Cronaca di una guerra annunciata

«La guerra che verrà non è la prima. / Prima ci sono state altre guerre. / Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. / Fra i vinti la povera gente faceva la fame. / Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente».
(Dalla poesia La guerra che verrà, conosciuta anche come Breviario tedesco di Bertolt Brecht).

È molto difficile scrivere, senza farsi condizionare dalle emozioni, di quello che sta succedendo ai confini dell’Unione Europea, dopo la minaccia di fare ricorso ad armi nucleari da parte di Putin e le sanzioni “nucleari” (così definite per la loro dirompenza), compreso l’invio di armi, decise dalle istituzioni europee, sanzioni che somigliano a una ritorsione in tempo di guerra, dopo la risoluzione, votata dal Parlamento italiano sulle dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che di fatto giustifica, insieme a misure di accoglienza dei rifugiati ucraini e all’invio di approvvigionamenti, il nostro coinvolgimento militare, come si evince dal resoconto stenografico della seduta del Senato del primo marzo 2022, risoluzione su cui persistono dubbi da parte di alcuni costituzionalisti/e.
L’ultimo numero di Limes si intitola L’altro virus (lo recensiremo nel prossimo numero della nostra rivista) e allude al virus mentale che ha contagiato le popolazioni e le persone, nonché le diverse nazioni e i Capi di Stato (uso volutamente il maschile) coinvolti nella battaglia geopolitica.
A noi sembra che il virus abbia avuto un’influenza nefasta su uno di loro, Putin, che non ha nemmeno aspettato la fine della pandemia (ma forse più probabilmente quella delle Olimpiadi invernali cinesi) per sferrare un attacco militare all’Ucraina, giustificato, nel lungo discorso alla nazione, come «difesa del Donbass, denazificazione e smilitarizzazione dell’Ucraina», definita come «non Stato e marionetta che gli Usa muovono con l’obiettivo ultimo di puntare i missili della Nato alla tempia della Federazione russa».
In questo lungo discorso, seguito alla riunione del Consiglio di sicurezza, Putin ha avuto modo di criticare sia il suo Ministro Lavrov, per non avere ottenuto i risultati concordati nella lunga trattativa iniziata a gennaio con la Nato e i Paesi occidentali, che il capo dei servizi segreti, Sergej Naryškin, umiliato in diretta televisiva per aver parlato di annessione e non di riconoscimento delle repubbliche di Donec’k e Luhans’k. In ciò Putin ha fatto intuire l’esistenza di un dibattito interno al governo russo piuttosto acceso.

L’assalto militare della Russia all’Ucraina ha sorpreso l’Occidente, i cui popoli hanno rinunciato da tempo a discutere di problemi internazionali, lasciando ai governi carta bianca sui temi geopolitici.

Eppure un po’ di attenzione in più agli avvenimenti internazionali sarebbe stata utile per non far sì che l’opinione pubblica europea si ritrovasse a essere guidata, nell’analisi di quanto è accaduto, solo dalle emozioni suscitate dalla cronaca di questi giorni, dallo spettacolo atroce degli effetti della guerra sulle persone e sulle città, a cui l’Occidente e l’Unione Europea stessa non erano più abituati, e da un’unica martellante narrazione, quella filoatlantica.

Lo studio della geopolitica e delle relazioni internazionali dovrebbe diventare obbligatorio in tutti gli ordini e indirizzi di scuola, perché consentirebbe di avvicinare le persone, docenti e studenti, a diverse visioni del mondo e di interpretare le vicende politiche considerando il punto di vista dei diversi soggetti coinvolti.
Ma veniamo ai fatti, letti in ottica squisitamente geopolitica, senza alcuna volontà di giustificare il comportamento inqualificabile di un despota violento, omofobo e antidemocratico, responsabile in passato di omicidi di giornalisti e di incarcerazione di oppositori politici.
Il 2022 si era aperto, dopo due proposte di trattato di Putin in dicembre alla Nato e agli Usa, dirette probabilmente a ristabilire gli equilibri geopolitici in Europa, seguite al dispiegamento di forze russe ai confini con l’Ucraina a partire da settembre 2021, (nota n.52 del Servizio Affari internazionali, reperibile su senato.it) con i negoziati sulla questione Ucraina a Ginevra tra il Ministro degli esteri russo Lavrov e i diplomatici statunitensi, prima, con la Nato a Bruxelles, poi, e infine con l’Osce a cui si era unita anche l’Ucraina.
In quelle occasioni il Ministro Lavrov aveva rilasciato questa dichiarazione:
«Vogliamo intavolare discussioni costruttive che offrano un risultato chiaro che garantisca la stessa sicurezza a tutti… Sono arrivati alla soglia di casa nostra. Pensate che siamo così illusi da ignorare le minacce che pendono sulla Russia? Il problema è semplice: non abbiamo terreno per continuare a retrocedere».

A sua volta, Mosca chiedeva due garanzie: che l’Ucraina non entrasse a far parte della Nato e che non fossero depositate armi nucleari nelle sue immediate vicinanze. Il Ministro Lavrov era tornato a Mosca con un nulla di fatto, nonostante le mediazioni di alcuni leader europei come Macron. I tempi della diplomazia sono lunghi e chi segue gli approfondimenti di Limes avrà avuto modo di leggere la visione putiniana della storia della Russia, ribadita anche nel lungo discorso alla nazione, secondo cui la Russia nasce da un unico ceppo, il rus’ di Kiev e la creazione dell’Ucraina, “terra di confine” è stato un errore prima di Lenin e poi di Stalin, che vi ha aggiunto, a scopo di controllo, delle terre che avevano fatto parte dell’impero asburgico e che di russo non avevano nulla.

Per capire perché Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, però, occorre ritornare al crollo del Muro di Berlino. Su questo punto analisti/e di geopolitica e storici/e hanno dati ed interpretazioni discordanti. Secondo gli uni, per accettare la riunificazione delle due Germanie e l’ingresso della Germania nella Nato Gorbačëv avrebbe chiesto e ottenuto da Baker e Bush padre (pare con una dichiarazione solo verbale, ma non è cosa certa) che la Nato non si espandesse ad Est.

Secondo gli altri e in particolare Paolo Mieli, l’accordo fu tra Gorbačëv e l’allora segretario dell’Alleanza atlantica Wörner e riguardò l’impegno della Nato a non attentare mai alla sicurezza della Russia.  Nel frattempo però la Nato, che dovrebbe essere un’organizzazione solo difensiva, e non sempre lo è stata, oggi è una coalizione di trenta Paesi. Ne fanno parte molte nazioni dell’ex Patto di Varsavia: Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Romania, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Albania. Più recentemente vi sono state ammesse anche Croazia, Montenegro e Macedonia del Nord.

Secondo lo spirito della nostra Costituzione, non basta essere genericamente e velleitariamente pacifisti e pacifiste, anche perché la nostra Carta non lo è e ammette la guerra di difesa. Occorre diventare operatori e operatrici di pace e questo si può fare solo conoscendo i termini della contesa per poi sollecitare le istituzioni internazionali a cercare di risolverla. Da operatori e operatrici di pace mossi dalla volontà di approfondimento abbiamo appreso che ormai tutto è cambiato. Le guerre del passato facevano leva sull’effetto sorpresa. Oggi non è più così.

Le guerre sono annunciate e il principale messaggero di questo conflitto è stato Biden.
Secondo Lucio Caracciolo, direttore di Limes, da tempo il Governo russo si sentiva e si sente minacciato dalla Nato come alleanza nemica e su questo fronte, dopo un dibattito interno molto serrato, Putin ha deciso di attaccare, perché non vedeva nessun tipo di soluzione negoziale con gli Usa; in secondo luogo temeva che la Nato in modo informale potesse entrare in Ucraina, con addestratori, forze speciali e armamenti, attaccando la “terra di confine” prima che potesse diventare più forte e in terzo luogo per una ragione più personale: non passare alla storia come «lo zar che ha perduto l’Ucraina».
Sarà bene ricordare che l’Ucraina nasce come Stato indipendente nel 1991, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. All’inizio del nuovo millennio la Terra di confine vede una forte contrapposizione tra i filoeuropeisti e atlantisti e i filorussi.
Sotto la leadership di Janukovyč il Paese vira verso la Russia. Quando Janukovyč disdice un accordo di libero scambio con l’Unione Europea e si rivolge alla Russia iniziano le proteste di piazza, la cosiddetta seconda rivoluzione arancione (dopo la prima che aveva portato al potere Juščenko dopo molte difficoltà ma che era durata pochissimo riportando il filorusso Janukovyč al potere) che prende il nome di “EuroMaidan”, appoggiata da Americani e Inglesi, protesta in cui sono presenti, oltre a cittadini e cittadine comuni, nazionalisti filo-occidentali e antirussi, alcuni dei quali neonazisti, che si ispirano a Stepan Bandera, tuttora presenti nell’esercito ucraino.
Le manifestazioni di piazza fanno molti morti e Janukovyč è costretto a fuggire. Al suo posto arriva Porošenko, politico più filoccidentale.

Nel marzo 2014 però ecco la prima reazione della Russia, che sancisce ufficialmente la secessione della Repubblica di Crimea, regalata da Chruščëv all’Ucraina in occasione dei 300 anni dall’Unione dei due Paesi, e la sua annessione alla Federazione Russa, pochi giorni prima anticipata da un referendum in cui la popolazione a maggioranza russofona chiedeva la riannessione alla Russia. La regione del Donbass, nell’Est dell’Ucraina, segue l’esempio della Crimea, scatenando una guerra civile nelle province di Donec’k e Luhans’k, che si autoproclamano repubbliche indipendenti. Nel 2014 Obama, a cui il Nobel per la pace è stato assegnato forse imprudentemente, fa espellere la Russia dal G8 e la definisce come «una potenza regionale».
Forse da allora Putin ha improntato tutta la sua politica a smentire questa affermazione avventata. Oggi infatti la Russia come superpotenza è in Siria, Cirenaica, nell’Africa occidentale e centrale francese, è attiva sul Mar Rosso, ed è intervenuta in Kazakistan, recuperando a sé anche la Bielorussia che non si era mai distaccata almeno informalmente da Putin. Nel febbraio 2015, con l’accordo detto Minsk II, si giunge a un «cessate il fuoco» tra Ucraina e Donbass, accordo che non sarà mai rispettato dalle parti in causa e il conflitto russo-ucraino proseguirà per otto anni, nel disinteresse dell’opinione pubblica mondiale ed europea in particolare, facendo, secondo dati Osce, circa 14mila morti.
È definitivamente passato il tempo in cui Kissinger definiva l’Ucraina “un ponte” e ne proponeva la finlandizzazione. Su tutta questa polveriera si è innestato il progressivo allargamento a Est della Nato, inaccettabile per Putin. Nel 2019 in Ucraina viene eletto Capo dello Stato Zelens’kyj, di origini ebraiche, definito populista dai media e anche un po’ canzonato perché, oltre a essere un laureato in legge, è un attore che ha interpretato una serie comica. Di fatto l’Ucraina, un “non Stato” creato a tavolino, è sempre stata contesa tra Est e Ovest: tra tatari e lituani, tra russi e  impero asburgico e ora anche tra la Nato e la Russia, come ci ricorda Alfonso Desiderio in un video di approfondimento che tutti e tutte dovremmo vedere.
L’Ucraina è fatta almeno di tre parti: una occidentale che comprende territori mai entrati nell’impero russo, se non per brevissimi periodi e in cui è presente un grande sentimento antirusso e fortemente nazionalista, una orientale e meridionale che arriva fino alla Crimea, abitata in maggioranza da russi e da ucraini russofoni, e una centrale che fa riferimento alla capitale Kiev, intermedia tra queste due posizioni. Terra di frontiera, l’Ucraina ha visto alternarsi Presidenti filo russi e Presidenti filoccidentali.
Da ultimo l’inserimento in Costituzione della richiesta di aderire all’Unione Europea e alla Nato, segno di un lungo sogno di indipendenza e di volontà di una identità ucraina è stato un passo ulteriore verso l’Occidente e quella che è esplosa in febbraio è una delle guerre più annunciate della storia. La resistenza ucraina è fatta da uomini e donne che si costruiscono molotov in casa per rispondere a un attacco folle e impari, tanto più pericoloso quanto più a lungo si protrarrà, utilizzando anche le armi dei Paesi occidentali, Svezia e Svizzera compresi.
Il senso di estraneità a come questa guerra viene condotta e descritta dai media mi riguarda come donna. Quello che vedo e sento non mi corrisponde. Al tavolo dei negoziati sono presenti solo uomini. L’unica figura femminile che compare, sempre sullo sfondo, in questi giorni frenetici, ma mai al tavolo delle trattative, è quella della Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, che è riuscita a fare approvare dall’Ue, con esiti imprevedibili sulla guerra in atto, l’inizio del percorso di ammissione dell’Ucraina.
Mi ero abituata a negoziati di pace che interrompevano le guerre, dichiaravano il cessate il fuoco e le tregue. Oggi invece parallelamente si svolgono negoziati di pace (“Negoziati in armi”, come li definisce Limes) e si sganciano bombe sulle popolazioni civili. Avevo studiato e insegnato per quarant’anni l’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e designa le organizzazioni internazionali a regolarle, avevo studiato la nascita dell’Unione Europea, a partire dal Manifesto di Ventotene, come modello che rifiutava la guerra, per averne le sue popolazioni patite le ferite in due guerre mondiali sul suo territorio.
Oggi invece assisto a bombardamenti russi sull’Ucraina e all’invio di armi ed equipaggiamenti da parte dell’Unione Europea, per la prima volta nella storia, a sanzioni economiche e finanziarie, definite “nucleari”, che metteranno in ginocchio la popolazione russa, ad allerta nucleari da parte della Russia e il senso di estraneità aumenta, insieme alla consapevolezza di avere dei valori e una visione a cui non è mai stata data voce, completamente ignorata da questa politica muscolare.
Sento nel profondo che la guerra non può risolvere questa crisi e mi trovo d’accordo con Ray Acheson, attivista e scrittrice, parte della Women’s International League for Peace and Freedom, la più antica organizzazione femminista di pace del mondo, intervistata da Altreconomia:
«Un processo di pace incentrato sulle persone, con la partecipazione equa e significativa di tutti i gruppi coinvolti è l’unica strada sensatamente possibile. De-escalation, smilitarizzazione e disarmo sono cruciali per prevenire questa guerra, e la prossima. Dietro la crisi attuale c’è una storia di violenza militarizzata ed economica… L’Ucraina, in questo contesto, è una pedina utilizzata da entrambe le parti, Usa e Russia».

La descrizione della guerra al confine dell’Unione Europea, accuratamente e persistentemente riportata dai media nazionali ed internazionali, ha suscitato la reazione del popolo pacifista in tutte le piazze del mondo. Non si possono non condividere i numerosi appelli alla pace e al dialogo che sono stati lanciati, dalle ong e dal mondo intellettuale, anche russo.

Come donna, in particolare, mi sento costitutivamente estranea alla guerra e lo dichiaro convintamente e non da “anima bella” dopo avere preso visione delle dinamiche geopolitiche in corso. Rimpiango una donna, Angela Merkel che, come ricorda Alberto Negri in un suo illuminante articolo, Chi assedia chi (Il manifesto, 19 gennaio 2022), è stata la leader occidentale che più ha saputo parlare con Putin.
Secondo Negri «i due non si amavano ma si capivano, ognuno parlava la lingua dell’altro, e comprendere il russo o il tedesco serve a intuire come pensa l’interlocutore. Merkel capiva perfettamente che per la Nato entrare in Ucraina significava per il suo interlocutore essere alle porte di Mosca.» Il muro contro muro con la più forte potenza nucleare al mondo è perdente e tanto più inammissibile oggi che la nostra Costituzione, nel silenzio quasi generale, ha inserito, nell’articolo 9, i diritti delle generazioni future.
Difficile ribadirlo oggi, quando il coro quasi unanime anche in Parlamento e sui media mainstream si esalta per la ritrovata unità di intenti e di comportamenti dell’Unione Europea. L’unica strada è il dialogo, come ci ha insegnato Merkel, insieme alla richiesta di cessate il fuoco. Dialogo, parola quasi sconosciuta alla logica imperialistica e maschilista che ha fino ad ora guidato il mondo. L’Unione Europea è stata insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2012. Un Premio avventato, come quello dato a Obama, se l’Unione non è capace di sedere ai negoziati di pace e si autolegittima nell’inviare armi, presumibilmente servendosi di contractor, in una guerra che sarà patita come sempre solo dalla popolazione civile.
Se non è capace di imporre la trattativa a oltranza e senza interruzioni per arrivare a una soluzione condivisa. Se non ha pensato a organizzare forze di interposizione per proteggere i civili, sotto la sua egida, dal momento che la politica dei veti lo impedisce a un Consiglio di sicurezza che in questi settant’anni coloro che decidono le sorti del mondo non sono riusciti/e ad aggiornare nella sua composizione e nelle regole di funzionamento. Allora risuonano come vere le parole di Giuseppe Cucchi:
«Nel decennio intercorso tra la caduta del Muro nel 1989 e l’ascesa al potere del presidente Putin nel 1999, una politica della mano tesa avrebbe potuto avvicinare considerevolmente la Russia all’Occidente, o addirittura permettere il suo ingresso fra le grandi democrazie. Invece, ci siamo mossi in senso esattamente contrario.»
È totalmente mancata una politica dell’ascolto. Cucchi, nel suo articolo su Limesonline del primo marzo scorso afferma che siamo «costretti a constatare come nei decenni trascorsi dalla caduta del Muro di Berlino nessuno di noi abbia saputo immedesimarsi nella mentalità della Russia, o perlomeno in quella del suo attuale zar, quanto sarebbe bastato per riuscire a comprendere quali processi degenerativi fossero in corso e cosa vi sarebbe stato da attendersi», nonostante i numerosi avvertimenti dei Paesi baltici.
Attendo e ascolto la voce dei tanti cittadini e cittadine russe che considerano uomini e donne ucraini come fratelli e sorelle e scendono in piazza con il rischio di essere arrestati.
Ascolto e condivido l’appello delle femministe russe, riportato nell’editoriale di Giusi Sammartino. O quello di Michele Serra che invita gli uomini (e aggiungo “le donne”) capi di Stato dell’Unione europea a recarsi a Kiev, con un’azione dimostrativa, come scudi umani, iniziativa che però continua a piacermi meno di quella che proviene dai popoli e dalle donne.  Ad oggi tra i morti in Ucraina nove persone su dieci sono civili. Unirsi e far sentire la propria voce nelle sedi istituzionali e nei luoghi di trattativa, anche come movimento femminista mondiale, per proporre una pace giusta, improntata all’ascolto delle ragioni di tutti i soggetti coinvolti alla fine di questa fase terribile che stiamo attraversando, sarà l’unica strada possibile per impostare il futuro delle relazioni internazionali secondo criteri completamente diversi da quelli seguiti dopo le due ultime guerre, criteri che abbiano come faro i diritti delle generazioni future e siano vicini al pensiero femminile e alle ragioni delle popolazioni civili. Trattative improntate all’ascolto, come da ultimo ci ricorda Cucchi, in Un trentennio di errori nei rapporti con la Russia, su Limesonline del primo marzo 2022:
«Non l’abbiamo fatto alla fine della prima guerra mondiale, né al termine della seconda. L’abbiamo accuratamente evitato allorché si è conclusa la guerra fredda. Tutti errori che abbiamo duramente pagato. Proviamo almeno a non sbagliare per la quarta volta».

Avanzata della Russia in Ucraina

Nota. Per conoscere i termini del conflitto mi sono fatta guidare dagli interventi, dalle mappe e dai video che in questi giorni la rivista Limes, Mappamundi, Ispionline, la rubrica di radiotre Radiotremondo, la rivista Internazionale e la rubrica Esteri di Radiopopolare hanno dedicato a questa guerra annunciata a forza di comunicati, soprattutto dagli Usa. Ho letto come sempre i dossier dell’associazione Giga (Gruppo insegnanti geografia autorganizzati) e molti articoli di approfondimento tratti dai quotidiani italiani e stranieri. Utilizzando le cartine di Limes, che ho sempre usato nelle mie lezioni di relazioni internazionali a scuola, grazie alla libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione, con risultati sorprendenti da parte delle classi, esprimo la mia solidarietà a Marc Innaro, corrispondente da Mosca per la Rai, reo di averne mostrate alcune sulle tv nazionali.
Mala tempora currunt per le cosiddette democrazie occidentali.

In copertina. Ray Acheson.

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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