La Russia cambia il mondo. Il n.2/2022 di Limes. Parte seconda

Proseguendo nell’analisi del numero di Limes La Russia cambia il mondo, scritto a pochi giorni dall’invasione russa in Ucraina, scopriamo molti approfondimenti interessanti, frutto di punti di vista e visioni del mondo diversissime tra loro. Nel frattempo molte cose sono cambiate, ma le riflessioni e i dati che possiamo conoscere, per continuare a capire, non perdono la loro importanza. E da qualche giorno si può leggere il nuovo numero della rivista di geopolitica, La fine della pace. In questa parte del secondo numero di Limes c’è più femminile del solito, non tanto per le autrici, che sono sempre eccezioni e sono sempre nominate al maschile nei loro titoli e incarichi, ma per altro che andrò a descrivere. Partiamo dall’articolo di una delle prime diplomate alla Scuola di Limes, Greta Cristini, analista geopolitica per Geopolis, cultrice di Geopolitica vaticana alla Link Campus University, fondatrice di Geopolitical Fair, ex avvocata anticorruzione nello Stato di New York. Il suo saggio La diaspora ucraina in Italia divisa dal Dnepr ci rivela che lo scontro fra nazionalisti e russofili continua all’interno della quarta nazionalità più numerosa nel nostro paese, composta prevalentemente da donne. Di fatto ucraini/e, russi/e e bielorussi/e hanno ancora un senso di fraternità e condividono una storia comune, ma la maggior parte delle persone ucraine che hanno deciso di emigrare, se pur in cuor loro per pochi anni e poi tornare, nel nostro Paese si sentono antirusse.

Statua di Berehynia

Una minoranza, filorussa, preferisce non esporsi e non partecipa alle organizzazioni e associazioni delle e degli immigrati. La parte più interessante dell’articolo è quella che riguarda la statua di Berehynia, a Kiev, la dea slava della fertilità e del focolare domestico. «Rappresentata da una bella donna con occhi verdi e sguardo materno, pelle chiara, capelli biondo grano raccolti in lunghe trecce, lineamenti del viso e proporzioni del corpo perfetti, è assurta a donna ideale ucraina alla fine del XX secolo. Attraverso la reinterpretazione negli anni Ottanta di alcuni scrittori afferenti al romanticismo nazionalista incentrato sul mito matriarcale, questo spirito femminile è divenuto il simbolo del nucleo familiare e della protezione della casa nella mitologia slava, per così dire, contemporanea. In quanto madre Terra, incarna le forze naturali e la saggezza femminile, assicura l’abbondanza del raccolto, protegge gli infanti, preserva la progenie. A partire dall’indipendenza del 1991, questa figura leggendaria ha subìto una metamorfosi folkloristica ed etimologica (con l’associazione di bereh, «riva del fiume», al verbo avulso berehty, «proteggere»).

Tanto che nel 2001 la sua statua è stata eretta a sostituzione del precedente monumento commemorativo del 60° anniversario della rivoluzione d’ottobre e dedicato a Vladimir Lenin, in piazza Indipendenza (Majdan Nezaléžnosti). Al centro di Kiev e di quelli che poi saranno gli scontri emblematici della rivoluzione «arancione» del 2004 e «della dignità» del 2014. Da quel momento, lo spirito della divinità – che prende in mano un viburno, a simboleggiare l’accettazione dell’indipendenza dell’Ucraina – si erge a protezione della capitale e a tutela della nazione, assieme al cosacco Mamai e allo storico protettore della città, l’arcangelo Michele, situato specularmente alla colonna di Berehynia».

L’Ucraina. Divisioni linguistiche ed etniche

Questa rivisitazione del mito della dea madre si attaglia al profilo delle persone ucraine attualmente presenti in Italia: il 78,6% di donne contro il 21,4% di uomini «È il modello Berehynia, piuttosto, che accompagna sotto forma di talismano e bambola di pezza il viaggio delle donne ucraine in Italia».

Continuando nella lettura di questo numero di Limes che ha avuto il pregio di avvicinare all’analisi e allo sguardo geopolitico molte persone, spinte dalla volontà di capire le ragioni di ciò che sta succedendo ai confini dell’Unione Europea, ci imbattiamo in Una via verso il disastro, l’analisi accurata del generale Fabio Mini a pochi giorni dall’invasione russa. La prima parte del suo intervento potrebbe essere stata scritta da uno dei tanti o delle tante intellettuali che i media superficiali hanno subito soprannominato “complessisti” e ostracizzato con il consenso dei più affermati opinion leader o sedicenti tali. Un’analisi fondata su decenni di esperienza sul campo. Qualche passaggio delle sue articolate e lunghe argomentazioni: «Il presidente statunitense Biden ormai si affida alla retorica continuando ad alimentare il già pericoloso fuoco con dichiarazioni apocalittiche e azioni inconsistenti dall’Europa al Pacifico. I suoi figuranti europei e asiatici gli saltellano intorno atteggiandosi a mediatori, portatori di idee brillanti e soluzioni geniali, che servono soltanto a riempire i cinque minuti di spazio mediatico riservatogli».
E ancora: «Se non fosse per la debolezza politica interna, la sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e la delega permanente della propria sicurezza alla Nato, l’Unione Europea potrebbe essere la potenza equilibratrice per tutto l’Occidente e perfino per Russia e Cina. Ma quei “se” pesano come macigni».

Espansione verso Est della Nato

L’analisi del militare è impietosa e rivela conoscenze geopolitiche notevoli. La soluzione proposta, inevitabilmente, è quella del coinvolgimento dei militari nell’opera di mediazione per arrivare alla fine della guerra, ma il punto più interessante riguarda la Nato. Riporterò fedelmente alcune delle osservazioni del generale, suggerendo a chi legge di riflettere su ciò: normalmente nei talk show italiani non sarebbe permesso fare certe affermazioni senza essere accusati di filoputinismo, previo ricorso alla cosiddetta “premessite” di conio ricolfiano. Ecco le parole del militare sula Nato, che forse l’informazione sarebbe tenuta a ricordare: «Finché si permette alla Nato e a molti suoi membri di ignorare il trattato significa che ogni altro impegno scritto sarebbe un esercizio inutile e perfino dannoso. Infatti, l’articolo 1 impegna le parti a rispettare lo statuto delle Nazioni Unite e a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale che pregiudichi la pace e la sicurezza. L’allargamento è stato da subito una controversia internazionale che pregiudicava la sicurezza e la pace.
Gli articoli 5 e 6 sulla cosiddetta mutua difesa si riferiscono ai territori dei singoli Stati membri minacciati da attacco armato. E l’Ucraina non è compresa.
L’articolo 7 stabilisce che il Trattato non pregiudica e non dovrà essere considerato in alcun modo lesivo dei diritti e degli obblighi derivanti dallo statuto alle parti che sono membri delle Nazioni Unite o della responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. La Russia è parte delle Nazioni Unite e la politica della Nato ne ha leso i diritti, compromettendo la pace e la sicurezza di tutto il mondo. Da questa lesione parte la reazione russa e sorprende che non sia scattata prima.
L’articolo 10 stabilisce che le parti «possono», con accordo unanime, invitare a aderire al trattato ogni altro Stato europeo in grado di favorire lo sviluppo dei princìpi dello stesso e di «contribuire alla sicurezza della regione dell’Atlantico settentrionale». […] Inoltre, il vincolo dell’unanimità conferisce a ciascun membro un pari diritto di veto che ne rispetta la dignità ma lo rende anche individualmente responsabile delle conseguenze del mancato esercizio di tale diritto. Quindi non impedire l’ingresso nell’Alleanza di tutti quei paesi che avrebbero alterato gli equilibri, minacciato la propria sicurezza e quella di altri paesi è stata una violazione del Trattato Atlantico e dello stesso statuto dell’Onu. Tutti sapevano che la Polonia e i paesi baltici avrebbero alterato tali equilibri e la Russia non era nelle condizioni d’impedirlo. Lo erano però la Germania, la Norvegia, la Francia, l’Italia e perfino il Lussemburgo, ma non hanno fatto o detto nulla. A partire dal 1997 ci sono stati vari cicli di ammissione di nuovi membri, fino all’adesione della Macedonia nel 2018, che hanno portato a trenta i membri dell’Alleanza e a chiudere la Russia su tutti i lati tranne quello ucraino. Oggi tutti assistono stupiti al fatto che la Federazione è in grado di far valere i propri diritti e soprattutto le ragioni della propria sicurezza…» Mi fermo qui ma la lettura di tutto l’articolo è vivamente consigliata, proprio perché è scritta da chi è sempre stato sul campo e conosce i trattati dell’organizzazione internazionale militare molto bene.

La Nuova Russia secondo Putin

Allarghiamo lo sguardo alle altre potenze e al loro atteggiamento nei confronti dell’invasione russa in Ucraina. Partiamo dalla Cina. La Cina non morirà per la Russia, ci ricorda Giorgio Cuscito. In effetti il governo cinese non ha riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche di Donec’k e Luhans’k e ha invitato la Russia a trovare una soluzione diplomatica, si è astenuta nella votazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che avrebbe «deplorato» l’aggressione russa, ma che non è passata per il veto della Russia, uno dei cinque membri permanenti. La Repubblica popolare non ha mai usato il termine “invasione” per descrivere l’attacco russo all’Ucraina ed «ha accusato gli Stati Uniti di aver sottovalutato le conseguenze che l’espansione della Nato a est ha avuto sugli interessi di Mosca in questi anni». Su Twitter è comparso un post del portavoce del Ministro degli Esteri cinese con la lista di bombardamenti americani dal 1950 (anno di inizio della guerra di Corea) a oggi, ricordando che gli Stati Uniti sono «la vera minaccia per il mondo». Ma un servizio della televisione di Stato cinese era intitolato: «la Cina non gioca con la storia, a differenza della Russia». Le ragioni di questa posizione sono accuratamente descritte nell’articolo, estremamente documentato, che evidenzia anche gli interessi comuni alle due superpotenze, nel settore aerospaziale, delle telecomunicazioni e in molti altri campi, che l’invio delle armi in Ucraina non farà purtroppo che rafforzare.
Ma ci sono anche interessi contrapposti tra le due superpotenze, messi bene in luce da Cuscito. In Ankara è ferma al bivio tra Washington e Mosca Daniele Santoro sottolinea gli interessi della Turchia in Ucraina e la difficoltà di scegliere da che parte stare, che spiega in parte il ruolo di mediatore che Erdogan ha offerto per interrompere l’aggressione e risolverla con un accordo. Nel 2020 la Turchia è stata il principale investitore straniero in Ucraina, in settori strategici come la telefonia, le infrastrutture e la logistica, mentre l’Ucraina è diventata il terzo Paese dopo la Russia e la Germania, per flusso di turisti in Turchia. Dell’excursus approfondito di Santoro mi piace ricordare che una serie televisiva, Il secolo magnifico, trasmessa a partire dal 2014, anno delle rivendicazioni di indipendenza del Donbas e della presa della Crimea, «… ha fatto letteralmente (ri)scoprire all’opinione pubblica ucraina la figura di Roxelana (Hürrem Sultan), celebre moglie rutena di Solimano che, oltre a tenere in pugno la corte ottomana all’epoca del suo massimo splendore – come rivela il ruolo giocato nella destituzione del potente gran visir İbrahim Paşa, il conquistatore dell’Ungheria, e nella condanna a morte del figlio prediletto del sultano, Mustafa, erede designato al trono – inaugurò il periodo noto come «sultanato delle donne», durato dalla sua ascesa alla carica di moglie ufficiale di Solimano nel 1534 all’affermazione al gran visirato della dinastia dei Köprülü nel 1656». Apprendiamo tanto anche dall’articolo di Miłosz J. Cordes, Polonia e Ucraina, storie contro, che ricorda la dottrina Ulb e il progetto europeo Trimarium, su cui non ci si può soffermare, con un racconto dei due popoli e della loro storia che merita di essere conosciuto, soprattutto da noi occidentali che ce ne siamo spesso completamente disinteressati.

Strategia russa nel Levante

Che la Russia stia conducendo una partita forse epocale per confermarsi Impero emerge anche dal saggio di Lorenzo Trombetta, L’espansione della Russia dalla Siria al Libano in cui apprendiamo, tra le tante informazioni riportate, che «la presenza russa in Siria ha offerto l’opportunità di sperimentare la sua crescente capacità bellica in manovre navali, aeree e terrestri lontano dai propri confini nazionali e senza scontrarsi direttamente con le potenze rivali». Non solo: i militari russi sono percepiti dalla popolazione di molte zone della Siria come una forza di stabilità, ordine e sicurezza. E per quanto riguarda il soft power, la Russia, alimentando la retorica della lotta al terrorismo, si è mostrata interessata alle sorti del patrimonio archeologico dell’antica oasi di Palmira, patrimonio dell’umanità dell’Unesco, gravemente danneggiata dal conflitto, ma situata in un’area fortemente strategica, per la posizione geografica e per le miniere di fosfati e i giacimenti di gas naturale. Non solo: l’uso geopolitico e retorico della storica presenza di comunità religiose ortodosse in Siria ha fatto finanziare dalla componente civile dell’esercito russo piccoli progetti, importantissimi a livello simbolico, per ristrutturare chiese, scuole, dispensari medici, alloggi per sfollati; per asfaltare strade, riparare ponti e far funzionare pompe idrauliche per l’irrigazione dei campi. Anche così si nobilita l’immagine di un Paese.
Tra i tanti articoli di questo numero ricordiamo quello di Fulvio Scaglione, che ci racconta di uno Zelens’kyjpre-invasione e dei suoi rapporti con gli oligarchi. Della storia e delle lingue in cui la città galiziana di Leopoli è chiamata, del suo discusso rapporto con i nazisti di Stepan Bandera, definito eroe dell’Ucraina nel 2010 e di molto altro si parla in L’importanza di trasferirsi a Leopoli. «Come culla di una patria tormentata, Leopoli incarna una certa idea dell’Ucraina. Ha coltivato da sempre le sue specificità linguistiche, culturali, politiche e religiose. Con questo bagaglio storico molti leopolitani hanno costituito la spina dorsale della «rivoluzione arancione» nel 2004 e di Jevromajdan dieci anni dopo».

Tra gli altri articoli di questo numero segnaliamo l’approfondimento di Pedro Figuera su Odessa e un excursus interessantissimo su Bajkonokur, La porta delle stelle di Marcello Spagnulo. Perché conta il Kazakistan di Filippo Costa Buranelli è un approfondimento sul Paese in cui ci sono state proteste prontamente sedate nel «gennaio tragico» del 2022, Paese che ha improntato la propria politica estera sul «multivettorismo», termine che sta a indicare che «L’establishment kazako, consapevole della propria posizione geopolitica, circondato com’è da grandi potenze nucleari quali Russia e Cina, ha perseguito quanto più possibile una politica estera aperta all’Occidente, alla Turchia, ma anche all’India, al Giappone e alla Corea del Sud». Sarebbe riduttivo ricondurre le attività economiche del Kazakistan e quindi la sua importanza geoeconomica ai soli idrocarburi. Il più importante degli stanè un produttore cruciale di uranio e rame, uno dei primi dieci esportatori di grano e il secondo esportatore mondiale di farina dopo la Turchia.

Movimento eurasista Dugin

Mille e un’Eurasia, immaginario e realtà nella geopolitica russa di Dario Citati è un articolo su cui meditare, in quanto richiama quelle teorie di Dugin, le cui idee in Unione Europea sono sicuramente sopravvalutate, che la filosofa Rosy Braidotti ha ricordato con preoccupazione in una puntata di Otto e mezzo e su cui Report ha svolto il 4 aprile scorso un’indagine inquietante. «L’Eurasia modellata dalla Russia viene descritta quindi come un’entità quasi metafisica, depositaria di quei valori che l’autentica Europa – un’asserita e mitizzata Europa dei popoli e della tradizione – avrebbe dimenticato sotto l’influenza dell’americanismo e delle immancabili élite finanziarie internazionali. Tale concezione “eurasista”, filtrata dunque come una sorta di tradizionalismo ideologico con un forte interesse per le relazioni internazionali, diventa in questo senso una sorta di attualizzazione delle teorie di Julius Evola, della rivoluzione conservatrice tedesca, della geopolitica continentalista di Karl Haushofer e della concezione romana dell’impero che tanta importanza detengono soprattutto nelle culture politiche parafasciste e filofasciste» .Dopo la minaccia del ricorso alla Corte penale internazionale contro Putin da parte di Biden, assai originale se si pensa che gli Usa non ne hanno ancora riconosciuto l’autorità, sarà molto istruttivo leggere l’articolo che, rivisitando le parole di Cicerone, analizza il ruolo del diritto internazionale nel contesto della invasione dell’Ucraina. Nel fragore delle armi la legge non è silente Palombino e Aitala, dopo aver sottoposto all’esame del diritto le dichiarazioni di Putin a sostegno della cosiddetta «demilitarizzaione e denazificazione dell’Ucraina», e averle smontate punto per punto, perché «in diritto… le parole “parlano”, hanno un significato oggettivo che può prescindere dagli intendimenti e dai propositi degli uni e degli altri», non possono purtroppo che concludere il loro interessante articolo così: «Il diritto internazionale esiste affinché gli Stati non risolvano le controversie ricorrendo alla brutalità della forza sregolata: ne ad arma veniant. I tribunali internazionali e i fori multilaterali sono il luogo di composizione pacifica e giusta degli interessi particolari in competizione. E tuttavia sarebbe una finzione conferire al diritto internazionale una vita propria: sono gli stessi Stati a formarlo, ad attuarlo e a comprometterne l’autorità e l’effettività, mettendo a rischio le prospettive dell’umanità. Oggi si chiudono gli occhi davanti alle sofferenze di un popolo “altro”, si tollera una prevaricazione, oppure si permette che le giurisdizioni internazionali siano derise e minacciate, domani ci si sveglia in un mondo irrimediabilmente senza regole. La lezione di questi giorni è che il diritto è prima di ogni altra cosa memoria».

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...