Pavia. Via Ada Negri, o sul senso della vita

Con questo primo articolo iniziamo un lungo percorso che ci porterà a perderci per le strade di Pavia alla ricerca di quali illustri donne ne abbiano popolato la storia. A ogni tappa verrà fornito a chi legge o il motivo che la lega alla città o una breve biografia della donna (seppur con un focus particolare sulla sua esperienza in cttà), a cui seguiranno delle riflessioni personali da queste ispirate. Inizialmente gli articoli avrebbero dovuto essere sedici in totale, ma non sono riuscito a trovare alcuna informazione relativa a suor Michelina Sannazzaro. Buon viaggio.

Mappa della città di Pavia

Probabilmente non esiste una città più adatta ad accogliere un’intitolazione dedicata a Ada Negri. Lodigiana di nascita, la poeta non ha mai nascosto il suo profondo amore per Pavia, città che più volte ha accolto lei e la sua inquietudine dal 1924 al 1943. A legarla così tanto al luogo fu molto probabilmente la profonda amicizia che Negri provava (ricambiata) nei confronti di Gina Boerchio Fusi, nella casa della quale si trovò a soggiornare in varie occasioni dal 1931 al 1943.
La prova più inconfutabile di questa fascinazione la si può trovare leggendo la poesia I giardini nascosti, contenuta nella raccolta Il dono (Mondadori, 1936). Il dono rappresenta una delle produzioni più intime della poeta, all’interno della quale l’ormai ultrasessantenne Ada Negri riflette sulla vita e cerca di confrontarsi con l’inevitabile tappa della morte. Lo stesso “dono” che dà il titolo alla raccolta viene inteso da Negri come la vita stessa.

«…e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita.»

Nella prima poesia del libro (dal titolo omonimo a quello dell’opera e da cui è tratto l’estratto appena citato), Negri si proclama in attesa di un fantomatico “dono eccelso” da parte della vita. Questa speranza del ricevimento di un senso del vivere trova risposta solo dopo tanti anni di riflessioni: il dono della vita, quello che dà senso al vivere, è la vita stessa.
Questa presa di coscienza “realista” di Negri rappresenta, per me, quella risposta che in fondo tutti noi in cuor nostro già conosciamo più o meno consapevolmente, ma che preferiamo ignorare o evitare per ragioni di stabilità mentale: la vita non ha un senso. Se tale conclusione aveva valore per una donna religiosa come lei, ne ha ancora di più per gli individui delle società post-moderne, in cui le ideologie e le religioni sembrano affievolire sempre di più la loro presa e dove le loro risposte preconfezionate appaiono sempre meno in grado di soddisfare i quesiti di popolazioni sempre più scolarizzate e secolarizzate.

La risposta che si dà Negri sul dono della vita potrebbe sembrare apparentemente banale solo a chi non si è mai posto questioni esistenziali di alcun tipo. Infatti, il ragionamento esistenziale di qualsiasi appartenente al genere umano non potrà far altro che portare a questa conclusione: l’uomo e la donna sono “carne” e in quanto tale sono finiti. Oppure, per dirla in modo religioso: polvere siamo e polvere ritorneremo. Quello che viene dopo questa brutale presa di coscienza sta poi al singolo individuo. Starà alla singola persona decidere cosa preferire tra: l’accettazione strumentale di un infinito ultraterreno promesso da un’entità inconoscibile o da guru di qualsiasi natura (“strumentale” perché finalizzato solo ad autoconvincersi dell’esistenza di un valore intrinseco della nostra vita); oppure il rifiuto dell’aspirazione all’immortalità seguendo gli insegnamenti contenuti nel racconto L’immortale di Borges, alla cui lettura spingo vivamente lettori e lettrici.

Purtroppo, da questa scelta non si può scappare e dalla nostra decisione dipenderà in parte sia l’atteggiamento con cui ci affacceremo alla vita sia il modo con cui l’affronteremo. Tale discorso vale soprattutto per le/gli adolescenti, i quali, come scrive Galimberti in L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani: «…non si interrogano più sul senso della sofferenza propria o altrui, come l’umanità ha sempre fatto, ma… sul significato stesso della loro esistenza, che non appare loro priva di senso perché costellata dalla sofferenza, ma al contrario appare insopportabile perché priva di senso». (p. 13)

Per i/le teenager ciò comporta che: «il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso» (op. cit., p. 11). Ma per quanto tempo si può continuare a rimandare questo confronto con la nostra mortalità? A chi giova questa perenne fuga dalla realtà dei fatti? Cerchiamo di guardare in faccia la nostra mortalità e di non rifuggirla, ma anzi di abbracciarla. Rinunciamo alla vita eterna in cambio di un altro dono altrettanto prezioso: l’unicità di noi stessi e della nostra esistenza. Scrive Borges: «Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea. Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini» (L’aleph, p. 19).
Di conseguenza: «la morte… rende preziosi e patetici gli uomini. […] Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gl’Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco d’altri che nel passato lo precedettero… o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. […] Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario» (op. cit., p. 21).
Forse noi non potremmo sperare di diventare Omero, ma guardiamola anche da un’altra prospettiva: nemmeno Omero potrebbe riuscire a essere noi.

Un giorno, mentre giravo solitario e pensieroso per Pavia riflettendo su questi argomenti più grandi di me, non ho potuto fare a meno di immaginarmi Ada Negri vagare per le stradine pavesi, in cerca di conforto per le sue inquietudini esistenziali. Stranito da questa sensazione, ho quindi preso in mano il cellulare e mi sono messo a leggere I giardini nascosti.

«Amo la libertà de’ tuoi romiti
vicoli e delle tue piazze deserte,
rossa Pavia, città della mia pace.
Le fontanelle cantano ai crocicchi
con chioccolío sommesso: alte le torri
sbarran gli sfondi, e, se pesante ho il cuore,
me l’avventano su verso le nubi.
Guizzan, svelti, i tuoi vicoli, e s’intrecciano
a labirinto; ed ai muretti pendono
glicini e madreselve; e vi s’affacciano
alberi di gran fronda, dai giardini
nascosti. Viene da quel verde un fresco
pispigliare d’uccelli, una fragranza
di fiori e frutti, un senso di rifugio
invïolato, ove la vita ignara
sia di pianto e di morte. Assai più belli
i bei giardini, se nascosti: tutto
mi pare più bello, se lo vedo in sogno.
E a me basta passar lungo i muretti
caldi di sole; e perdermi ne’ tuoi
vicoli che serpeggian come bisce
fra verzure d’occulti orti da fiaba,
rossa Pavia, città della mia pace»

Come scrive Camus in Il Mito di Sisifo, forse è vero che la lotta verso la cima può bastare a riempire il cuore di un uomo o di una donna; però probabilmente basta anche solo una passeggiata per il centro storico di Pavia.

***

Articolo di Giovanni Trinco

Nasce a Padova nel 1997. Laureato in Scienze Politiche, attualmente è laureando in Comunicazione Digitale presso l’Università di Pavia. Appassionato di giornalismo e saggistica, riguardante la sociologia e la filosofia, spera che un giorno il progressive rock possa tornare di moda.

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