Editoriale. Festeggiamo il coraggio delle donne. Viva il pensiero femminile

Carissime lettrici e carissimi lettori,

dicono le voci della saggezza che l’aiuto costruisce una grande parte delle fondamenta dell’affetto. Dicono che per volersi bene c’è bisogno anche dell’empatia al mondo dell’altra persona. Bisogna mettere in atto la compassione: dal suo significato antico: cum patio, soffro con qualcuno/a.

Questo hanno fatto e sentito le donne, oggi. Donne americane e russe che si sentono «madri, figlie, nonne e sorelle, l’una per l’altra». Tante tra Stati Uniti e Russia, ma che comprendono anche il femminile del resto del mondo.

Nel caso specifico dodici donne con poche parole e forti concetti, per un mondo diverso dall’attuale, hanno colmato una distanza che sembrerebbe incolmabile. Parole belle di un mondo lontano e soprattutto diverso da quello della guerra che ama mostrare i muscoli: maschilista, non maschile, patriarcale.

Leggiamo da una lettera scritta tutta al femminile, di queste donne, già impegnate in Women Transforming Our Nuclear Legacy, un gesto di redigere un testo condiviso, per provare a fermare la guerra. «Un atto diretto e potente di pace, che travalica confini territoriali, linguistici e culturali e anche interessi economici… Vestire i panni delle altre, immedesimarsi nella sofferenza altrui, è un altro modo di ritrovarsi improvvisamente vicine, mano nella mano, occhi negli occhi e sentire tutto il peso della responsabilità di ciò che accade intorno a noi, riportando lucidamente i rischi di questa guerra».  

Scrivono insieme le dodici donne che non vogliono percepirsi nemiche:
«Oggi siamo con le nostre sorelle in Ucraina – scrivono – nell’est e nell’ovest, le cui famiglie e il cui paese sono stati dilaniati, hanno già subito più di 14.000 morti… Siamo donne degli Stati Uniti e della Russia profondamente preoccupate per due paesi, che insieme possiedono oltre il 90% delle armi nucleari mondiali».

Scrivono facendo notare anche il momento storico in cui si inserisce questo conflitto, dopo una crisi economica e sanitaria durante la quale il virus ha fatto scomparire per sempre già 5,8 milioni di persone e che ha coinvolto, e coinvolge ancora, tutto il pianeta, in allarme anche per i pericoli dovuti ai forti cambiamenti climatici. «Restiamo uniti e invochiamo la pace – dicono ancora – stai con noi… Ogni voce ha significato!»

Tra le prime firmatarie c’è Nadezhda Azhgikhina, direttrice della Moscow Pen, la sezione moscovita dell’associazione internazionale di scrittori/trici e giornalisti/e nata a Londra nel 1921: «Sono infinitamente contenta e grata – scrive – che le donne americane e russe che un anno fa hanno iniziato una conversazione sulla necessità del disarmo nucleare abbiano ora scritto una lettera aperta indirizzata a tutti – politici, giornalisti, donne e uomini dei nostri paesi – chiedendo di preservare la pace e il nostro futuro comune. Credo – continua Azhgikhina – che la nostra voce avrà un significato nel nostro obiettivo comune di superare la crisi e costruire un mondo migliore e più sicuro».  L’appello si conclude con degli hashtag tutti al femminile (#sisteragainstwar #sorellecontrolaguerra).
Ancora le donne. Si schierano compatte e decise a un cambiamento della visione del mondo. Sono le femministe russe, di questa Russia in guerra, e  fanno sentire forte anche loro la voce: «Come cittadine russe, e come femministe – hanno scritto – condanniamo questa guerra.
Il femminismo come forza politica non può stare dalla parte di una guerra di aggressione e di occupazione militare. Il movimento femminista in Russia lotta per i gruppi vulnerabili e per lo sviluppo di una società giusta con pari opportunità e prospettive, in cui non ci può essere posto per la violenza e i conflitti militari. Guerra significa violenza, povertà, migrazioni forzate, vite spezzate, insicurezza e mancanza di futuro. È inconciliabile con i valori e gli obiettivi essenziali del movimento femminista. La guerra esaspera la disuguaglianza trai sessi e riporta indietro di molti anni le conquiste dei diritti umani delle donne, e non solo. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale: «come dimostra la storia, durante la guerra il rischio di essere violentata aumenta moltissimo, per qualsiasi donna. Per queste e molte altre ragioni, le femministe russe e quelle che condividono i valori femministi devono prendere una posizione forte contro questa guerra scatenata dalle autorità del nostro paese».
Le femministe, che dicono di essere «una delle poche forze politiche ben accettate in Russia, lanciano un appello a tutte le femministe del mondo:
«Unitevi alle manifestazioni pacifiche e lanciate campagne in presenza e online contro la guerra in Ucraina… Sentitevi libere di usare il simbolo del movimento Feminist Anti-War Resistance nei vostri materiali e pubblicazioni, così come gli hashtag #FeministAntiWarResistance e #FeministsAgainstWar… Condividete questo manifesto con altri. È necessario mostrare che le femministe sono contro questa guerra e qualsiasi tipo di guerra».
Un pensiero lontano dal patriarcato e dal maschilismo! Quella delle femministe in Russia, da dove l’intervento armato è partito, non è l’unica voce contro la guerra. La gente comune è scesa in strada con coraggio e decisione e gli arresti sono stati davvero tanti, oltre settemila persone e la cifra è sempre in aumento.

Sulle donne ucraine c’è un altro brutto peso. Sono purtroppo tante quelle che si rendono disponibili a mettere al mondo bambini e bambine per conto di terze persone. Le richieste da genitori esteri sono tantissime. Sono più di duemila le domande di cosiddette “gravidanze surrogate” ricevute ogni anno in questo Paese, facilitate anche da una legislazione più favorevole e da una richiesta di compenso calmierato rispetto al resto del mondo (dai 12 mila ai 18 mila euro), ma che spesso ha risolto situazioni di povertà marcata:
«L’Ucraina – scrive il sito di Radfemitalia – è la fabbrica europea dei bambini su commissione: ne nascono migliaia ogni anno. Oggi per salvare prodotto e investimento, i ricchi committenti pretendono che madri incinte lascino il Paese sull’orlo della guerra, separandosi dalle loro famiglie e dai loro figli. Un’ulteriore violenza su queste donne povere e sfruttate».
Le storie sono tante e sconvolgenti. Come quella di Natalia (non conosciamo il suo vero nome), una ragazza di ventinove anni, che è una delle tante “madri surrogate” impaurita dalla richiesta dei genitori internazionali con i quali ha firmato il contratto in attesa di adottare il bambino che Natalia metterà al mondo ad aprile. Le hanno chiesto di lasciare i suoi due figli e il marito e andare in Georgia fino a parto avvenuto.

Dalla notizia della minaccia della guerra ci sono state tante disdette per questo tipo di adozioni che riguardano le donne ucraine e, sia da una parte che dall’altra, sono state poste, agli avvocati e alle avvocate che seguono questi contratti, molte domande su cosa questi contratti prevedono e cosa queste donne con l’utero in prestito potrebbero essere costrette a fare. Una situazione drastica per la “madre surrogata”. In coda a questa notizia ne arriva un’altra, almeno consolatoria. Tanti neonati, tra i quali dieci della maternità surrogata, sono stati salvati dall’intervento dell’ambasciata italiana e messi al riparo in Moldova. Una protezione che l’ambasciatore Zazo continuerà con un orfanatrofio ucraino.

Purtroppo le guerre, le conquiste militari portano naturalmente in sé anche l’altra faccia della medaglia, quella della conoscenza, dello scambio e della curiosità dei popoli coinvolti. Sempre riguardo alle donne in Ucraina riporto una notizia data sulla nostra pagina social da Dafne Malvasi:
«Protagoniste del femminismo ucraino – scrive riguardo a queste due donne pioniere – sono Natalija Ivanivna Kobryns’ka e Olena Pčilka. Hanno segnato la storia del movimento femminista locale a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Natalija Ivanivna Kobryns’ka è stata una giornalista, una scrittrice e un’attivista femminista nata in Ucraina nel 1855. Insieme a Olena Pčilka, è considerata la prima giornalista ucraina. Nel 1884, Natalija fonda l’Associazione delle donne ucraine, il cui obiettivo principale è quello di permettere alle donne di proseguire gli studi, fino a quel momento vietato, oltre il livello elementare… Anche Olena Pčilka è stata una giornalista, scrittrice ed attivista femminista, nata in Ucraina nel 1849. Interprete ed etnografa, Olena Pčilka è stata membro dell’Accademia delle Scienze dell’Ucraina dal 1925. Riconosciuta tra le voci poetiche ucraine più importanti, Olena si impegna nella registrazione di canzoni popolari e nella pubblicazione di poesie e racconti per l’infanzia».

Rimaniamo sempre in questa Terra del grano e finiamo con due notizie dolci e, per tanti versi, commoventi.

La prima ci appare davanti ai nostri sguardi ogni volta che sui media ci sono immagini di profughi/e che si allontanano dall’Ucraina. Spesso vediamo tante anziane e tanti anziani, famiglie in fuga dalla guerra e dai suoi pericoli, portare con loro gli animali domestici: i gattini ben messi nelle loro gabbiette, i cani al guinzaglio affettuosamente, necessariamente direi, portati con loro verso la salvezza!
Il legame forte di tutte queste sfortunate persone con i loro compagni a quattro zampe ci racconta di valori grandi, di affetto, di protezione verso chi è dipeso sempre da noi. In Italia si è attivata una richiesta diretta al ministro della Sanità per far passare senza problemi questi amici non umani perché sicuramente sono sani essendo vissuti sempre nelle case.

Poi la dolcezza infinita di quella ninna nanna ucraina che la cantante Tosca ci ha fatto ascoltare durante una trasmissione televisiva. Ha un titolo da incanto: Oi Khodyt Son Kolo Vikon ossia Un sogno passa dalle finestre. La ninna nanna, che è antichissima, tra le più antiche dei canti popolari ucraini, racconta che il sogno chiede al sonno dove possono riposare e il sonno risponde: nella casa calda dove canteranno per cullare un bimbo. Ha ispirato George Gershwin che l’ascoltò a New York cantata dal Coro nazionale ucraino e scrisse, sulla sua melodia, per l’opera Porgy and Bess (1935) Summertime, uno dei capolavori musicali del secolo scorso, eseguita in tutto il mondo da tantissimi artisti, ognuno con la sua versione. Da Charlie Parker ai Beatles, da Billie Holiday a Joe Henderson, da Tom Waits a Miles Davis, a Whitney Houston. Anche il presidente americano Bill Clinton l’ha interpretata al sassofono.

Di seguito metto il link della ninna nanna cantata in modo intenso da Tosca e la canzone Summertime interpretata magistralmente da Ella Fiztgerald e Louis Armstrong.

Non possiamo chiudere questo numero senza però dedicare un pensiero a due anniversari importanti: quello di Lucio Dalla che ci ha lasciati il 1 marzo di dieci anni fa e quello di Beppe Fenoglio, ricordato nel numero scorso della nostra rivista, che avrebbe compiuto cento anni (1 marzo 1922), mentre invece è stato al mondo solo quaranta anni prima di andarsene per sempre.

Queste due canzoni, sentitele, sono davvero dolci: Un sogno passa dalle finestre; Summertime.

Buona lettura a tutte e a tutti.

Andiamo a presentare gli articoli del primo numero di marzo. Quello che sta succedendo ai confini dell’Unione Europea ci spinge a stravolgere per una volta l’ordine di presentazione che seguiamo abitualmente. Cronaca di una guerra annunciata è il tentativo di descrivere le cause dell’attacco militare russo all’Ucraina, con gli strumenti della geopolitica e di diventare veri operatori ed operatrici di pace.
Ida Charlotte Natalie Zahle, dirigente scolastica danese è la prima donna di Calendaria: pedagogista, pioniera e grande innovatrice nella riforma dell’istruzione femminile. Continuano le nostre serie: La donna nell’India antica. Auto-immolazione di massa, prostituzione sacra e costumi è l’articolo che ci accompagnerà alla scoperta di un fenomeno poco conosciuto e che riguarda «il numero di donne che hanno perso volontariamente la vita gettandosi in massa in mezzo al fuoco, un caso più unico che raro nella storia dell’umanità». Il galateo della viaggiatrice è invece una nuova puntata della Serie Viaggiatrici del Grande Nord, che ci farà conoscere Lilian Campbell Davidson, autrice di un piccolo vademecum per le donne che vogliano viaggiare da sole e fondatrice dell’associazione delle cicliste. Nella sezione Juvenilia continua il percorso toponomastico per le vie di Pavia dedicate alle donne con Pavia. Via Andriola de Barrachis, o sulla rivalutazione della figura della monaca, che ha il merito di far emergere una visione del monachesimo femminile diversa dai luoghi comuni che la riguardano ancora oggi. L’anniversario che ricordiamo oggi è nell’articolo Essere Padre della Patria e vivere da esule tutta la vita: Giuseppe Mazzini, a 150 anni dalla morte. Per questo grande mito del nostro Risorgimento, come ricorda l’autrice, «non ci si può definire patrioti o patriote se innanzitutto non si riconosce sé stessi e gli altri come esseri umani.» Quanto è diverso e più bello questo concetto di Patria rispetto a quello brandito dai nazionalismi contemporanei!
Le recensioni di questa settimana sono due: il libro Woman’s Worst Enemy: Woman, di Beatrice Hastings, un piccolo strumento di liberazione recentemente ripubblicato; e Le ragazze di Barbiana di Sandra Passerotti, che ha il grande merito di avere raccontato le storie delle bambine e delle ragazze che ebbero la fortuna di imparare con Don Milani. L’impegno a fare uscire dall’invisibilità il contributo dato dalle donne nella società e nella storia è una caratteristica della nostra rivista. Come non accogliere con favore Riconoscersi partigiani/e: un progetto da sostenere! una bellissima iniziativa a metà strada tra la ricerca storica e il reportage fotografico, patrocinata dall’Osservatorio di genere a cui è possibile partecipare con un crowdfunding. Ma le esperienze da imitare continuano nell’articolo Una biblioteca delle donne nel cuore di Perugia, il racconto di una biblioteca che conserva il patrimonio di libri e riviste su tematiche femminili, intitolata a una femminista umbra.

Non può mancare questa settimana il resoconto delle attività toponomastiche del mese di febbraio, magistralmente raccontato in…
In un mondo dominato da chef stellati, in prevalenza uomini, sarà un piacere scoprire Marja Ochorowicz-Monatowa. Una storia d’amore con la cucina, la seconda donna di Calendaria: il racconto della vita e dell’impegno della più grande chef polacca degli inizi del XX secolo. Restiamo in cucina con la ricetta gustosissima dell’ Arrosto alla viennese augurando a tutte e tutti buon appetito.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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