Bertha von Suttner, intellettuale pacifista

For her audacity to oppose the horrors of war: con questa motivazione fu attribuito nel 1905 a Bertha von Suttner il Premio Nobel per la Pace, prima delle diciotto donne che dal 1901 al 2021 hanno ricevuto tale riconoscimento. 
La sua immagine figura dal 2002 sul dritto della moneta da due euro coniata dall’Austria, ma dal 1966 al 1985 il suo ritratto con velo vedovile era stato impresso sulla banconota da mille scellini. Al culmine della notorietà, nel 1909, pochi anni prima della morte, che sarebbe avvenuta nel 1914, aveva pubblicato la sua autobiografia – Memoiren – in cui esordiva con queste parole, che dimostravano la piena consapevolezza di aver vissuto un momento cruciale: «Il motivo per cui rendo pubbliche le mie esperienze è il fatto che ho incontrato molte persone interessanti e illustri tra i miei contemporanei e la partecipazione a un movimento cresciuto a tal punto da produrre conseguenze storiche mi ha dato la possibilità di guardare gli affari politici del nostro tempo; per questo, dunque, ciò che ho da dire è davvero degno di essere condiviso». 

Bertha von Suttner, 1860 circa 

Non per caso la traduzione inglese dell’autobiografia, edita l’anno successivo all’edizione originale, portava l’aggiunta del sottotitolo The records of an eventful life.  
Bertha Sophia Felicita Kinsky von Wchinitz und Tettau era nata a Praga il 9 giugno 1843 da un esponente dell’alta aristocrazia, il feldmaresciallo Franz-Josef, deceduto prima che la figlia nascesse, e da Sophia Wilhelmine von Körner, appartenente alla piccola nobiltà locale, di circa cinquant’anni più giovane del marito. Le condizioni della famiglia subirono un progressivo peggioramento: il milieu aristocratico del feldmaresciallo si dimostrò piuttosto respingente verso la giovane vedova, la figlia Bertha e il figlio maggiore.


Inoltre, la passione di lei per il gioco metteva ulteriormente a rischio le finanze familiari. Tuttavia questo non impedisce che per un certo periodo la famiglia possa vivere decorosamente e che Bertha riceva una buona educazione, apprenda bene diverse lingue, la musica, il canto, la letteratura. 
In un primo tempo la famiglia si trasferisce a Brno, capitale della Moravia. Bertha ha cinque anni quando scoppiano le rivoluzioni del 1848 e, tra i suoi ricordi d’infanzia, intravede sé stessa che, affacciata alla finestra, assiste al tumulto della folla nella piazza sottostante.  

Bertha von Suttner in età adulta 

Gli anni dell’adolescenza trascorrono in un’alternanza di soggiorni nel centro termale di Wiesbaden, dove Bertha ha modo di conoscere personaggi dell’alta società, e visite delle maggiori città europee – Berlino, Roma, Venezia, Parigi: toccherà così le capitali delle regioni coinvolte nelle guerre che, nella seconda metà del secolo, segneranno il graduale declino dell’egemonia austriaca sull’Europa. Ma ai grandi mutamenti politici che si svolgono sotto i suoi occhi la giovane contessa, per sua stessa ammissione, rimane indifferente, presa, come è, da impegni mondani e progetti di matrimonio e di carriera artistica: dotata di un discreto talento musicale e spinta dalle ambizioni materne, si dedica al canto con la prospettiva di divenire cantante lirica.  

Nel 1872 Bertha si fidanza con il principe Adolf Sayn-Wittgestein-Hohenstein, al quale la lega, più che un autentico sentimento d’amore, una genuina condivisione di interessi intellettuali e artistici. Ma il principe muore durante la traversata verso gli Stati Uniti dove ha deciso di stabilirsi per esercitarvi la professione di tenore e dove avrebbe dovuto raggiungerlo la fidanzata.  
Abbandonati i progetti artistici e infranta la prospettiva di un prossimo matrimonio, l’anno successivo Bertha, spinta dalle ristrettezze economiche e anche dalla volontà di rendersi indipendente dalla madre, decide di mettere a frutto l’istruzione ricevuta e di proporsi come istitutrice privata dei rampolli della nobiltà. Entra così nella casa del barone Suttner, con il ruolo di educatrice delle quattro figlie. Nella grande dimora signorile nel cuore di Vienna vivono anche due dei tre figli maschi: con il minore, il ventitreenne Arthur Gundaccar, Bertha, di sette anni maggiore, allaccia una relazione che suscita una tale ostilità da parte della famiglia Suttner che la giovane, rispondendo a un annuncio di Alfred Nobel alla ricerca di una segretaria personale, è costretta a lasciare la casa alla volta di Parigi. La collaborazione fu di breve durata, poiché Nobel si allontanò da Parigi dopo due mesi e Bertha dovette rinunciare all’impiego: tuttavia la breve conoscenza non mancò di produrre i suoi frutti poiché i due si mantennero in costante rapporto epistolare ed abbero modo di incontrarsi successivamente.

A questo punto Bertha fece brevemente ritorno in patria per sposare, in segreto, Arthur, con il quale prese la decisione di trasferirsi nel Caucaso. Qui l’amicizia con la principessa della Mingrelia, Ekaterina Dadiani, e con altri nobili conosciuti in Europa permise ai due di integrarsi nella società del luogo e di impiegarsi in lavori occasionali ma necessari per il loro sostentamento. Gli anni 1877-1878 rappresentarono un punto di svolta: con lo scoppio della guerra russo-turca, Bertha e Arthur sperimentarono per la prima volta il contatto fisico con un evento bellico e intrapresero entrambi le vie della scrittura. Arthur si dedicò soprattutto a cronache e racconti di vita e storia georgiana, che ebbero un notevole successo e gli procurarono buoni guadagni. Quanto a Bertha, compose in un primo tempo racconti d’appendice che inviava al giornale viennese Die Presse, in un secondo momento passò a un genere narrativo “ibrido” – letterario, scientifico, autobiografico – dal quale nacque il libro Inventarium einer Seele (1883) che conteneva le sue prime riflessioni sui temi della guerra e della pace. Nel 1885, la coppia, accompagnata dalla notorietà raggiunta in campo letterario e perdonata dai familiari, fa ritorno in patria, dove è accolta nel castello di Hermannsdorf nel quale i Suttner si sono trasferiti da tempo. 

Bertha Von Suttner, anziana 

Nuovamente a Parigi nel 1886, i coniugi vi incontrano Nobel e altri intellettuali, tra i quali Ernest Renan e Alphonse Daudet, che li mettono in contatto con la International Peace and Arbitration Association, fondata dal filantropo inglese Hodgson Pratt da cui Bertha raccoglie l’invito a costituire una Corte internazionale di arbitrato per risolvere conflitti tra gli Stati e una Lega per la pace in tutte le grandi città europee. 
Nel 1889 Bertha pubblica, con lo pseudonimo di “Jemand” (Qualcuno), Das Maschinenzeitalter (L’età delle macchine), in cui attacca duramente il nazionalismo e la corsa agli armamenti e critica senza mezzi termini il principio sotteso al motto Si vis pacem, para bellum.  
Nello stesso anno dà alle stampe la sua opera più nota, Die Waffen nieder! (Giù le armi!). Scritto sotto forma di autobiografia, il romanzo ha come protagonista Martha Althaus: figlia di un generale, racconta il suo itinerario di dolore attraverso le guerre che hanno distrutto, con le violenze e con le malattie, la propria famiglia e l’hanno resa due volte vedova. Alla luce di queste esperienze Martha riflette sul suo passato e matura una coscienza pacifista: anche il padre e il secondo marito, prima di morire per cause connesse alla guerra, invocano il rifiuto delle armi. Nell’epilogo, un messaggio di speranza è affidato alla figura del figlio di Martha, il giovane conte Rudolf Dotzky. Giù le armi! può essere definito senz’altro un Bildungsroman, un romanzo di formazione, che esce dai canoni tradizionali se non altro per avere come protagonista una donna e per l’uso di una copiosa documentazione – giornali, corrispondenze di guerra, fonti d’archivio – la cui lettura permette a Bertha di esprimersi con estremo realismo nel descrivere gli scenari bellici e l’orrore che ne deriva. L’opera, tradotta in oltre venti lingue, diede all’autrice una grande notorietà internazionale e la consacrò come figura chiave dell’attivismo pacifista. 


Gli anni seguenti sono segnati dall’instancabile dedizione di Bertha nel costruire reti e organizzazioni internazionali a favore della pace con l’obiettivo non di “regolare” o “umanizzare” la guerra ma di eliminarla attraverso l’arbitrato internazionale. La sua intraprendenza, che la fa partecipare a innumerevoli inziative in tutta Europa a partire dal 1891, le vale l’appellativo di “commesso viaggiatore della pace”. Fonda la Società pacifista austriaca, l’Associazione per il rifiuto dell’antisemitismo, la Società pacifista germanica; prende parte al III Congresso universale della pace che si tiene a Roma nel novembre 1891 e alla prima Conferenza dell’Aja nel 1899; contribuisce alla creazione del Bureau international permanent de la paix a Berna e, successivamente, alla nascita del Comitato di fratellanza anglo-tedesco; nel 1907 partecipa alla Conferenza per la pace dell’Aja che realizza, finalmente, l’obiettivo di istitutire la Corte permanente di arbitrato. 
Il fervore di Bertha non subisce battute d’arresto neppure dopo la morte del marito, nel dicembre 1902, nonostante i due fossero legati da un’intesa fortissima alimentata dalla condivisione delle battaglie pacifiste. Nel 1905, a coronamento del suo impegno, le viene assegnato quel premio per la pace che ella stessa aveva ispirato ad Alfred Nobel.  
La sua fama come scrittrice e come attivista le valse una costante e non sempre benevola attenzione da parte della stampa, che non mancò di fare di lei bersaglio di scherno e soggetto di numerose caricariture. Sta di fatto che la sua capacità di analisi politica si dimostrò acuta e tale da farle cogliere con lungimiranza le tensioni internazionali e i rischi che esse rappresentavano per la pace. In questo quadro, il suo ultimo scritto, nel 1912, Die Barbarisierung der Luft (L’imbarbarimento dell’aria), denunciava i pericoli rappresentati dall’avanzamento tecnologico nella produzione di armamenti, in particolare nell’aeronautica, proprio mentre l’Italia inaugurava i bombardamenti aerei nella conquista della Libia.  

Alla Conferenza di pace 

Nell’agosto 1913, nella Conferenza internazionale di Pace dell’Aja, Bertha venne eletta “generalissimo” del movimento pacifista e nel maggio 1914, un mese prima della morte, prese parte all’organizzazione della XXI Conferenza di pace, che avrebbe dovuto tenersi a Vienna in settembre.  
In quei giorni che precedettero lo scoppio della guerra, Stefan Zweig l’aveva per caso incrociata nelle strade di Vienna. Bertha – “immensa e generosa Cassandra dei nostri tempi” – con foga apostrofa lo scrittore: «La gente non capisce cosa sta succedendo! […]. Eravamo quasi in guerra e ancora una volta hanno taciuto, ci hanno nascosto tutto![…] Perché voi giovani non fate nulla? Questa cosa riguarda voi prima di tutti! Difendetevi! Unitevi! Non lasciate che a fare tutto siamo sempre noi vecchie signore che nessuno vuole più ascoltare!». (Die Welt von Gestern, 1944) 

***

Articolo di Eleonora De Longis

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Nata a Roma nel 1987, si è laureata in Filologia, letterature e storia del mondo antico presso l’Università di Roma Sapienza e ha conseguito un dottorato di  ricerca in Scienze documentarie, filologiche e letterarie presso la stessa università. Oltre che di archivistica e letteratura della tarda antichità, oggetto della sua formazione universitaria, si interessa di storia delle donne e di critica teatrale.

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