Emmi Reich Pikler. Educare significa donare il proprio tempo

Emilie Madeleine Reich, conosciuta con il soprannome di Emmi e con il cognome del marito, Pikler, nasce a Vienna nel 1902: sua madre è un’educatrice viennese, che muore quando la figlia non ha ancora 12 anni; il padre un operaio ungherese che nel 1908 sceglie di rientrare a Budapest con tutta la famiglia. Sotto l’Impero Austro-Ungarico, grazie ad una legge varata pochi anni prima della sua nascita che consentiva alle donne di iscriversi all’università, le viene permesso di realizzare il suo sogno e, tornata a Vienna nel 1920, inizia a frequentare Medicina terminandola nel 1927.

Il periodo di studi viennese è per lei un pozzo infinito da cui attingere esperienze e conoscenze che ne condizioneranno per sempre la vita.
La capitale dell’Impero è infatti un laboratorio culturale, ma anche sociale in cui l’idea di salute si intreccia indissolubilmente con quella di educazione. Il rinnovamento che segue il primo sanguinoso conflitto mondiale interessa tutti gli Stati coinvolti, ma a Vienna vi sono personalità inserite in posti chiave dell’amministrazione che promuovono progetti innovativi dando loro stabilità e lasciando un’importante documentazione a riguardo.
È il caso, ad esempio, di Julius Tandler, responsabile per i servizi socio-sanitari in quella che è stata definita Vienna Rossa, la prima esperienza di governo socialdemocratico della città dal 1920 al 1934. L’amministrazione comunale mette a disposizione delle famiglie dei pacchi con vestiti infantili affinché nessuna/o venga ricoperta/o con fogli di giornale; vengono aperti asili, spazi per bambine/i e doposcuola per permettere alle madri di riprendere la propria attività lavorativa. Inoltre, l’erogazione dei servizi sanitari diventa gratuita e si promuovono progetti per permettere a orfane/i o a svantaggiate/i di trascorrere periodi in altri Paesi come l’Italia.

Sono molte le esperienze di sorellanza e fratellanza che coinvolgono due popoli fino a pochi anni prima nemici e in questo contesto Emmi Reich riceve una formazione caratterizzata dalla convinzione che bambine e bambini non crescono solo perché maturano e sono supportate/i dalle cure di chi le/li circonda, in particolare le madri, ma perché attorno a loro si forma una rete di persone adulte che si assumono la responsabilità della loro educazione che è un diritto dell’infanzia, ma anche un dovere non solo dei genitori, ma di tutta la comunità.

Dopo la laurea Emmi Reich si specializza presso la Clinica pediatrica universitaria viennese diretta dal dott. Clemens M. Von Pirquet e del chirurgo infantile Hans Salzer e sostiene più volte nei suoi scritti, tra i quali ricordiamo un testo oggi di difficile reperibilità: Datemi il tempo. Lo sviluppo autonomo dei movimenti nei primi anni di vita del bambino, di essere loro debitrice per l’aver compreso come approcciarsi alle/ai piccoli pazienti. Pirquet e Salzer, infatti, si discostano dalle pratiche mediche allora in uso volte a considerare quasi esclusivamente la sola patologia pediatrica, ma si avvicinano al bambino o alla bambina mettendone in primo piano il processo di crescita, riducendo l’utilizzo di farmaci allo stretto necessario e promuovendo un approccio olistico alla persona e alla cura.
Parlando dei suoi maestri, Emmi Reich ricorderà sempre l’attenzione di entrambi per la formazione di giovani dottore/i al fine di trasmettere loro l’importanza del modo di relazionarsi con rispetto, considerazione e delicatezza alla/al bambina/o privilegiando la verbalizzazione del trattamento rispetto all’imposizione dello stesso.

Tra le cose che colpiscono maggiormente la giovane specializzanda durante il suo praticantato viennese è l’alta percentuale di incidenti gravi in cui sono coinvolte soprattutto le/gli appartenenti alle classi sociali più elevate e per questo maggiormente sottoposti al controllo di balie e governanti rispetto a quanti, di estrazione più modesta, giocano liberamente nelle strade. È da questa constatazione che Emmi Reich comincia ad elaborare la sua teoria secondo la quale gli/le infanti sono in grado di raggiungere in autonomia la posizione eretta, sulla base di un proprio sviluppo e autoregolazione che ha tempi diversi in ciascun individuo. Quello che per lei si configura come essenziale è una relazione significativa con l’adulto che non si fondi però sull’imposizione passiva di abilità dal momento che l’apprendimento è tanto più efficace quanto più non si limita all’assimilazione di abilità mediante sollecitazioni esterne, ma porta all’acquisizione degli schemi motori e mentali attraverso i quali costruirle. Una ingerenza eccessiva delle persone adulte può costituire un’interferenza e risultare controproducente.

Dopo il matrimonio con il matematico e pedagogista George Pikler nel 1930 e il loro trasferimento a Trieste per il lavoro dell’uomo, insegnante di matematica al liceo, Emmi Reich Pikler, in accordo con il marito, decide di allevare la prima figlia, Anna, mettendo in pratica le sue idee: lasciare che la bambina progredisca nelle posture e nei movimenti secondo il suo ritmo; allestire un ambiente abbastanza ampio perché si possa muovere liberamente, ma in sicurezza; darle la possibilità di manipolare e sperimentare oggetti senza l’intervento dell’adulto. In questa decisione pedagogica basata sui suoi studi, Emmi viene incoraggiata dal compagno che la invita alla pazienza e all’osservazione. Nel frattempo, nasce un’altra bambina che muore di polmonite a poco più di un anno. Seguirà la nascita, negli anni successivi, di un altro figlio e una figlia.

In seguito, la coppia si trasferisce a Budapest dove Emmi Reich Pikler lavora come pediatra di famiglia, ma non le è permesso aprire uno studio privato in quanto di origini ebraiche, per questo visita i/le pazienti in casa consigliando ai genitori di non anticipare le posture e di lasciare la prole libera di sperimentare attraverso il gioco. Oltre all’attività medica, si dedica anche alla formazione di figure professionali come infermiere e maestre giardiniere, ma sempre privatamente in quanto non può accedere all’insegnamento essendo ebrea, però ciò le consente di allacciare importanti contatti con professioniste tedesche, pediatre ed educatrici, che poi chiamerà ad insegnare nel suo istituto. Non solo, alcune fonti sostengono che proprio durante queste lezioni sia venuta in contatto con il metodo montessoriano attraverso la mediazione di una delle sue più dotate allieve ungheresi.

Sono anni molto intensi e difficili in quanto il marito viene arrestato con l’accusa di essere un sovversivo per via della sua militanza nel Partito comunista ungherese e ciò lo farà restare in carcere fino alla fine della guerra. Lei lo visita regolarmente e lo sostiene nella redazione di scritti tecnici e politici. Intanto però entra in relazione con diversi professionisti nel campo della salute e dell’educazione anche se il numero di pediatri con cui si confronta è piuttosto esiguo dal momento che la maggior parte di loro mostra disinteresse per quegli elementi su cui Emmi Reich sta elaborando il suo pensiero.

Alla fine della guerra, nel 1946, riceve un importante incarico dal Ministero della sanità ungherese: dirigere un orfanotrofio per gli/le orfani/e di militanti comuniste/i. È proprio in questo momento che i suoi corsi privati le tornano utili per reclutare una leva giovane e formata con le sue teorie, ma non è tutto perché sempre nello stesso anno la proposta del Ministero si duplica con la creazione di un servizio residenziale per orfane/i di 0-3 anni oppure allontanate/i dai genitori malati.

Affrontare il complesso problema dell’infanzia alla fine del conflitto è per lei una responsabilità a cui si dedica compiendo scelte originali e controcorrente: mentre personalità del calibro di Anna Freud e Dorothy Bellingham sostengono che una buona relazione educativa con una figura di attaccamento significativa non sia compatibile con la vita di gruppo; Emmi Reich Pikler è convinta che ciò sia invece possibile. La decisione di dirigere l’istituto di Lóczy si configura proprio come volontà di lavorare sul campo per dimostrare le proprie ipotesi di ricerca cioè che anche vivendo in una collettività senza i propri genitori per un/a bambino/a è possibile crescere fisicamente e psichicamente in salute purché gli/le sia concesso il piacere di fare, rispettando i suoi tempi e garantendo una certa sicurezza affettiva.

Il focus viene posto sul movimento e sul rispetto nei confronti del soggetto autonomo, nonostante la sua dipendenza dalla figura di attaccamento nei primi anni di vita. Altra attenzione particolare viene data ai momenti di cura che consentono lo sviluppo di una relazione importante anche in gruppo purché la/il bambina/o sappia chi è la figura che se ne prende cura e quali siano le azioni a cui attende: in questo scambio si specchia nell’agito della figura di cura e impara progressivamente a soddisfare da sé i propri bisogni.

Le risorse concesse a Emmi Reich Pikler per gestire l’istituto sono veramente scarse e le necessarie ristrettezze unite alla determinazione la portano a praticare delle scelte molto nette e incisive: le puericultrici che non sanno o non condividono totalmente il progetto educativo della direttrice se ne vanno o vengono allontanate e vengono scelte ragazze assai giovani, giudicate intelligenti e capaci pur avendo frequentato solo per pochi anni la scuola comunale. Le giovani vengono formate a Lóczy e l’orfanotrofio diventa dunque scuola di formazione femminile consacrata anche dalla costruzione di un testo in tre volumi in cui i temi principali sono le cure del corpo; il movimento; il rispetto dei ritmi naturali infantili e la personalizzazione dell’approccio educativo che si realizza mediante un’accurata osservazione e un’attenta mediazione fra ambiente e bambina/o.

L’educazione così strutturata poggia, per Emmi Reich Pikler, su due consapevolezze fondamentali: il raggiungimento di una conoscenza o di una competenza attraverso i propri mezzi è altra cosa rispetto al raggiungimento della stessa attraverso un insegnamento o ancora peggio un’imposizione; il non intervento non significa disinteresse, ma lo sguardo, la parola, l’aiuto solo quando è necessario e la condivisione della gioia di un traguardo raggiunto con le proprie risorse rappresentano ottimi strumenti di cura.

L’impegno e il successo professionale di Emmi Reich Pikler a Lóczy sono funestati però dal tragico destino del marito che viene arrestato nel 1968 a seguito di una vicenda poco chiara sul contrabbando di monete nei confronti della quale lui si dichiarerà sempre innocente. Ciò però lo porta all’arresto e ad una nuova detenzione durante la quale peggiorano i suoi problemi cardiaci fino alla morte che non si esclude possa essere avvenuta per suicidio nel 1969.

Emmi Reich Pikler continua il suo lavoro a Lóczy fino al 1979 per poi andare in pensione proseguendo però la sua attività di formatrice in Ungheria e in Germania e di consulente presso l’istituto diretto successivamente da Judit Falk, da Gabriela Puspoki e dalla sua stessa figlia, cresciuta con il metodo Pikler, Anna Tardos, per poi e passare nel 1998 sotto la gestione di una fondazione pubblica.

A partire dal 1984, anno della morte di Emmi, nascono diverse associazioni che si ispirano al suo metodo in vari Stati europei e in Sud America.

Ciò che questa importante pedagogista ci ha lasciato è la consapevolezza che una buona formazione è quella che consente a ogni bambino/a di crescere bene, sviluppando curiosità e autonomie sempre maggiori, e che permette di diventare a sua volta formatore o formatrice di educatori e educatrici che si specializzano ogni giorno nel loro lavoro di cura grazie proprio a questo scambio.

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Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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