Dietro il bianco e il nero della tastiera di un pianoforte: intervista a Gaia Sokoli

Un inchino e uno sguardo perso rivolto al pubblico; silenzio, un respiro e l’inizio. Un unico lasso di tempo brevissimo in cui il pianista o la pianista entra fisicamente in contatto con le persone presenti in sala. A risuonare dopo sarà la musica, interpretata dalla persona di cui distrattamente abbiamo studiato il volto raffigurato sul programma di sala e di cui conosciamo solo quanto presente sul web. Ciò che si presenta dinanzi a noi è un’esecuzione al suo stadio finale che poco riferisce del meticoloso lavoro compiuto fino a pochi attimi prima del concerto stesso; una ricerca che trova il suo senso nel coinvolgimento emotivo del pubblico.

Gaia Sokoli è una pianista e insegnante che da anni si esibisce in concerto riscuotendo grande successo, in Italia e all’estero. Con la tenacia che da sempre la contraddistingue ha ottenuto numerosi riconoscimenti; molti di questi sono legati alla recente incisione di un cd dedicato alla compositrice Fanny Mendelssohn. In questa intervista racconta cosa significhi essere una pianista concertista, sfatando luoghi comuni e facendo chiarezza sulle difficoltà, ma anche le soddisfazioni, che accompagnano tale professione.

Hai iniziato il tuo percorso di studi a otto anni e pochi anni dopo hai fatto la tua prima comparsa in tv, esibendoti allo Zecchino d’Oro. Ripensando a te in quel video in cui compari risoluta nonostante la giovane età e guardando alla te di oggi chiedo: chi è Gaia Sokoli nello scenario musicale?
Allora, ti dico la verità: mi capita di guardarmi nei video un po’ per nostalgia. Penso che dalla me piccola alla me di adesso non sia cambiato nulla! Ho una consapevolezza e una maturità maggiori dovute alla crescita musicale e personale che certamente ci plasma, ma di fondo la decisione e il carattere della me dodicenne sono gli stessi della me ventiquattrenne. Non è mai stato un gioco per me perché ho deciso da piccolissima cosa avrei fatto nella vita e sono sempre rimasta su quella linea. All’alba dei ventiquattro anni si hanno consapevolezze in più ma quello che permane è questa grande voglia di fare e di mettersi in gioco; gran voglia di sperimentare e divertirsi soprattutto. Penso poi che l’eredità della mia famiglia mi abbia aiutata tantissimo. Sono cresciuta con i miei genitori e con mia nonna materna; lo specifico sempre perché quest’ultima è stata una figura importantissima per la mia formazione. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia che non mi ha mai inibita a livello caratteriale. Dico ciò perché ho avuto il riscontro da parte di persone della mia stessa generazione che invece si sono sentite represse nel carattere e nelle scelte. Io sono stata libera di coltivare la mia personalità nei limiti dell’educazione e della correttezza. Più cresco e più me ne rendo conto.

La musica è la tua professione: sei didatta ma anche concertista. A tal proposito, ti è mai capitato di riscontrare dello scetticismo? Se sì, perché secondo te si fatica ancora a far comprendere che suonare e interpretare, oltre a essere un’arte, è anche un lavoro?
Lo scetticismo lo vivo nel quotidiano. Io sono sempre stata una donna che ama socializzare con persone appartenenti a campi diversi. Ho forse più amicizie al di fuori del mondo della musica che nel mio ambito e mi piace contaminarmi a livello di idee. Chiaramente nel nostro ambiente è più facile capire cosa si intende quando si afferma di essere musicista; al di fuori permane l’idea di un’attività parallela. Penso che ciò sia tristissimo perché all’estero, quando mi confronto con persone che vivono quindi al di fuori dell’Italia, questa cosa è invece comunemente accettata. Frequento la Facoltà di economia e commercio e quando mi chiedono cosa faccia nella vita provo sempre a spiegarlo, per poi tagliare corto e dire che sono una insegnante di musica. L’insegnamento è riconosciuto come professione. Penso sia colpa di com’è impostato il sistema, e in particolare l’istruzione scolastica primaria. La musica classica è sempre considerata elitaria o qualcosa destinata a persone snob o anziane. Tanta gente, anche mia coetanea, fatica a immaginare la figura del pianista. Mi rendo conto però che non è arroganza ma una sorta di ignoranza bonaria perché comunque c’è molta curiosità; una volta che entrano in questo mondo sono tutte e tutti molto affascinati. Purtroppo già alle medie l’ora di musica è destinata per lo più al flauto dolce.

Restando in tema: cosa c’è oltre al palco e oltre all’esibizione di un pianista o di una pianista? Cos’è che il pubblico non vede o non può vedere?
Non può sapere tutta la sofferenza che c’è dietro (ride). Detto così è drammatico però, purtroppo, trovo che molti colleghi e colleghe idealizzino tantissimo la propria professione. In realtà c’è un grandissimo sacrificio.; c’è un modificare la propria vita, le proprie abitudini, plasmarle in base a una decisione che hai fatto. Io ho scelto da piccola ciò che avrei fatto e sono rimasta sempre su quella linea. Però quello che non si vede, e che è inimmaginabile, sono le ore di studio, la fatica, la dedizione, i viaggi. Quello che non si vede è tutto il discorso mentale e psicologico che gravita attorno a questa cosa. Non è solo relativo all’ansia pre-concerto, alla performance e alla stanchezza che segue, ma per quanto mi riguarda è qualcosa che permane nel quotidiano. Non c’è un momento in cui chiudo il pianoforte, esco, faccio una camminata e smetto di pensare a quello che dovrò fare o a quello che dovrò modificare in ciò che ho appena studiato! O, ancora, a quanto io possa essere indietro con lo studio per un concerto importante. Penso se ne parli molto poco: quando si intraprende un percorso del genere è importantissimo avere il sostegno di alcune persone. Quello che ho sentito io è sempre un senso del dovere, in senso buono, perché tutte le persone che lavorano con me ― dall’insegnante alla famiglia, passando per le amicizie ― plasmano la loro vita anche in relazione alla mia; proprio perché credono in quello che faccio e vogliono aiutarmi. Anche le mie dinamiche familiari da quando ho iniziato a studiare sono cambiate… È qualcosa di radicale e drastico! Ma ognuno la vive in modo diverso: c’è pure chi sceglie di vivere il proprio percorso in modo fatalista. Il discorso mentale e psicologico non è mai preso in considerazione. Parlo per esempio della critica che si può accanire su un vuoto di memoria di un pianista che ha la media di duecento concerti all’anno e ha la vita in valigia. O di un pubblico che partorisce opinioni cattive in maniera gratuita.

Pensi sia un tabù parlare dell’aspetto psicologico in chi sceglie di intraprende la carriera da concertista?
Assolutamente! Penso che in questo momento storico sia un tabù parlare di ogni aspetto psicologico, ma non solo nel mondo della musica. È un mondo che va talmente veloce che dobbiamo essere tanto performanti da tralasciare totalmente questo aspetto. Penso invece che debba essere affrontato perché si tratta di qualcosa di molto concreto. Io ho avuto la fortuna di iniziare a studiare all’età di diciannove anni con il m° Roberto Prosseda e la maestra Alessandra Ammara che sono tuttora i miei insegnanti. Con loro ho scoperto un mondo nuovo perché, oltre ad avere un rapporto didattico con loro, ho un bellissimo rapporto umano che trascende quello che può essere il momento della lezione o dell’esecuzione. Insieme, qualunque cosa che riguardi la musica o mie circostanze esterne diviene affrontabile. Questo aiuta a suonare e vivere meglio perché il supporto psicologico di una persona che fa il tuo stesso lavoro, che capisce da dentro le tue dinamiche, è importantissimo. Tante volte si ha a che fare con insegnanti eccezionali che si focalizzano solo sull’aspetto interpretativo e quello che poi succede dobbiamo gestirlo da soli.

C’è anche il luogo comune che un/una buon/a concertista sia conseguentemente un/una buon/a docente. Cosa ne pensi?
Io ho sentito molte opinioni discordanti. Da piccola avevo la convinzione che un pianista eccezionale potesse essere un insegnante buono, ma penso non ci sia un nesso consequenziale tra l’essere un/a bravo/a concertista e un/a bravo/a docente. La combinazione è abbastanza casuale. Chiaramente per chi esegue un concerto un giorno sì e un giorno no diventa a livello di tempo ingestibile. Però io ti riporto la mia esperienza personale: studiando con Roberto Prosseda penso sia un didatta eccezionale, oltre che un musicista straordinario; fa tanti concerti ma riesce a gestire le due cose e io non ho riscontrato carenze. Penso inoltre che quello che spinge a insegnare bene è un forte senso di passione nel trasmettere le proprie competenze al di là dell’egoismo del concertista. L’insegnamento più che da una forte predisposizione è dettato da ottime conoscenze, buona comunicazione e grandissima passione da trasmettere.

Sapresti riassumere le sensazioni che si provano poco prima di poggiare le mani sulla tastiera del pianoforte, subito dopo l’applauso del pubblico?
Io posso dirti che vivo malissimo gli attimi che precedono il concerto… Per me è uno strazio! Ricordo che a dieci anni l’insegnante con cui studiavo mi rassicurò dicendomi che crescendo mi sarei abituata; col senno di poi dico che no, non ti abitui, impari semplicemente a gestire la tua ansia. Si scioglie tutto non nel primo momento in cui metto le mani sul pianoforte ma dopo aver sondato la mia agitazione. Chiaramente ogni esibizione non è uguale a un’altra. È un continuo corso d’opera e, se si crea quella magia, dove senti il pubblico in silenzio e partecipe, riesci a essere rilassata e a quel punto è tutto in discesa.

Nell’ottobre 2021 è uscito il tuo primo cd sulle sonate di Fanny Mendelssohn. Perché hai scelto di dedicare la tua prima incisione, la più significativa, a lei?
Anche qui è stato fondamentale il contributo del mio maestro che in passato ha inciso l’integrale delle opere di Felix Mendelssohn, fratello di Fanny. Lui è informatissimo sulla sua musica e sulle opere erroneamente attribuite a Felix ma scritte dalla sorella. Un po’ per scherzo abbiamo iniziato ad avvicinarci a questi brani per pura scoperta e sperimentazione. Poi, studiando il primo brano, la cosa si è evoluta in un progetto discografico, accettato dalla Piano Classics. Abbiamo deciso di dedicare il mio primo cd all’incisione di tre sonate più un frammento di sonata incompiuto. Il progetto ha preso forma in un paio di anni e a maggio del 2020 ho registrato, nell’arco di tre giorni, questi brani. È qualcosa che inizialmente non ho concretizzato nella mia testa però, con il senno di poi, lavorandoci, è venuta a concretizzarsi la volontà di avere un progetto in cui credevo non solo per la qualità della musica o per la poetica dell’autrice, ma proprio per una mia personale idea: portare alla luce opere di artiste donne che non hanno mai avuto la loro adeguata valutazione. Anche perché una cosa che tendo sempre a dire è che io sono una femminista convintissima e il progetto, proprio per questa ragione, è molto importante. Al di là del discorso musicale, è una missione.

Perché dev’essere proprio una interprete e non un interprete a riportare in auge una compositrice del passato? Non credi che a comprendere il suo valore debbano essere intanto quegli stessi artisti che in passato l’hanno tenuta in ombra?
Chiaramente deve farlo una donna nel 2022 perché un uomo sarebbe molto raro. Purtroppo, in una situazione simile è così. Ciò che mi fa rabbia è che noi donne abbiamo sempre dovuto sgomitare dieci volte in più di un uomo per ottenere un decimo di ciò che lui ricaverebbe. Si parla tanto di fluidità, parità di genere, Lgbtq+, procreazione assistita… Io penso che se vogliamo muovere qualcosa non è necessario manifestare in strada ma avvalersi dell’arte attraverso piccoli gesti di ribellione. Quello che da artista posso fare è, nel mio piccolo, valorizzare un’autrice, rivivendo il malessere che ha vissuto e per il quale è rimasta in disparte, pur continuando a scrivere musica.

Hai trovato qualche discrepanza tra quanto si legge sui libri di lei e quanto emerge dalla sua scrittura musicale? Qualcosa che può conoscere solo chi suona le sue opere?
In realtà ciò che mi è piaciuto di Fanny Mendelssohn, perché mi sono documentata leggendo alcune epistole e alcuni scritti, è un forte carattere che emerge tantissimo dalle sue composizioni. Quindi più che discrepanza quello che ho riscontato è una fortissima fedeltà tra i suoi pensieri, quello che dice e quello che traspare dalla sua musica. È combattiva e si sente questa vena di insurrezione e malessere che però non è mai drammatica e fine a sé stessa perché poi segue sempre un momento di distensione e meditazione.

Ti sei formata con importanti insegnanti italiani e stranieri: pensi ci sia o ci possa essere un unico insegnamento che in un modo o nell’altro li accomuni?
Ho avuto insegnanti diversissimi! Penso di no, e forse è proprio questo il bello perché in realtà è qualcosa di molto personale. Ti porto la mia esperienza perché ho sempre avuto pochi insegnanti che mi hanno seguito in maniera continuativa. Al di là dei corsi e delle masterclass ho avuto tre insegnanti e ho sempre appreso cose diversissime. Poi ci sono cose più o meno condivisibili e in linea di massima l’equilibrio più forte lo sto vivendo adesso; ho scelto di trasferirmi nella stessa città dei miei insegnanti proprio per tale ragione. Forse ciò che si sente dire più spesso è di focalizzarsi più sull’interpretazione e non troppo sulla tecnica.

Concludo chiedendoti qual è l’ultimo pezzo che hai suonato nella tua sessione di studio.
Proprio stamani ho suonato il Triplo concerto di Beethoven: lo sto studiando e lo suonerò a Rovigo a marzo. Parallelamente alla futura seconda incisione di Fanny Mendelssohn sto portando avanti anche altro repertorio. Io adoro Beethoven pur essendo molto diverso da Fanny. Trovo inoltre che sia abbastanza difficile perché non immaginavo potesse essere così antipatico! Beethoven non si smentisce mai!

***

Articolo di Giuliana De Luca

Pianista e laureanda alla facoltà di musicologia di Cremona, insegnante di pianoforte e di educazione musicale alle scuole medie. Crede nella musica al di là del genere e dell’autore, per questa ragione la coltiva nella prassi e nella teoria. Dal 2021 scrive per documentare eventi musicali e per riportare alla luce protagoniste femminili che hanno contribuito a fare la storia della musica. 

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