Il galateo della viaggiatrice

Quando, nel 1889, viene pubblicato Hints to Lady Travellers, at Home and Abroad (Suggerimenti per le viaggiatrici: in patria e all’estero) non esistono ancora guide destinate alle viaggiatrici. Si tratta diun piccolo volume, oggi diremmo un tascabile, che per le sue dimensioni chiunque poteva portare con sé. L’autrice, Lillian Campbell Davidson, era un personaggio originale: abitava con Alice Werner, un’insegnante di lingua swahili e bantu, e Ménie Muriel Dowie, una scrittrice e viaggiatrice (aveva attraversato i Carpazi da sola a cavallo e pubblicato il suo travelogue).
La loro convivenza, alquanto anticonformista, fu descritta da Ethel Heddie nel libro Three Girls in a Flat (Tre ragazze in un appartamento) del 1896, in cui illustrava le contraddizioni di una convivenza in cui «la libertà di vivere da sole [ovvero senza uomini] entrava in collisione con le quotidiane preoccupazioni economiche».
Campbell Davidson era americana, ma si era presto trasferita a Londra dove aveva fondato, nel 1892, la Lady Cyclists’ Association (Associazione delle cicliste). Nel 1896 aveva pubblicato un manuale, l’Handbook for Lady Cyclists (Manuale per le cicliste), che aveva riscosso un buon successo: la bicicletta era un mezzo di trasporto nuovo e relativamente economico, che permetteva a tutte e tutti di spostarsi liberamente e rapidamente.
Come il manuale per ciclisti, anche il volume di consigli per il viaggio si basava su «esperienza e osservazioni personali» ed era suddiviso in due sezioni, una generale e assai dettagliata, dedicata al viaggio in patria e l’altra, una specie di appendice di sole sedici pagine, destinata al viaggio all’estero. Si tratta di un testo che oggi definiremmo, con un neologismo, empowering, “potenziante”, perché rinforza la percezione di sé e incentiva l’autostima delle aspiranti viaggiatrici. Infatti, oltre a contenere preziosi consigli, l’autrice intende incoraggiare le donne a spostarsi da sole, senza dipendere da un parente o da un amico, senza neppure aspettare di unirsi a qualche gruppo di viaggiatori o viaggiatrici.

La struttura del libro rispetta i canoni del tempo: nella prima parte, dedicata ai viaggi in Inghilterra, vengono trattati argomenti di carattere generale, sistematicamente elencati in ordine alfabetico: dal vestiario all’etichetta da osservare durante il percorso, dai fiammiferi (indicati, curiosamente, come Etnas) ai dispositivi per disabili, dai requisiti per la toilette ai contenitori per i sandwich, all’immancabile tè. Le pagine destinate ai viaggi all’estero sono a loro volta suddivise in due capitoli: uno riguardante i Continental Travels, l’altro i Sea Voyages.
Campbell Davidson è sicuramente una donna moderna e indipendente, ma resta figlia del suo tempo: l’emancipazione e l’autonomia che può immaginare per la sua viaggiatrice ideale sono comunque influenzate dalla mentalità vittoriana e questo si nota già dal primo argomento trattato in ordine alfabetico, Accidents, incidenti. Il consiglio dell’autrice (che si scusa per cominciare l’elenco con un argomento che può sembrare «di cattivo augurio») è di «conservare la calma, ma essere pronte ad agire»: infatti, anche se le donne non sono dotate «per natura» di freddezza e razionalità, questi requisiti «possono essere acquisiti facilmente con un po’ di esercizio e un’adeguata cultura».
In pratica, suggerisce, le donne non devono intervenire ma lasciar fare agli uomini, senza ostacolare coloro che si stanno adoperando per il salvataggio: «È così istintivo per il sesso forte proteggere e prendersi cura di quello debole che in ogni caso […] è meglio lasciare all’uomo il disbrigo di ogni faccenda, senza ostacolarlo, interferendo con la tipica debolezza femminile». Dopo un lungo elenco di consigli pratici relativi alle diverse tipologie di incidente (per mare, in carrozza, in treno…) l’autrice raccomanda di affrontare il percorso con ottimismo, senza pensare agli incidenti, perché questo non serve a prevenirli, ma soltanto a privare la viaggiatrice della gioia di trovarsi in viaggio.

Campbell Davidson è particolarmente sollecita verso chi si reca all’estero e si trova ad affrontare problemi imprevisti. Una volta sbarcata, la viaggiatrice deve subito cercare di superare il senso di disagio dovuto all’impatto con il continente, l’Europa: «riesce appena a immaginare di essere proprio lei, quella che ha appena lasciato le coste inglesi. […] Fin dal primo momento […] il panorama è diverso, l’abbigliamento pittoresco, le abitudini dei nativi appaiono strane […] i suoni sono tutti ugualmente nuovi – la lingua straniera, le voci concitate e passionali, il fragore delle campane » insiste l’autrice: la buona riuscita del percorso dipende dalla capacità di adattamento di chi viaggia.
Anche «l’aria tersa, il sole cocente, l’improvviso contrasto con l’atmosfera mite di casa», possono impressionare negativamente all’arrivo in terra straniera. Questo repentino cambiamento nella vita quotidiana «deve essere reso positivo adottando modalità adeguate […] la viaggiatrice che insiste a vivere e mangiare come se fosse in Inghilterra […] in quell’ambiente tetro e deprimente […] si provocherà un malessere generale». Il viaggio insomma non può avere un esito positivo se non si è disponibili ad adattarsi, ripete la scrittrice. Prima della partenza è inoltre necessaria un’adeguata preparazione: saper apprezzare la diversità del continente è possibile solo a una «mente colta, addestrata a un’adeguata percezione e un appropriato apprezzamento del vero e del bello».
Oltre alla competenza culturale, sono suggeriti altri consigli pratici: una conoscenza almeno elementare del francese e del tedesco, un bagaglio ridotto al minimo per risparmiare sui costi di trasporto. Treni e poste funzionano peggio che in Inghilterra, ma il problema più grave riguarda il denaro: «quando si cambiano le banconote si ha sempre la sensazione di perderci», soprattutto perché «[sul continente] si suppone che i viaggiatori inglesi e americani siano rivestiti di banconote e disponibili a pagare qualsiasi prezzo»; perciò l’autrice consiglia di astenersi dal negoziare e attenersi rigidamente a quanto si è deciso di pagare in precedenza. Il problema più difficile però è senz’altro la dogana, da una parte perché le tariffe variano da Stato a Stato, e dall’altra per l’esigenza di spostare il bagaglio dalla vettura, aprirlo e mostrarlo con «garbo e cortese prontezza», per rendere le operazioni di controllo più semplici e la ripartenza più rapida. Infine, il passaporto è consigliato, anche se non obbligatorio, per evitare «fastidi», poiché a volte le relazioni fra gli Stati continentali si fanno rapidamente e imprevedibilmente «tese».

Infine, Campbell Davidson prende in considerazione il viaggio per mare che, essendo l’Inghilterra un’isola, è inevitabile per chiunque vada all’estero: molte signore lo temono, non solo per gli effetti del mal di mare ma anche per i pericoli che potrebbero presentarsi. L’autrice afferma che il vapore è una sorta di «hotel galleggiante, che ispira fiducia anche ai cuori più timorosi». Dopo aver rassicurato le sue lettrici illustra alcune regole di comportamento a bordo: non si deve mai dimenticare la propria posizione sociale, comportarsi di conseguenza, cambiarsi a seconda delle circostanze, ricordare che «l’abito da sera è una necessità»; infine, poiché non si può fare il bucato, è necessario avere sufficiente biancheria per tutta la traversata, meglio se «biancheria vecchia […] che può essere gettata fuori bordo una volta usata».
L’autrice prosegue con utili consigli sulla scelta della sdraio, dei divertimenti serali offerti, infine della compagnia, poiché «è noto che sono i passeggeri a rendere un viaggio piacevole». Campbell Davidson termina incoraggiando le sue lettrici a fare tesoro dell’esperienza altrui, senza mai dimenticare «il diritto di ogni donna […] di diventare, in quanto persona non accompagnata e indipendente, un’autentica viaggiatrice».
Nella conclusione del libro si avverte quella stessa nota giustificatoria che spesso accompagna i testi femminili di questo periodo: anche questa scrittrice si augura che il suo lavoro sia gradito e dichiara di aver scritto «questo piccolo libro per aiutare quelle persone del mio stesso sesso, per le quali il mondo dei viaggi è ancora una regione inesplorata, dai cui pericoli sono inutilmente spaventate». Conclude sperando di essere riuscita ad «assistere le mie sorelle nei loro vagabondaggi, o di aver incoraggiato le donne sole a intraprendere un viaggio»: il successo del libro è proprio rappresentato dalla sua utilità.

In copertina. Dining in a Railway Car in 1870.

***

Articolo di Rossella Perugi

Laureata in lingue a Genova e in studi umanistici a Turku (FI), è stata docente di inglese in Italia e di italiano in Iran, Finlandia, Egitto, dove ha curato mostre e attività culturali. Collabora con diverse riviste e ha contribuito al volume Gender, Companionship, and Travel-Discourses in Pre-Modern and Modern Travel Literature. Fa parte di DARIAH-Women Writers in History. Ama leggere, scrivere, camminare, ballare, coltivare amicizie e piante.

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