anche nel carnevale di Ardaùli protagonista è S’Urtzu, Dioniso Mainoles, dall’aspetto spaventoso, con un bastone che incute orrore e con in testa una corona di edera e alloro che rappresentano l’una la morte, l’altro la rinascita: «sono piante con nere bacche invernali, sono sacre agli dei, in particolare l’edera è l’attributo specifico di Dioniso», ci ricorda la scrittrice.
Qui, nella sarabanda infernale e nella lotta fra seguaci e guardiani, si può assistere all’esibizione di canti a tenore, quell’«antichissimo canto tradizionale polifonico del mondo agropastorale eseguito da quattro voci maschili» che è stato inserito nel 2005 dall’Unesco fra i patrimoni immateriali dell’umanità (vedi Museo di Bitti).

L’ultima tappa ci porta con Gabriella nel comune più alto della Sardegna, Fonni, a 1000 m. «Sede dei gesuiti, veri missionari in queste parti così interne dell’isola. L’orizzonte è all’infinito. Siamo salite fra boschi di lecci neri e massi di granito».
Parecchie ragazze danzano in piazza, con un bell’abito e un ampio cappello ornato di pizzi preziosi e nastri colorati: sono le mascheras limpias, quelle pulite, aggraziate, in contrasto con le mascheras bruttas, avvolte in pelli di animale, con le corna e il volto annerito dalla fuliggine, sgradevoli alla vista, che poi si mescoleranno allegramente nella confusione generale, al suono di campanacci e grida. Un dato storico molto importante ci spiega che nel corso del XVIII secolo la Chiesa operò un vero e proprio «grande assalto» alle maschere tradizionali che ricordavano troppo i riti pagani, minacciando scomuniche; fu così che in parecchie località si persero le vecchie tradizioni e nacquero appunto le maschere “belle”.

Anche in questa sfilata compariranno Sos Urthos (gli Orchi), i guardiani e le vedove (uomini travestiti) che si lamentano disperate, ma facendo pure ridere chi capisce le loro scurrili esclamazioni; un povero, misero fantoccio dall’aspetto repellente simula il marito morto, che sarà poi dato alle fiamme nel falò rituale.
Osserva Nocentini, riprendendo quanto affermano gli studi antropologici, «che, non diversamente da Cristo, il carnevale è il capro espiatorio che si fa carico dei peccati del mondo e che lo rigenera». Non per nulla il vocabolo più usato in Sardegna per definire il carnevale è carrasegare, che significa “carne (viva, umana) da smembrare, da fare a pezzi”, quindi tutto torna.

Un libro utile e importante, questo, da sfogliare per i bei disegni di Gianluca Locci e da leggere con grande piacere per capire e conoscere, ma anche per condividere le esperienze che Gabriella Nocentini ci ha voluto donare, insieme ai suoi pensieri, alle sue emozioni, a delicati momenti della sua vita.

Gabriella Nocentini,
Le vie delle maschere,
Carlo Delfino editore, 2021
pp. 184

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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