L’altro virus. Il primo numero di Limes 2022

L’ultimo numero di Limes, il primo del 2022, si intitola L’altro virus. Effetti del Covid mentale sulle traiettorie delle potenze e vuole riferirsi al virus psichico che ha accompagnato la pandemia (termine contestato dal direttore Caracciolo, che gli preferisce quello di epidemia) suscettibile di ricadute geostrategiche, anche più gravi di quelle provocate dal virus “fisico” che tanto ci ha condizionati in questi anni. L’indagine riguarda quattro aspetti dell’altro virus, il più interessante del quale è rappresentato dalle conseguenze psicologiche sugli individui e sulle comunità e dalle loro eventuali ricadute geopolitiche e in termini di «tenuta delle società». Proprio da queste mi piace cominciare, nella quarta parte della rivista, La mente virata, e da un articolo di Philip Dwyer, Direttore del Centre for the History of Violence alla Università di Newcastle, Australia, I demoni del virus. Vi si approfondisce l’aumento della violenza nei confronti delle donne, dei medici, degli stranieri, delle istituzioni. Con lo sguardo dello studioso che non si fa condizionare dai media che lavorano, come si sa, sulla pancia della gente, né tantomeno dai social, dove imperano allarmisti e complottisti, dopo un’analisi accurata dei dati e delle cause, Dwyer riesce a mantenere una visione di insieme lucida e ci lascia con un giudizio tutto sommato positivo sulla tenuta delle società. Sull’aumento della violenza sulle donne, tema a cui la nostra rivista è particolarmente sensibile, lo studioso riferisce: «È ormai certo che la violenza contro le donne sia fortemente sottostimata. Molto si consuma infatti a porte chiuse e numerose donne esitano a denunciare gli abusi – soprattutto sessuali – subiti dai loro partner, per varie ragioni: vergogna, imbarazzo, timore di rappresaglie. Un rapporto di Un Women del novembre 2021 dà una chiara idea del problema nel mondo e del suo peggioramento a causa del Covid-19. Nei tredici paesi analizzati – Albania, Bangladesh, Camerun, Colombia, Costa d’Avorio, Giordania, Kenya, Kirghizistan, Marocco, Nigeria, Paraguay, Thailandia e Ucraina – dove la violenza di genere era già intensa, quasi il 50% delle donne intervistate ha riferito di aver subìto qualche forma di abuso dall’inizio dell’epidemia. Si va dalle violenze verbali a quelle fisiche, inclusa la negazione di beni primari come le cure mediche, il denaro, l’acqua e il cibo, un tetto. In un terzo dei casi, anche comunicare con il mondo esterno è stato reso più difficile o impossibile. In altri casi sono aumentate le molestie sessuali in pubblico, come se l’epidemia avesse reso i maschi liberi di fare ciò che vogliono. Il problema non si è esaurito con i lockdown: anzi, al termine di questi in molti paesi le violenze sessuali sono esplose».

Lo storico riferisce di un aumento della retorica razzista, degli abusi verbali e degli attacchi fisici in tempi di pandemia. Nell’agosto 2021 il Comitato internazionale della Croce Rossa ha dato conto delle centinaia di violenze, di natura e intensità variabile, contro il personale sanitario nel mondo. «La fiducia nelle istituzioni e nelle autorità, ovvero la sua assenza, influenza anche i movimenti contro i vaccini e l’adesione alle teorie cospirative diffuse in Internet. Queste circostanze, insieme alla frustrazione per le stringenti misure di salute pubblica come i confinamenti, le mascherine, i green pass e gli obblighi vaccinali, sono state cavalcate da organizzazioni di destra che hanno fomentato proteste violente e in alcuni casi attacchi alle istituzioni democratiche».

Interessantissimo l’articolo di Enrico Pedemonte Scienziati contro. La baruffa fra epidemiologi scatena l’autocensura in cui scopriamo il contenuto della Great Barrington Declaration e del John Snow Memorandum, l’influenza dei social sul dibattito tra scienziati, gli errori di comunicazione dei Governi dei vari Paesi, le contrapposizioni ideologiche su origine del virus, mascherine, lockdown, il venir meno dell’autorevolezza della scienza, il narcisismo dei virologi e gli attacchi feroci a una di loro, Sunetra Gupta, costretta a fondare una chat privata e chiusa su Whatsapp per confrontarsi e discutere su questioni scientifiche relative alla pandemia. Tutto questo e molto altro hanno portato alla destabilizzazione dell’opinione pubblica.
Ricca di spunti anche la conversazione di Lucio Caracciolo con lo psicanalista lacaniano Massimo Recalcati, che sottolinea che «La compressione inevitabile della libertà individuale (in tempi di confinamento n.d.r) è avvenuta nel nome del bene comune. È stato – a giudizio di Recalcati – il più grande magistero del Covid: la libertà non è una proprietà individuale ma un vincolo sociale; la libertà non è liberazione dall’Altro ma riconoscimento del nostro legame con l’Altro, dell’appartenenza necessaria alla comunità. Per questa ragione coloro che oggi invocano la libertà come diritto inalienabile dell’individuo che le leggi liberticide della dittatura sanitaria calpesterebbe impunemente, rivelano in realtà il nucleo più narcisistico del sovranismo». Recalcati contesta l’esistenza di un diritto alla salute, ma invoca il diritto alla cura, con un’espressione che a noi di Vitamine vaganti, che da sempre parliamo di società della cura, suona familiare e piacevole. Molto interessante il quadro clinico, riferito da Recalcati, del complottista, figura emersa in modo massiccio in questi tempi di pandemia, che mi piace riportare: «Il pensiero del complotto è clinicamente un pensiero paranoico. L’essenza della paranoia consiste nell’attribuire alla malvagità dell’Altro la presenza di difficoltà vissute come insormontabili – quelle di un lutto indigeribile, per esempio. Più siamo in difficoltà ad affrontare le prove difficili che la realtà impone, soprattutto quando queste come nel caso del Covid appaiono estreme, più tendiamo a evocare complotti, figure demoniache (i cinesi, le grandi industrie farmaceutiche, i grandi capitali finanziari, virologi sadici eccetera), potenze oscure che perseguono altrettanti oscuri obiettivi dei quali noi saremmo le vittime innocenti».
Disastrosa la gestione della comunicazione della pandemia, sia quella scientifica che quella mediatica, come impropria la metafora della guerra. Non c’è stata «quella umanissima cerimonia degli addii che accompagna la vita verso il regno dei morti. Come diceva con grande lucidità Simone De Beauvoir, Maestra di tutte noi, «la morte è sempre atroce, è sempre prematura». Molte/i hanno saputo delle morti dei loro cari al telefono e non c’è stato il modo né il tempo né di congedarsi né di elaborare il lutto. Chissà se sarà necessario, un po’ come dopo la Grande Guerra con la cerimonia collettiva del Milite ignoto, «riecheggiare quel rito di passaggio con relativa cerimonia di monumentale sepoltura del Virus Ignoto» si chiede il direttore di Limes.
Da leggere con attenzione anche un’altra conversazione, quella con Giulio Sapelli, Siamo vittime del populismo algoritmico, che disegna un quadro della società e dell’economia italiana piuttosto fosco, partendo da due illuminanti scritti di Marx e dandoci una descrizione del populismo estremamente interessante, paragonando a sottotenenti o addirittura «sergenti maggiori» Conte, Draghi e Mattarella, incapaci di realizzare le riforme che pure tentano di attuare, perché privi di un consenso organizzato, venuto meno « dalla distruzione, negli anni Novanta, della costituzione materiale». Un ragionamento sottile e a tratti complesso, che merita di essere letto e discusso.

Questo numero di Limes è ricchissimo di contributi, tutti interessanti, come al solito. Della prima parte, America, Cina, Russia: la triplice virata è da segnalare l’articolo di Philip Orchard, Che cosa rischia l’America virata dai suoi demoni. Ricordando l’omicidio di George Floyd e l’assalto al Campidoglio, l’analista geopolitico ci ricorda che «il virus ha versato benzina su fuochi che covavano da tempo». Nonostante errori nella gestione della pandemia, le agitazioni sociali, il dissesto economico e i quasi 900 mila cittadini morti, gli Stati Uniti, «superpotenza goffa», sembrano tenere. L’economia ruggisce. L’inflazione da domanda non è un male. Nel primo anno di pandemia, secondo la Federal Reserve, il risparmio privato è in media quadruplicato. Nonostante la ripresa, però, l’epidemia ha acuito le disuguaglianze e sono i ceti bassi a pagare: «i poveri in America hanno probabilità doppie di morire per il Covid-19 rispetto ai ricchi». Anche Fabrizio Maronta, nel suo contributo L’America non si vuole più bene, insiste sull’aumento delle disuguaglianze economiche: «Tra 2020 e 2021 gli amministratori delegati delle cento aziende statunitensi che in media pagano i salari più bassi hanno visto crescere i propri emolumenti, sempre in media, del 15%, a sfiorare i 14 milioni di dollari annui». Il telelavoro non ha aiutato, perché chi si può permettere di lavorare da remoto di solito è benestante e i lavori svolti dalla parte più povera della popolazione non sono svolgibili da remoto.

La mappa del divario socioeconomico ha una marcata connotazione etnica e il bersaglio del virus spesso è donna, come spiega con dati inequivocabili il collaboratore di Limes: «Dall’inizio dell’epidemia la ricchezza detenuta dai miliardari statunitensi è cresciuta del 70%, passando da 3 mila a oltre 5 mila miliardi di dollari. I casi più eclatanti di arricchimento sono quelli di Elon Musk (Tesla, SpaceX), il cui patrimonio è passato da 24,6 a 209 miliardi di dollari (+750%); di Jeff Bezos (Amazon), da 113 a 192 miliardi (+70%); dei fondatori di Google Sergey Brin e Larry Page, passati insieme da 100 a 237 miliardi (+137%); del cofondatore e presidente emerito di Nike Phil Knight, passato da 29,5 a quasi 58 miliardi. Forse anche grazie al fatto che nel 2020 la sua azienda, lecitamente, non ha versato un centesimo al fisco federale sui quasi 3 miliardi di profitti».
Tra i tanti articoli che contiene la prima parte di Limes segnalo Il virus del Metaverso, se l’America fugge dall’inferno della storia, di Giuseppe De Ruvo. Il Metaverso, che abbiamo già iniziato a conoscere per nome dopo che Facebook è diventato Meta, è una realtà virtuale, a cui si accede da un normale sito Internet indossando un visore e dei sensori tattili per un’esperienza immersiva, tridimensionale e sensoriale. Occorrerà seguire attentamente lo sviluppo di questo progetto, di natura quasi Messianica, quando promette la felicità in questa dimensione da contrapporre alla sofferenza della vita, progetto già fortemente criticato da Schmidt, ex amministratore delegato di Google, l’uomo chiave delegato dal governo a gestire i rapporti tra dipartimento della Difesa e big tech.

«Storia, geografia, cultura e obiettivi contingenti spingono ciascuna collettività a percepire sé stessa e le altre a modo proprio», ci ricorda Giorgio Cuscito in Minzhu contro Democracy, così la Cina risponde agli Usa nella tempesta del virus, ribadendo una grande verità geopolitica, che in questi giorni è stata ribadita purtroppo anche da Putin. Pechino definisce e usa la parola democrazia (minzhu) in maniera completamente diversa da come è percepita in Occidente.
Xi nega che la democrazia sia appannaggio degli Usa e dei suoi alleati. Per sostenere la sua posizione fa tre esempi: la scarsa efficienza dei sistemi occidentali nella gestione dell’epidemia di Covid-19; le tempeste interne all’America confermate dall’assalto al Campidoglio del 2021; il ritiro dei soldati Usa dall’Afghanistan, segnali del declino del modello democratico occidentale. Democrazia e benessere possono essere perseguiti da qualunque paese assecondando le proprie connotazioni antropologiche secondo Xi. In un primo documento La democrazia della Cina, tradotto in inglese con il più esplicito China: A democracy that works si sostiene che la democrazia è un «valore condiviso dall’umanità» e che è un fenomeno in evoluzione, la cui forma muta a seconda del contesto storico e culturale. Il modello americano non è perfetto e Washington non ha il diritto di intestarsi il ruolo di «faro della democrazia». Tantomeno di criticare la Cina.
È invece la Cina a criticare fortemente gli Usa, soprattutto per la gestione della pandemia, esaltando il proprio sistema di contrasto al virus, traducibile come «azzeramento dinamico». L’Occidente ha perso la lotta contro il virus e non vale più la pena imitare un Occidente morente. L’unico sistema adeguato è quello cinese. Deng Yuwen, Studioso di relazioni internazionali, commentatore politico e ricercatore presso il China Strategic Analysis Center lo sostiene nel suo articolo Le quattro conseguenze sulla geopolitica della Cina, da leggere per intero. Antonia Colibasanu, Chief Operating Officer di Geopolitical Futures, scrive di inflazione e di un nuovo termine, «sglobalizzazione», con considerazioni meritevoli di attenzione. Ne Il morbo che fa rimpiangere l’Urss Leonid Dobrokhotov, esperto in storia e politica degli Stati Uniti e relazioni russo-americane e professore alla facoltà di Sociologia dell’Università Statale Lomonosov di Mosca, ci ricorda che in epoca sovietica l’Urss aveva uno dei migliori sistemi sanitari al mondo, che è stato smantellato dalla fine degli anni ‘80 diminuendo i posti letto, chiudendo ospedali e licenziando il personale sanitario, con conseguenze disastrose anche sull’andamento della pandemia.

Nella seconda parte, Chi ne soffre chi ne profitta, segnalo l’intervento di Ulrike Franke, Senior Policy Fellow presso lo European Council on Foreign Relations, per cui conduce il podcast Sicherheitshalber sulla politica di sicurezza e difesa, La questione tedesca secondo una Millennial. La regista trentenne sostiene che la generazione nata tra gli anni ‘80 e ‘90 che si appresta a governare la Germania sia profondamente post-storica e pacifista e che non tenga in grande considerazione la geopolitica, a suo parere sbagliando. Il riarmo della Germania dopo l’aggressione Russa all’Ucraina potrebbe smentirla. Altri articoli da segnalare in questa parte sono Il virus schiude alla Francia le porte di Tunisi, con uno sguardo su un Paese che attraversa una fortissima crisi, L’Africa in mille pezzi, di Giulio Albanese, che descrive gli appetiti di Cina, Russia, Turchia sul Continente che ormai è caratterizzato dalla parcellizzazione e in cui a breve la Nigeria sarà il terzo Paese per numero di abitanti dopo Cina e India.
L’Unione Europea, secondo l’autore, sconta un ritardo culturale per non avere capito quanto siano importanti i rapporti col continente che l’Unctad ha definito «un creditore netto nei confronti del resto del mondo». Prima della diffusione dell’epidemia, le istituzioni internazionali stimavano che le economie a più rapida crescita sarebbero state per metà africane. «Questo processo – ricorda Albanese – se sostenuto nel tempo, si sarebbe potuto tradurre in un’espansione della classe media e in un potenziamento della facoltà di spesa per molti paesi». La pandemia ha frenato tutto.

La terza parte del numero di febbraio riguarda l’Italia e le ricadute del virus sulle dinamiche regionali. L’articolo del medico Francesco Eugenio Romani, che ha curato il virus al suo inizio e si è trovato poi a fare i conti con il popolo novax e gli attacchi alla comunità scientifica dovuti all’infodemia, I dolori della società pandemica, è una riflessione sincera e a tratti commovente consigliabile a tutte e tutti, talmente densa da non poter essere riassunta. Ne riporto solo alcuni passaggi: «Come tutte le grandi catastrofi della storia, la pandemia si porta dietro una scia di morti e feriti, ma le cicatrici più evidenti, al di là del capitale umano andato perduto e del conseguente danno economico, sono di natura sociopsicologica. La gente, ferita e stravolta, rimbalza fra sentimenti di recupero del sé comunitario e spinte sempre più individualistiche e fratricide. Il rapporto che le persone hanno con sé stesse, con l’altro e gli altri riflette sfumature nuove sotto il prisma della pandemia». E ancora: «Oggi primeggia la volontà di autodeterminarsi, di autogestire il proprio corpo e scegliere le cure e l’iter diagnostico-terapeutico che meglio si crede. In barba alle linee guida internazionali, ai decenni di ricerca e progressi, stiamo assistendo a una babele di teorie e approcci alla salute che spesso esulano da reali basi scientifiche e rappresentano un ostacolo al raggiungimento del pieno diritto alla salute». Continua Romani: «Le principali vittime di questa follia della salute autogestita sono proprio gli elementi più fragili della società, che non hanno mezzi e modi per analizzare e capire molte delle informazioni fuorvianti che circolano sul Web. I dati dell’European Centre for Disease Prevention and Control (Ecdc) parlano chiaro: ad avere maggior sfiducia nei confronti della medicina sono le persone con bassi livelli di istruzione, i non laureati e coloro che usano il Web come principale fonte di informazioni. Più che trovare colpe e responsabilità, però, andrebbero attentamente ricercate le cause di questa forma di rifiuto alle cure, come l’analfabetismo funzionale e la tendenza a credere alle notizie false.
Allo stesso modo andrebbero incentivati tentativi di recupero e rieducazione di certi individui, a vantaggio loro e della comunità intera, prima che questa follia dilaghi come un virus letale oltre un punto di non ritorno… Psicologicamente parlando, una visione semplicistica della realtà serve a ridurre gli argomenti complessi e spinosi a una dimensione più umana e maneggevole. In altre parole, semplificare e trovare risposte che, per quanto sbagliate, sono in grado di spiegare le ragioni di un evento epocale in qualche modo serve a infondere un senso di sicurezza e di fiducia nel futuro. Per questo motivo i sostenitori delle teorie complottiste sono essenzialmente incapaci di comprendere e analizzare la realtà così com’è.
Essi vivono in un mondo parallelo che nega il mondo reale, ma che in fin dei conti crea condizioni più favorevoli alla loro sopravvivenza». E conclude: «Gli acciacchi e i malanni della società e degli individui potranno essere alleviati solo dalla consapevolezza che bisogna lavorare dentro un’economia e una realtà dell’incertezza, la nuova forma della quotidianità. Non c’è alcuna possibilità di tornare indietro. L’unico modo per tornare alla normalità è inventarsene una nuova». Nella parte Il Covid di casa molto interessanti sono anche gli articoli Rapporto dall’Alto Adige, la frontiera debole sulla presenza massiccia dei novax che organizzano addirittura scuole nel bosco ritirando i figli dalle scuole regolari e Trieste ribelle, in cui si cerca di capire e di spiegare un fenomeno complesso di ribellione allo Stato e ai suoi provvedimenti contro la pandemia.

L’editoriale di Lucio Caracciolo ci ricorda la pericolosità del virus mentale e delle sue varianti cui è dedicato il volume di febbraio su quello che è «il fattore umano», uno degli elementi chiave delle analisi geopolitiche, di solito non considerato dalle analisi puramente economicistiche dei media mainstream. Con un richiamo stimolante all’ultimo libro di Roberto Calasso, nella «Postilla 2020» al suo saggio L’innominabile attuale, il Direttore di Limes affronta il Metaverso di Zuckerberg e ci prospetta evoluzioni geopolitiche della potenza egemone a tratti inquietanti.
L’altro virus è stato scritto prima dell’aggressione russa all’Ucraina ma l’editoriale, interrogandosi sul futuro del nuovo ordine mondiale, necessariamente multipolare, aveva già dedicato una notevole parte a quello che il Direttore definisce un gioco a somma zero, la questione dell’Ucraina. Ne riporto un passaggio che suona profetico, a riprova che lo sguardo e le letture geopolitiche sono gli strumenti più idonei a. interpretare l’evoluzione dei rapporti tra le potenze: «Le poste che accesero la catastrofe del 1914-45 sono ancora sul tavolo. Il crollo o l’asimmetrica amputazione degli imperi austro-ungarico, ottomano, russo e germanico hanno scavato un vuoto di potenza nell’Europa in Mezzo che attende d’essere colmato. Se mai accadrà.
Il centro dell’Europa in Mezzo è l’Ucraina, eponima terra di frontiera. Fissa lo storico Dominic Lieven: «La prima guerra mondiale si è combattuta per stabilire il destino dell’Ucraina».
Non sono bastati il secondo atto (1939-45), la guerra fredda (1946-91) e i decenni successivi per sciogliere questo nodo. Oggi nessuno può escludere un terzo round, probabilmente altrettanto vano dei precedenti, forse più disastroso. Poiché a combatterlo sarebbero le due superpotenze nucleari, più che decretare la fine della storia potrebbe risolversi nella fine di tutto… L’Ucraina è scontro a somma zero. Problema senza soluzione. In logica, non-problema. In geopolitica, corto circuito che può incendiare il mondo. Versione strategica di quel che in grammatica sono i verbi difettivi, tali perché mancano di tempi e modi mai esistiti o caduti in disuso. Nel caso dell’Ucraina latitano sia la potenza propria necessaria a volgersi da marca contesa in Stato indipendente che le altrui – degli imperi che se la disputano – di assoggettarla definitivamente. Il nodo ucraino non si può tagliare a fil di spada, per assegnarne i resti all’impero russo o a quello americano. È invece possibile che entrambi i contendenti si rovinino per ripudio dell’evidenza: chi si intestardisce a sciogliere il rebus insolubile ci rimette le penne. «Tutti perdono». Chiamatela, se volete, maledizione di Kiev… In Ucraina più che altrove si pone la questione che oggi scuote gli equilibri europei: può e vuole l’America continuare a imporre la sua egemonia paneuropea? In prospettiva rovesciata: la Russia sarà compressa al di là della nuova cortina di ferro, ormai a ridosso di Mosca? La Germania continuerà ad autolimitarsi, abdicando alla potenza a tutto tondo, dimensione militare inclusa? E che ne sarà degli altri soggetti continentali, più o meno post-storici, costretti a (ri)definire i propri interessi? Questi dilemmi urge indagare, anziché perderci in proiezioni metastoriche (Europa unita) o rifugiarci nelle vecchie care nicchie economicistiche mentre alle porte torna a battere la storia». Nel frattempo è scoppiata la guerra, anche se non lo si può ancora dire.

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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