Editoriale. Se fossimo in pace

Carissime lettrici e carissimi lettori,

una donna, che poi sapremo essere una madre, velata di nero e con il viso segnato dallo spavento, scende precipitosamente una scalinata, spingendo davanti a sé una carrozzina di vimini con grandi ruote, come si usava all’inizio del secolo scorso. Dentro dorme un neonato, ignaro di tutto.

In cima alla scala un plotone di militari, i cosacchi, vestiti della loro divisa bianca, puntano i fucili e iniziano spietatamente a sparare sulla folla in fuga. La donna in nero viene colpita. Il dolore che la soffoca la costringe a lasciare la carrozzina e a tamponare con tutte e due le mani la parte del suo corpo ferita. La carrozzina di vimini con il prezioso contenuto va verso il suo destino, rotolando giù per la grande scalinata.

La scena è tratta da uno dei film più noti del secolo scorso, La corazzata Potëmkin (Бронено́сец «Потёмкин» 1925) di Sergej Michajlovič Ejzenštejn, Sua Maestà Ejzenštejn, silenziato dal regime di Stalin e malinconicamente adeguatosi alle nuove regole.

La scena, seppure non corrispondente a quella reale, relativa ai fatti della prima rivoluzione russa del 1905, quando i marinai della corazzata si ribellarono alla prepotenza del loro comandante, è quella girata sulla maestosa scalinata della città di Odessa, a sud dell’Ucraina, sul mar Nero.

La storia della scalinata è legata all’Italia perché è italiano l’architetto che l’ha pensata, Francesco Boffo, insieme al russo Avraam Mel’nikov. Boffo è stata una figura molto stimata ad Odessa. Ha lasciato, tra il 1818 e l’anno della sua morte (il 1867), nella città ucraina un segno notevole dello stile italiano rinascimentale e neorinascimentale.

La Scalinata ha un’altezza di ventisette metri e una larghezza di 142 metri. È una maestosa discesa, la grande apertura al mare e vero collegamento della città con l’acqua. Ha un ulteriore presenza italiana anche nella sua fattura, con il marmo grigio-verde dei gradini proveniente da Trieste, poi sostituiti e fatti diminuire di numero fino ai 192 attuali. La scalinata è il simbolo più conosciuto di Odessa. Originariamente era chiamata Boulevard a gradiniGrande Scalinata o Gradinata Richelieu per la statua di bronzo del famoso duca governatore di Odessa dal 1803 al 1814, ritratto in toga romana.

Oggi Odessa ha paura come Kiev, la capitale. Ha la paura dei suoi abitanti, che insieme a migliaia di connazionali premono ai confini dell’Europa, spesso passando per Leopoli. Città storiche per le quali alla paura umana si aggiunge il tristissimo timore della distruzione della loro Bellezza, che fa parte della Storia dell’Europa e del mondo.

Soffre Odessa, in pericolo di essere bombardata. Soffrono le città già colpite, come Mariupol. Si prepara Kiev (che in ucraino si scrive Kyjv) e soffrono le donne, quelle arruolate, le donne rimaste e chi di loro ha scelto di trovare rifugio altrove, anche per salvare i bambini e le bambine, sempre le maggiori vittime dei conflitti. Delle ultime ore è la notizia di un bombardamento che ha colpito un ospedale pediatrico. A Mariupol si continua a morire e si è spento alla vita un ragazzino di appena nove anni.

Sembra che ben il 15% delle forze in campo contro l’invasione russa, secondo i dati dell’esercito ucraino, sia composto da donne. La guerra è vista attraverso gli occhi delle donne, quelle al fronte a combattere o quelle costrette a separarsi dai loro compagni. Un dolore, quello delle donne, che non ha bandiera, né vincitori, né vinti. Tutte, soldatesse, madri, mogli, sorelle, fidanzate portano sul viso il segno della sofferenza.

I parallelismi e l’unione tra le donne dei due paesi in guerra, di cui abbiamo parlato la volta scorsa, continuano a farsi spontanee e rimandano le une alle altre. Come quella con le donne che l’8 marzo del 1917 (il 23 febbraio nel calendario russo), come fu per l’ammutinamento della corazzata di Odessa nel 1905, aprì la Rivoluzione di ottobre. Quelle donne di allora «chiedevano pane per le famiglie dei soldati, pace per i loro figli e diritti per sé stesse, stremate dai turni pesanti in fabbrica, assunte al posto dei loro uomini impegnati al fronte, risorse preziose nella prima guerra mondiale. Come oggi erano arruolate nella resistenza, allora come oggi alla pari, in una sorta di uguaglianza amara, ma le donne hanno saputo farsi spazio».

Le donne di questa guerra spesso sono anche madri, madri di figli e figlie in guerra, ma anche madri di bambine e bambini che questa situazione la soffrono troppo.

Si conta che siano già almeno un milione i bambini che sono fuggiti dall’Ucraina dall’inizio del conflitto. Sono testimoni di una crisi spaventosa, con la loro presenza denunciano una crisi profonda, qui molto particolare, ma, infondo, tipica di tutte le guerre. Perché, riguardo all’infanzia, non è possibile distinguere e non se ne può scordare nessuna.

Bambine e bambini che arrivano alla frontiera anche da soli, senza famiglia, mandati verso altri paesi per metterli al sicuro. Loro sono ormai i muti e le mute di questo conflitto. Sono rimasti, così all’inizio della vita, senza parole, che la guerra, con il suo spavento, ha bloccato, non solo metaforicamente, nella loro piccola gola. Allora le madri ucraine mettono in tasca a questi piccoli profughi/e un foglietto, come nella gola di un Golem, un fogliettino con scritto il nome e il cognome perché non si perdano nel nulla e restino ancorati a un vaticinio futuro. Queste bambine e questi bambini vengono poi dolorosamente consegnati, con tutta la forza di una fiducia irrinunciabile, da madri, padri, nonne e nonni costretti a restare a casa. Vengono affidate e affidati, semmai, ai vicini di casa che hanno scelto di fuggire, per trovare un modo di allontanarli e farli accogliere finalmente dove la guerra non c’è, per fare in modo che tornino a giocare e a sorridere, finalmente in salvo.

Non bisogna però dimenticare che sono giovani vite traumatizzate, spaventate e bisognose di sostegno.

In questa società dell’immagine e della comunicazione a flusso continuo, non sempre innocuo, non sempre positivo, le immagini dell’infanzia di questa guerra europea, che purtroppo non è la sola guerra del mondo, ci prendono, ci coinvolgono e i suoi piccoli e piccole protagoniste ci affannano. La bambina che dice davanti alle telecamere che ha paura e che non vuole morire sta nel cuore di chiunque l’abbia vista sui social o riportata dai media. Poi i tanti bimbi e bimbe nate nei rifugi di un ospedale dove le mamme sono andate per metterli/e al mondo. Tante donne, in quel rifugio, le abbiamo viste con il pancione gonfio, pronto al parto. Ancora un’immagine tristissima: quella della bimba di dieci anni che sorride a chi la sta fotografando, orgogliosa dei suoi capelli dipinti di rosa: lei non potrà sorridere più, uccisa nel suo appartamento. Oppure la foto di un padre che veglia il figlio sedicenne rimasto ucciso, chissà da chi e come, mentre giocava a calcio con i suoi coetanei. Il ragazzo nella foto giace sotto un lenzuolo insanguinato.

Certo è che con il passare dei giorni la guerra si fa sempre più veloce tramite e vediamo nelle immagini i pupazzi e le bambole dei bambini e delle bambine, mentre scappano di corsa sotto i missili, in braccio a mamma e papà, lasciandosi tutto dietro, anche l’infanzia, adulti per forza maggiore, come giustamente e amaramente è stato scritto.

Anche fuori da questo conflitto ci sono bambini e bambine vittime di guerra, delle immagini, delle parole che vengono da essa, perché questa guerra è piena di immagini che è facilissimo incontrare. Come spiegare ai nostri bambini/e tutta questa assurda crudeltà? «Esiste un modo per spiegare la guerra ai piccolissimi/e – ha detto Alberto Pellai, psicoterapeuta ed esperto delle problematiche dell’infanzia –.  Noi abbiamo la fortuna di non dover usare quell’orribile cartoon di propaganda fatto vedere in Russia in cui un bambino russo toglie di mano un bastone a un suo coetaneo vestito dei colori della bandiera ucraina. Non esiste un modo per raccontare la guerra, ma esiste il modo in cui la guerra diventa una narrazione in cui si costruisce la pace, come ci ha insegnato Gianni Rodari. Noi dobbiamo fare sentire che l’unica educazione a cui hanno diritto i più piccoli è l’educazione alla pace. Quel genere di cartoon, che spesso è stato mostrato anche sulle nostre televisioni, è la classica comunicazione educativa di un regime che distrugge il principio di democrazia. Dobbiamo invece capire la paura dei e delle nostre bambine, dobbiamo comunicare loro che lo sappiamo e che hanno ragione, ma dobbiamo anche dire loro che la guerra si può evitare».

La guerra cambia anche il significato delle parole. Come stai? ha perso il suo significato comune ed è diventato l’equivalente per sapere da chi è interpellato, soprattutto se lontano, sia ancora vivo/a! Questo ha osservato giustamente in un intervento televisivo Yaryna Grusha, insegnante di Lingua e letteratura ucraina all’università Statale di Milano.

La guerra, che è sempre orribile, ci sta rendendo, si è detto, anche poco intelligenti. Non si può rifiutare, seppure si torna indietro, una lezione su Fëdor Michajlovic Dostoevskij, come è successo all’università Bicocca di Milano o chiedere indietro dei quadri di pittori russi o di grandi pittori come le due tele di Tiziano esposte alla Reggia di Milano o altre in visione a Udine e alla Fondazione Fendi a Roma. Tutto questo è senza senso perché, lo diceva proprio Dostoevskij, che ha rischiato la vita per le sue idee: «la bellezza salverà il mondo!»

La poesia di questo editoriale vorrei regalarla alle bambine e ai bambini che sono nelle guerre di tutto il mondo. Da poco si sono celebrati l’anniversario/centenario della nascita e anche il quarantennale della morte, di Gianni Rodari (ottobre 1920-aprile 1980), grande giornalista, meraviglioso scrittore, ma soprattutto, con le sue poesie e con i suoi libri, educatore eccellente alla pace dei ragazzini e delle ragazzine che devono avviarsi alla vita. E siccome i bambini e le bambine sono nel regno del gioco e della magia le poesie si raddoppiano. Tutte e due sulla guerra, entrambe dell’autore della Grammatica della fantasia. Ci indicano percorsi, ci pongono domande a cui proprio noi adulti abbiamo il dovere di rispondere.

Promemoria
Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno, né di notte,
né per mare, né per terra:
per esempio, la guerra.

Dopo la pioggia
Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia.

Buona lettura a tutte e a tutti.

(Speriamo nella pace, contro la guerra sempre sbagliata secondo il pensiero del grande Gino Strada e di sua moglie Teresa Sarti, con lui cofondatrice di Emergency).

Per la rivista di oggi cominciamo dalla donna di Calendaria, di cui facciamo conoscenza grazie all’autrice dell’articolo Emmi Reich Pikler. Educare significa donare il proprio tempo: pediatra, pioniera nello studio dello sviluppo motorio nella prima infanzia, teorizza il valore del gioco libero e il rispetto dell’attività autonoma.
Continuano le nostre serie. Per Fantascienza, un genere (femminile). Nnedi Okorafor è la scrittrice di origini nigeriane di cui faremo che incontreremo attraverso le sue opere. Per Viaggiatrici del Grande Nord Nonostante gli uomini: lady travellers nell’area nordica è un excursus tra i viaggiatori inglesi nelle terre nordiche in cui trovano spazio eccezionalmente anche alcune donne i cui resoconti di viaggio seppero «comunicare con un tocco leggero, brillante e allo stesso tempo chiaro, la verità». Per la serie sull’odonomastica femminile pavese l’autore di Pavia. Via Bianca Maria Visconti, o sui giudizi morali nei confronti delle figure storiche ce ne racconta la vita sottoponendola al vaglio di valori di epoche diverse.
Per coloro che sono rimaste/i affascinate/i dalla prima parte di un percorso che è stato presentato nel precedente numero, presentiamo oggi il suo seguito: Itinerario di genere nella toponomastica romana. Medaglie d’oro della resistenza. Parte II.

Leggeremo poi un’altra puntata della rubrica dedicata allo yoga: La lingua dello yoga: il sanscrito, la lingua usata per definire «i nomi delle esatte posizioni di mani e corpo che si vogliono assumere o anche di tipi di respirazioni diverse oppure di determinate sequenze di movimenti». Continua il ciclo di Contributi per il contrasto agli stereotipi di genere, nell’ambito degli incontri del progetto, dell’associazione Reti culturali, Cambiamo discorso, con l’intervista a Laura Baldelli e Paola Ciarlantini, Cambiamo sguardo sull’arte, che il 17 marzo terranno un webinar sull’arte e sulle compositrici.
Restando in tema, La musica vince ogni guerra: le compositrici ucraine offre un’interessante prospettiva sulla potenzialità dell’arte di attenuare la tensione che il recente scenario storico-politico ha causato.
Gli anniversari che ricordiamo in questo numero sono due: i cinquant’anni dalla pubblicazione di Quaderno proibito di Alba de Céspedes, un libro che ha segnato una tappa fondamentale nel percorso di emancipazione femminile e il centenario della nascita di Una sopravvissuta alla Shoah: Elena Recanati, una storia struggente che è stata fatta conoscere grazie all’impegno di figli e nipoti.
Si parla sempre più frequentemente delle poche statue dedicate alle donne e dell’opera di riequilibrio di genere in questo campo che da pochi anni è stata intrapresa, anche se non sempre con risultati condivisibili. Un monumento per Margherita Hack – Parte II ci aggiorna sull’esito del concorso in Arte pubblica promosso da Fondazione Deloitte in collaborazione con la Casa degli Artisti e con il supporto del comune di Milano, sul progetto vincitore, la menzione speciale e lo spazio pubblico scelto per l’istallazione dell’opera.
La République è il primo di una serie di articoli sui valori fondanti della Repubblica francese, che si sofferma in particolare sul concetto di laicità, offrendoci notevoli spunti di discussione. Apriamo lo sguardo al mondo e leggiamo una sintesi degli articoli del primo numero dell’anno della rivista Limes, L’altro virus, nel cui editoriale era già stata descritta l’incandescenza della situazione dell’Ucraina e quali pericoli si profilassero all’orizzonte tra potenze che al dialogo e all’ascolto hanno sempre preferito il confronto muscolare.
Chiudiamo con la ricetta di questa settimana, Lo spreco alimentare e il recupero degli scarti: la pasta con i broccoli, un piatto gustoso e sostenibile.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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