La Russia cambia il mondo. Il n.2/2022 di Limes. Parte prima

Non avrebbe potuto essere più indovinato di questo il titolo dell’ultimo numero di Limes, ormai più volte ristampato nella sua forma cartacea, dimostrazione di un interesse notevole per le questioni geopolitiche e per le relazioni internazionali da parte degli e delle italiane e della volontà di capire le concause, le dinamiche e le culture dei soggetti coinvolti nella guerra tra Russia e Ucraina. In un mondo multipolare e interconnesso, lo studio di queste discipline dovrebbe entrare in ogni scuola e in ogni corso di studi universitari e diventare un dovere di ogni persona che dagli effetti della globalizzazione è coinvolta ormai suo malgrado. Come sostiene Luca Ricolfi su La Stampa, nel suo articolo Libere idee in libero dibattito: «La pietà, la solidarietà per le vittime non dovrebbero mai essere scalfite dalla ricostruzione dei torti e delle ragioni delle parti in gioco che – nella storia – sono sempre entità collettive, ovvero partiti, nazioni, imperi, potenze che agiscono sopra le teste della gente comune».
L’editoriale del Direttore, Il silenzio di Puškin, come sempre denso e ricco di richiami storici, geopolitici, culturali e letterari, meriterebbe da solo un articolo di approfondimento.

Il collegamento a La dama di picche del massimo scrittore russo e al suo protagonista giocatore d’azzardo alla figura di Putin è estremamente efficace e ne consiglio la lettura, a conferma che spesso la letteratura è molto più utile a capire il mondo di molti saggi e trattati di geopolitica, come mi ricordava una persona a me molto cara, all’inizio della mia carriera di docente.

Ne richiamerò qui solo alcuni passaggi.
«Dal 24 febbraio il mondo ha preso a correre a velocità folle. Verso dove non si sa o si preferisce non sapere […] Viviamo in una guerra a più dimensioni di cui è impossibile determinare gli esiti, salvo che muteranno i paradigmi fondamentali del potere. […] Quando cade il tabù atomico la mente si chiude. Il solo discettare di bombardamenti nucleari quasi fossero chiacchiere da bar è danno irreparabile. Banalizzare l’impensabile, volgere in convenzionale l’arma definitiva esclude il ragionamento. Abbrutimento collettivo che pagheremo comunque finisca il conflitto in Ucraina». Questa riflessione fotografa in modo elegante, nello stile di Lucio Caracciolo, quanto sta accadendo nei talk show nostrani, in cui fin da subito si è formata una contrapposizione insanabile, caratterizzata da toni aggressivi e delegittimanti l’avversario tra persone portatrici di visioni diverse su quanto accade nel conflitto allargato in corso, con una particolare ostilità verso chi si schiera contro l’invio di armi all’Ucraina. Ma «Massimo pericolo impone massima freddezza. E sforzo di sincerità verso noi stessi». La responsabilità «primaria ma non unica» di quanto accaduto è della Russia, il cui popolo pagherà per molto tempo l’azzardo definito «disperato» dallo stesso Putin.

Richiamerò qui alcune parti del lungo editoriale che riguardano la Russia, rinviando a un secondo articolo altre riflessioni e considerazioni. «L’aggressione all’Ucraina serve a Mosca per confermarsi impero. Questione di vita o di morte», come l’ha definita lo stesso Putin. «Senza impero, la Russia non ha ragion d’essere. Da quando il 2 ottobre 1552 Ivan il Terribile conquistò il khanato di Kazan’ e inglobò nei suoi domini quelle terre di tono islamico e impronta mongola, aliene al cristianesimo ortodosso e alla radice slavo-variaga della Rus’ originaria, il destino multietnico dell’impero zarista poi della sua rimodulazione sovietica è segnato. La Federazione Russa ne è sanguinante moncone. Figlia degenere della sconfitta subìta nel 1991 senza combattere, via suicidio dell’Urss. Catastrofe aggravata nel 2014 dalla fuga dell’Ucraina, terra madre consustanziale alla Russia, verso l’Occidente. Così pensa Putin. Con lui molti russi.

Per non passare alla storia come lo zar che perse definitivamente l’impero, il presidente russo ha scatenato una guerra che deve riportarlo a controllare direttamente o per proconsoli l’Ucraina nata dall’Ottobre. Il bottino ideale, da raggiungere non troppo gradualmente, sarà simbolico e strategico. Kiev, culla della Rus’, è il premio simbolico. Il controllo via Odessa dell’affaccio sul Mar Nero e la riconnessione della Crimea al Donbas sono l’obiettivo strategico, espresso nel progetto di Nuova Russia (Novorossija) centrato su Odessa. Per chiudere agli atlantici l’Istmo d’Europa. Ora o mai più. Profittando della crisi americana e delle divisioni fra gli europei, Putin vuole riportare tutti i russi – gli ucraini per lui tali sono – a casa loro, nel «mondo russo» dagli imprecisati confini. Riservato a chi parla, pensa, agisce russo. Pax Russica». Megalomania? Sicuramente, ma, come ci ricorda Caracciolo: «la differenza fra una grande azienda e una grande potenza sta proprio in questo: la prima, munita di partita doppia, obbedisce al calcolemus; la seconda mira alla gloria, ragione sociale d’ogni impero. E ne fa, a suo modo, il cuore della pedagogia nazionale».

La narrazione veicolata dai media mainstream, «ipersemplificata dalla propaganda», e trasmessa come eco infinita dai nostri commentatori abbastanza a corto di nozioni geopolitiche, sostiene che «c’è un pazzo al Cremlino che ha deciso di riprendersi l’Ucraina, costi quel che costi. Fermiamolo e tutto tornerà come prima, o quasi». Ma non è così semplice capire chi debba fermarlo, a parte le povere vittime ucraine. Spaesati dal gesto di Putin, noi membri dell’Unione Europea, convinti di poter godere in eterno della pace che assegna la risoluzione dei conflitti internazionali all’Onu e al diritto internazionale, del Pil come unico indicatore della forza di un Paese e dell’arricchimento come unico obiettivo delle Nazioni, stentiamo a capire come una guerra possa essere fondata su obiettivi territoriali e interpretazioni diverse della storia.

Caracciolo ci ricorda le tappe storiche dei rapporti tra Russia e Ucraina e l’atteggiamento degli Usa e della Nato verso Urss e Federazione Russa, evidenziando l’incapacità dei due imperi di mettersi uno nella testa dell’altro. «Così si finisce a negoziare con sé stessi. Finché, giunti sull’orlo del baratro, guardandoci in faccia da vicino ci specchiamo negli occhi dell’altro. Scoprendoci nostri prigionieri[…]Oggi ci siamo. Potevamo non esserci? Sicuramente sì. E se ci siamo nessuno è innocente. Non lo siamo noi occidentali, pure convinti di esserlo. A cominciare dagli Stati Uniti d’America, che vinta la guerra fredda senza davvero volerlo, non hanno saputo che fare dei vinti. Quando l’avversario ti crolla davanti e tu non sai come trattarlo, ne diventi prigioniero. La tragedia del non-rapporto fra America e Russia dopo il suicidio dell’Urss è tutta qui. Doppia afasia. Soliloqui spacciati per dialogo. Finché le parole finiscono e a parlare sono le armi. Russe». Segue poi la ricostruzione storica della parabola che ha portato all’invasione dell’Ucraina, già ricordata per sommi capi nel numero 156 di Vita-mine vaganti e che riprenderemo nel prossimo articolo. Interessantissimo il richiamo al principio di autodeterminazione dei popoli, di leniniana origine, fonte di tutti i mali nel discorso di Putin, attento ai simbolismi e determinatamente pronunciato il 22 febbraio 2022, «otto anni al giorno preciso dopo l’ingloriosa fuga del suo ex sodale Viktor Janukovyč da Kiev».
Quello che è successo il 24 febbraio ha davvero cambiato il mondo e Limes ci aiuta a non restare in superficie e a capire i punti di vista dei vari soggetti in campo con un nutrito numero di articoli, tutti interessanti. Partirò da quello di Orietta Moscatelli, Caporedattrice (peccato che questa rivista la definisca ancora Caporedattore) politica internazionale dell’agenzia Askanews, collaboratrice di Limes e della Scuola di geopolitica della rivista, grande conoscitrice dell’ex Urss per averci vissuto a lungo e avere scritto libri di grande spessore. Ho scelto questo articolo perché affronta un tema, già approfondito in precedenti numeri della rivista, di cui i media generalisti difficilmente parleranno, purtroppo. Storia globale in salsa cinese: cambio di paradigma nella pedagogia russa ci racconta che «L’insegnamento della storia mondiale nelle scuole russe sarà meno eurocentrico e riserverà maggiore spazio ad Asia, Africa, America Latina». Da molto tempo chi legge Limes sa che è in atto la costruzione di una pedagogia nazionale che ricostruisce la storia della Russia senza soluzione di continuità, dall’impero zarista al periodo sovietico a quello russo. L’educazione alla storia è da gestire con grande cura, come arma difensiva e quando serve d’attacco, per amalgamare l’impero, perché tale ancora si sente la Grande Russia di Putin.

La Russia non si considera potenza regionale, come imprudentemente la definì Obama, e ci tiene alla propria posizione di superpotenza grazie al suo passato, al suo peso militare, alla sua relativamente recente proiezione globale. La nuova pedagogia storica si allontana dalla visione, tutta occidentale, dell’Europa come «centro della cultura e della civilizzazione mondiale». Putin è già entrato nei libri di storia e dal 2014, l’anno in cui la Russia perde l’Ucraina e comincia il distacco dagli Usa e dal «corte europeo», è in vigore il documento Basi della cultura politica dello Stato, cui ha fatto seguito, lo scorso dicembre, la chiusura di Memorial, l’organizzazione che da trent’anni raccoglie la documentazione sul Terrore staliniano, per costruire una memoria collettiva che oggi è diventata scomoda.

L’articolo di Moscatelli, scritto in modo molto chiaro, come sempre, continua con una serie importante di informazioni e riflessioni che ci mostrano come la Russia si stia avvicinando alla Cina anche nella percezione dell’opinione pubblica e come l’aggressione o «operazione militare» in Ucraina sia solo l’inizio di una partita in cui la Russia vuole dimostrare ciò che da un decennio sostiene l’Istituto russo per le ricerche strategiche: di essere non un Paese ma «una civiltà a sé stante». Orietta Moscatelli ha recentemente commentato, con considerazioni da leggere, sul sito di Limes, la vicenda relativa alle accuse di spionaggio mosse alla Russia in merito agli aiuti che nel marzo 2020, in piena crisi pandemica, con l’Italia che aveva il maggior numero di morti per Covid al mondo, e senza nessun supporto ancora dall’Ue, la superpotenza ci aveva inviato, con l’operazione Dalla Russia con amore. Germano Dottori, in L’Italia ha perso una grande occasione, ha il grande merito di ricordare, con grande precisione, alle e agli italiani dalla memoria corta, le dichiarazioni di Di Maio e Draghi prima del 24 febbraio, la mancata opera di mediazione del nostro attuale Presidente del Consiglio e molto altro su cui sarà bene riflettere.

Notevoli le riflessioni contenute nel Dossier Voci dalla Russia e dall’Ucraina di Andrej Kortunov, Fëdor Luk’janov, Oxana Pachlovska e Ihor Kohut. Il primo, Direttore generale del Russian International Affairs Council (Riac), nel suo Sette cappi al collo della Russia ci prospetta le conseguenze dell’aggressione putiniana in Ucraina: primo, la Russia ha di nuovo sottratto inconsapevolmente alla Cina il ruolo di principale nemico e oppositore dell’Occidente; secondo, Mosca non ha più alleati o osservatori comprensivi in Occidente; terzo, la Russia è destinata a un’inevitabile e probabilmente lunga pausa nel dialogo internazionale ai massimi livelli; quarto, Mosca deve affrontare una corsa agli armamenti lunga e molto costosa; quinto, la Russia diventerà obiettivo permanente e prioritario delle sanzioni economiche occidentali; sesto, Mosca sarà costantemente tagliata fuori dalle catene tecnologiche globali esistenti e tuttora emergenti che determinano la transizione dell’economia mondiale verso un nuovo regime; settimo «assisteremo a una dura battaglia tra Mosca e l’Occidente per far breccia nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne che vivono nel resto del mondo, in particolare nei paesi del Sud del pianeta.

Per trasformare definitivamente la Russia in Stato canaglia, l’Occidente ha bisogno di adattare la sua narrazione del conflitto russo-ucraino in racconto globale e universale. Per quanto tempo il Cremlino riuscirà a resistere a tale pressione?» In Ucraina, limes Europae la docente universitaria ucraina Oxana Pachlovska ricorda che questa aggressione ha consolidato la società ucraina rendendola più coesa e determinata, e a rafforzare la sua decisione di entrare nell’Ue e nella Nato, sotto la guida del partito il cui nome significa «Servo del popolo» e che «Se tutti in Europa si mettessero a ragionare come si ragiona in Russia si scatenerebbe una guerra senza fine».
Ihor Kohut in Per che cosa lottiamo noi ucraini riesce a comunicarci l’interpretazione delle cause della guerra di Putin dal punto di vista degli ucraini, confidando in una vittoria sulla superpotenza, dal momento che ormai l’Occidente si è schierato al suo fianco e da tempo arma le sue forze militarie respingendo ogni altra soluzione come inadeguata.
Interessantissima la conversazione con A. Wess Mitchell, già assistente segretario di Stato per gli Affari europei ed eurasiatici (2017-19), oltre che per comprendere le divisioni interne ai partiti repubblicano e democratico, per capire la vera posizione degli Stati Uniti nei confronti della Russia e la loro volontà di sfinirla militarmente ed economicamente. Il titolo di questa intervista è significativo: Trasformiamo l’Ucraina nell’Afghanistan di Putin. «A che prezzo!», viene da commentare a chi, come chi scrive, crede nella forza della diplomazia e delle organizzazioni internazionali per evitare le guerre.
Ma gli Stati Uniti hanno problemi interni fortissimi, evidenziati nell’attacco al Campidoglio e probabilmente, come afferma Petroni nel suo articolo, Biden deve bilanciare il suo approccio alla Russia con quello verso Cina ed europei, scaricando sugli alleati parte dei costi per contenere Mosca. Gli europei infatti sono quelli che avranno più da perdere dalle sanzioni. L’analisi di Kuchins parte dalla constatazione che «con la fine della guerra fredda e il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 l’assetto geopolitico bipolare emerso a fine anni Quaranta e imperniato sul binomio Stati Uniti-Urss, con le rispettive alleanze, scompare» e con un excursus dettagliato sugli atteggiamenti delle diverse presidenze statunitensi nei confronti dell’Unione Europea e della Russia, arriva a sostenere la tesi di Wlliam Perry: occorreva più tempo e pazienza per includere Mosca nella nuova architettura di sicurezza europea.

Il veloce allargamento ad Est della Nato, unito ad altre concause e ai bombardamenti Nato su Belgrado nel 1999, l’imposizione nel 2011 alla Libia di una no-fly zone sfociata in cambio di regime, il sostegno alle guerre statunitensi in Afghanistan, Iraq e Africa hanno chiaramente dimostrato che dopo il crollo dell’Unione sovietica la Nato ha smesso di essere un’alleanza difensiva. Tutto sommato, per l’analista statunitense, la neutralizzazione della Ucraina non sarebbe un dramma.

L’articolo di Fabrizio Maronta, La Madre di tutte le sanzioni è un’arma spuntata è tutto da leggere, per capire che un sistema sanzionatorio è sempre un’arma a doppio taglio. In Chiudere il gas non conviene a nessuno Nicola Pedde ci ricorda che l’equilibrio energetico non è certamente immutabile, ma è sostenuto dal reciproco interesse – russo ed europeo – a non alterare la situazione e che la mancanza di scelte e politiche europee condivise ha favorito l’affermazione di accordi bilaterali tra i diversi Paesi Ue e i Paesi esportatori di gas, soprattutto di quello naturale. Questa scelta non è priva di vantaggi: «L’interdipendenza energetica suddivide il rischio tra produttore e consumatore: noi europei siamo esposti al rischio d’interruzione o riduzione delle forniture tanto quanto i produttori ai quali ci rivolgiamo in via quasi esclusiva. La rigidità della rete di trasmissione vincola i ricettori, ma anche i fornitori».
Non solo: la crisi ucraina, all’interno del quadro d’instabilità globale dominato da Stati Uniti, Russia e Cina, spinge i Paesi a intraprendere negoziati bilaterali, riducendo l’Ue a strumento di trattativa parallela, con un forte e immediato rischio di riduzione temporanea delle forniture energetiche, pretesto che favorisce dinamiche speculative con effetti imprevedibili sulla produzione industriale e di energia elettrica, ma anche, in generale, sull’economia.
Ma questa politica aggressiva non può durare a lungo proprio per l’interdipendenza che caratterizza il mercato dell’energia.
Nel periodo successivo all’uscita del primo numero di Limes sono successe molte cose: siamo a più di un mese dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina e sembra sempre più chiara la contrapposizione tra Nato e Usa da una parte e Russia dall’altra, anche dalle dichiarazioni di Biden, che ha ammesso di avere armato da tempo la “Terra di confine”. In questo conflitto russo-ucraino, con l’appoggio all’Ucraina da remoto Usa-Nato, le parole hanno una sorte strana. Nell’impero di Putin non si può nominare la parola “guerra”, perché, come sostiene un giornalista economico, Broboskj, in Russia le parole sono importanti e da Putin sono scelte con cura o forse, diremmo noi, sottoposte a censura e ad autocensura.

Negli Usa Biden definisce Putin un macellaio e un criminale di guerra, anche se poi è prontamente smentito da Blinken e dallo stesso Macron. E Kamala Harris, per cui tutte e tutti ci eravamo tanto entusiasmate/i, non si vede più. Il Presidente Zelenskj parla al Parlamento italiano, non nominando più la richiesta della no-flyzone, mentre il Presidente del Consiglio «nominato per gestire il PNRR, oltre all’emergenza Covid» si dice favorevole all’invio delle armi all’Ucraina e all’aumento del 2% delle spese militari. La Germania, il Paese più pacifista dell’Unione Europea, con un esercito quasi illusorio, porterà a 100 miliardi gli investimenti in armamenti. Il senso di estraneità nei confronti di quello che succede persiste, verso una vicenda gestita prevalentemente da uomini, decisori politici (e uso volutamente il maschile) che sembrano non avere imparato nulla dalla storia, secondo logiche incomprensibili. Sento frasi pronunciate dai politici, secondo cui «Le armi fanno vivere la pace» (Enrico Letta, 27.3) e mi viene da pensare alla neolingua di 1984 di Orwell, ricordato in un articolo molto interessante, Orwell in Ucraina: note su una narrazione di guerra, a proposito di quel che sta succedendo e della sua narrazione, sul blog Incrocionline del docente universitario Daniele Maria Pegorari.
Mentre scrivo è il 28 di marzo, ricorrenza della morte di una delle menti femminili più lucide del Novecento, da sempre schierata contro l’orrore della guerra. Mi piace chiudere con le parole della copertina di Lea Melandri su Facebook, che ricordano questa grande Maestra: «Oggi la copertina la voglio dedicare a Virginia Woolf, nella ricorrenza della sua morte, il 28 marzo 1941, il suicidio all’inizio di una seconda guerra mondiale, e quando erano cominciati i bombardamenti su Londra, manifestazione forse non più tollerabile di quell'”hitlerismo inconscio” che la Woolf attribuiva a tedeschi e inglesi “in quanto uomini”».
Quanto sono state profetiche le sue riflessioni. Chissà se prima o poi finiranno in un editoriale di Limes.

Continua…

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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