Editoriale. Sotto il segno felice del disordine

Carissime lettrici e carissimi lettori,

«Alle giovani dico sempre di non abbassare la guardia, non si sa mai. Le conquiste delle donne sono ancora troppo recenti». Questo consiglio di Miriam Mafai ce lo dobbiamo tenere in testa! E lo abbiamo messo in testa alla nostra rivista da sempre perché rimanga come monito costantemente presente per le giovani, e non solo.

Miriam Mafai, che in effetti si chiamava Maria, ci ha lasciate dieci anni fa, il 9 aprile del 2012, ma è stata faro anche per gli uomini e non solo quelli della sinistra politica in cui militava. Noi abbiamo continuato a seguire i suoi consigli!
Era nata a Firenze il 2 febbraio del 1926 da due nomi enormi dell’arte contemporanea del ventesimo secolo. Il padre era il pittore Mario Mafai e la madre Antonietta Raphaël, pianista, scultrice e pittrice, figlia di un rabbino lituano e cresciuta tra Londra e Parigi.
I due genitori furono tra i fondatori della cosiddetta scuola romana (nominata così da George Waldemar per una mostra del 1933) che contava artisti del calibro di Corrado Cagli e Giuseppe Capogrossi e tutti quelli della cosiddetta scuola di via Cavour, la strada dove si trovava la casa romana dei Mafai, al celebre numero 325 che era continua meta di artisti e intellettuali antifascisti: da Giuseppe Ungaretti a Enrico Falqui, da Libero de Libero a Renato Marino Mazzacurati, sino ai meno assidui Fausto Pirandello e Ferruccio Ferrazzi.
Miriam, prima di tre figlie (Simona e Giulia le due sorelle più giovani) nella sua biografia incompiuta, Una vita, anzi due scrive di essere nata «sotto il segno felice del disordine» e ne giustifica il perché per il suo nome vero, Maria, di cui viene a conoscenza ormai ventenne, per il cognome della madre portato dalle tre sorelle fino al matrimonio dei genitori, impedito per lungo tempo.  

«Il segno di questa famiglia fuori dalle regole era anche quello dell’arte, del cosmopolitismo, dell’anticonformismo, in politica come nella vita quotidiana. Le bambine Mafai erano singolari in molti modi: né ebree né cattoliche, festeggiavano le ricorrenze delle due religioni in allegro sincretismo, e celebravano un loro speciale rito del venerdì, accendendo le candele della menorah e leggendo poesie; erano antifasciste e insensibili alla retorica imperiale dell’epoca; soprattutto erano figlie di due artisti. L’arte non portava tuttavia nelle loro vite una lezione di leggerezza o di scapigliatura. Al contrario, era una lezione di coerenza e rispetto di sé, di passione del lavoro, che comunicò alle bambine l’orgoglio della loro diversità, nonostante il senso di isolamento talvolta provato» (Enciclopedia Treccani).

Miriam Mafai si occupò appassionatamente di politica, fu funzionaria di partito, il partito comunista che comunque amerà per tutta la vita. Improvvisamente e per caso (il marito fu trasferito a Parigi) diventò anche scrittrice e giornalista. Dalla Francia fu corrispondente per una rivista italiana. Si innamorò del giornalismo e tornando in Italia assunse incarichi importanti all’Unità e poi a Paese Sera fino a fondare, con Eugenio Scalfari, un nuovo giornale, La Repubbica dove rimarrà fino alla fine, prima donna a scrivere gli editoriali politici.
Le donne sono state sempre un interesse importante per Mafai. Si definiva “ottimista” e quindi vedeva un grande, sostanziale progresso nella vita delle donne, ma ammetteva che ancora tanto c’era (e c’è) da fare! Il dibattito politico Mafai lo ha sostenuto anche nella stampa (fu la prima presidente della Stampa italiana, dopo tante direzioni maschili), scrisse per il divorzio, per l’entrata delle donne in tutte le professioni, per l’aborto e per l’autodeterminazione delle donne del proprio corpo («cosa non proprio facile, perché implica responsabilità da prendere»).

Sulle donne, della guerra e del dopoguerra, Mafai scrive Pane nero, il cui titolo rimanda alla farina scura, al pane raffermo, alla fame. Un libro che racconta le donne, quelle che hanno sofferto tra mille problemi, ma che comunque, nonostante tutto, finiscono sempre per dire: pure è stato bello! Si lasciavano sfuggire questa espressione di positività le donne, per la prima volta divenute padrone di sé stesse! 

«Il pane nero a cui allude il bel titolo del volume è il simbolo di una quotidianità travolta dalle bombe, la farina grigia al posto di quella bianca, il boccone duro che rende amara la bocca, la minestra di piselli invece della carne, e le cipolle in umido a sostituire in padella l’unto di olio e burro ormai introvabili. E sono le donne ‒ sempre solo le donne ‒ a procacciare il cibo, a scambiare pettinini preziosi con litri di latte, a ingegnarsi in ogni modo per ripristinare almeno a tavola il ritmo della vita… Luciana che partorisce in un basso di Napoli nell’intervallo tra due bombardamenti; Bianca che con i figli il grammofono e la cassetta dei gioielli attraversa a piedi l’Abruzzo; Marisa che a Roma occupata dai tedeschi impara a sparare; Sofia che da Milano si rifugia con le sue provviste di tè e la sua biblioteca in un paesino al confine con la Svizzera; Zita, la mondina di Cavriago che ha il fratello partigiano e il fidanzato nell’esercito repubblichino; e ancora la confinata Cesira, Lela che comanda le ausiliarie di Salò nel Veneto; Carla che durante tutta la guerra fa la postina aspettando il ritorno del marito; Lucia che impara a guidare il tram a Milano e il marito non lo aspetta più; la Biki che continua imperterrita a preparare le sue collezioni di abiti da sera…: queste e tante altre sono le donne che ho avuto la fortuna di conoscere e di cui a un certo punto ho avuto voglia di scrivere la storia. Alla fine non ho scritto la storia di una soltanto di loro, benché per ognuna ce ne fosse abbondante materia e possibilità. Ho tentato invece di scrivere la storia di tutte queste donne insieme, attraverso gli anni che vanno dal 1940 al 1945: gli anni cioè del secondo conflitto mondiale.
Mi aveva sempre colpito il fatto che, parlando di quel periodo, Carla e Lucia, Marisa e Luciana, Lela e Cesira dicessero a un certo punto, come sovrappensiero: …però, in fondo, è stato bello. Un’affermazione curiosa, imprevedibile, se si pensa che gli avvenimenti ai quali si riferivano sono stati certamente tra i più tragici della nostra storia e della loro vita. Quell’affermazione doveva essere precisata e chiarita. …Però, è stato bello: forse perché sia pure tra le difficoltà e le tensioni della vita quotidiana, ognuna di loro – anzi potrei dire ognuna di noi – dovette imparare in quegli anni a decidere da sola, senza l’aiuto né la tutela di padri, mariti, fidanzati, …però, è stato bello: forse perché ognuna di noi divenne, nel pericolo e nella miseria, più padrona di se stessa.
La fame e la guerra spingono dunque le donne fuori di casa, le obbligano a cercare un lavoro, a prendere decisioni, ad aiutare coloro che sparano o a sparare loro stesse; le obbligano a uscire dal ruolo che era stato loro affidato dal fascismo e dalla Chiesa, di “moglie e madre esemplare”.
Questa uscita dal ruolo non avviene sempre coscientemente. In molti casi, al contrario, si giustifica proprio col desiderio di mantenere fede fino in fondo a una tradizionale immagine di sé. Ma, una volta vissuta, la trasgressione incide nella coscienza di tutte, rivelando l’esistenza e la possibilità di percorsi individuali sconosciuti, certo più accidentati ma anche più gratificanti di quelli che alle donne erano riservati in passato» (M. Mafai, dalla prefazione di Pane nero, 2012).

Le vite si incontrano, si intrecciano. Quella di Miriam Mafai si incrocia con quella di Catherine Spaak, che ci ha lasciato il giorno di Pasqua a 77 anni, in occasione di un’intervista che Spaak fece a Mafai durante una puntata di Harem, una fortunatissima trasmissione tutta al femminile portata avanti in Rai per ben quindici edizioni dall’attrice di origine belga. Spaak ha portato una ventata di modernità nella società italiana. L’attrice a sua volta fu protagonista di una bella intervista fatta da Tiziana Bartolini, l’attuale direttrice di NoiDonne, un altro punto di contatto con Miriam Mafai che diresse la rivista dell’Udi dal 1965 al 1970. Tiziana Bartolini riporta le parole di Spaak: «Trovavo che le donne italiane fossero molto in ritardo; il contrasto con la realtà francese era sconcertante. Ero stupefatta che le ragazze a 18 anni non andassero a vivere per conto loro, che fossero così controllate» (NoiDonne, novembre 2008).

Nel cinema Spaak aveva lavorato con nomi di prestigio, da Alberto Lattuada con il quale compì il suo debutto italiano in Dolci inganni (1960) a Bolognini, a Marco Ferreri, Comencini e Damiano Damiani. Fu diretta anche da Alberto Sordi e recitò sul set con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi. Quando il metoo era ancora molto lontano come metodo di denuncia di abusi a scapito delle attrici Catherine Spaak fece sentire la sua voce e fece conoscere le molestie ricevute in quanto donna sul set.  Solo Vittorio Gassman si scusò con lei.
È tempo di guerra e sentiamo parlare sempre di più di atrocità. Degli abusi e degli stupri accaduti da noi durante l’ultima (e speriamo rimanga tale) guerra ancora facciamo i conti. Le terribili cosiddette marocchinate, se ne contarono più di ventimila tra stupri e altre violenze, un ricordo che ancora vive in tanti uomini e soprattutto nel corpo di tante donne che ancora ne soffrono.
  
Linda Laura Sabatini, direttrice centrale dell’Istat, qualche giorno fa ha scritto: «Stupri di guerra anche in Ucraina. Corpi di donne terribilmente violati, corpi trasformati in campo di guerra… Nuove atrocità emergono, e tra queste non poteva mancare, purtroppo, una grande arma di guerra usata contro le donne e le comunità di cui fanno parte, gli stupri. Terribili testimonianze, come riporta la giornalista Brunella Giovara, fanno tornare nelle nostre menti un passato neanche tanto lontano. Quello delle donne yazidi schiave sessuali di Isis Daesh, quello delle nigeriane rapite da Boko Aram, quello delle donne in Darfur, quello degli stupri di guerra nella ex Jugoslavia, o in Ruanda, o in Sierra Leone, in Liberia, in Algeria subito dopo la seconda guerra mondiale.
L’elenco non ha fine e arriva anche agli stupri commessi contro le donne italiane a Sant’Anna di Stazzema, terribile pagina di orrore da parte dell’esercito francese, conosciuto con il termine marocchinate e passato fin troppo sotto silenzio. Non si tratta di un effetto collaterale delle guerre.
Dietro la brutalità degli stupri di guerra non c’è solo la volontà di dominio e di possesso dell’uomo sulla donna, che caratterizza gli stupri in generale. C’è qualcosa di più. C’è la volontà di annientamento delle donne e di una intera comunità. Le donne vengono ferite nel profondo della loro anima e del loro corpo con la penetrazione violenta non perché rappresentano un pericolo contingente in guerra, ma perché sono usate come oggetti, bottini di guerra, il loro stupro è il simbolo della conquista del territorio, anche nei confronti dei loro compagni o parenti condannati alla dolorosa impotenza. Stuprandole e seviziandole l’obiettivo è colpire le donne sì, annientarle nel profondo dell’anima, profanare i loro corpi, ma con esse anche gli uomini. Il messaggio è il dominio assoluto sulla comunità. E poi spesso c’è anche un altro aspetto, la pulizia etnica. Le donne possono generare nuovi nemici… Anche la barbarie dello stupro di guerra è vicina a noi, in Ucraina, come lo era in Bosnia, espressione della peggiore violenza patriarcale. E i nostri cuori piangono per questo ennesimo dolore grandissimo per le donne ucraine. Dobbiamo sconfiggere la violenza patriarcale prima che sia troppo tardi, con tutte le nostre forze. E soprattutto vegliare il più possibile sulle donne che fuggono, che sono tante, tantissime e come in tutte le guerre, insieme ai bambini, possono diventare vittime di tratta. Per tanti anni lo stupro è stato ignorato tra i crimini di guerra, persino al Tribunale di Norimberga e di Tokio. É solo a partire dagli anni Novanta dopo le atrocità in Bosnia che la situazione è cambiata…con l’istituzione di tribunali internazionali, quando a quei crimini è stato dato, anche grazie alla battaglia delle donne, uno specifico riconoscimento giuridico. Lo stupro è un crimine di guerra. I responsabili di questa atrocità dovranno risponderne» (13 aprile 2022).

Per dovere di cronaca, ma confessiamo anche con un certo fastidio, dobbiamo riportare la notizia di non procedimento nei confronti della Direttrice didattica del liceo Montale di Roma accusata di aver molestato e aver avuto rapporti sessuali con un alunno, comunque maggiorenne. Qui ne avevamo già parlato perché ci turbava l’atteggiamento dell’ambiente circostante la Direttrice e soprattutto quello dei media che avevano usato un trattamento diverso, con fotografie, nome e cognome per esteso, rispetto alle stesse notizie (se non più gravi) che hanno avuto come protagonisti insegnanti di sesso maschile. Alla Direttrice, dopo un’ispezione ministeriale, è stato riconosciuto di non aver violato il codice disciplinare (il ragazzo implicato non ha dato nessuna documentazione!). Ma ieri mattina sui muri della scuola è apparsa una scritta anonima e vandalica che riguardava la Preside: «Il titolo ce l’hai ancora ma la credibilità no». Tanto accanimento non era mai accaduto verso un docente maschio che, semmai, era risultato molestatore di ragazze impaurite e vittime di ricatto!

Lunedì è il 25 aprile. Un momento di riflessione proprio sul concetto di libertà di cui oggi si parla molto proprio perché messo in discussione dalla guerra. Il nostro 25 aprile 1945 segnò la fine del nazifascismo in Italia e il termine della guerra. Questa volta la data è ancora più importante perché, secondo noi, fa sentire il valore continuo nel quale la libertà è coltivata, non data mai per definitiva e scontata.
Insieme a voi oggi voglio riflettere su una frase del filosofo, matematico, attivista e pacifista britannico Bertrand Arthur William Russell (1872-1970) grande fautore della pace contro la guerra. Le sue parole siano, come quelle di Miriam Mafai citate all’inizio di questo editoriale, di monito a tutti e a tutte noi, soprattutto a chi tra noi è più giovane e ha in mano il mondo che verrà.

Ecco l’impulso del filosofo Russell all’agire che è guida al pensiero libero.
«Non smettete mai di protestare; non smettete mai di dissentire, di porvi domande, di mettere in discussione l’autorità, i luoghi comuni, i dogmi. Non esiste la verità assoluta. Non smettete di pensare. Siate voci fuori dal coro. Siate il peso che inclina il piano. Siate sempre in disaccordo perché il dissenso è un’arma. Siate sempre informati e non chiudetevi alla conoscenza perché anche il sapere è un’arma. Forse non cambierete il mondo, ma avrete contribuito a inclinare il piano nella vostra direzione e avrete reso la vostra vita degna di essere raccontata. Un uomo che non dissente è un seme che non crescerà mai».
(Bertrand Russell)

Buona lettura e buona festa di Libertà a tutte e a tutti.

È arrivato il momento di presentare gli articoli di questo numero. La guerra è entrata prepotentemente nelle nostre vite e per aiutarci a capire che cosa sta succedendo nella sua narrazione cominciamo con L’arte del dubbio, questa sconosciuta, in cui l’autrice ci mette in guardia sulla dicotomia che caratterizza il nostro modo di pensare e di schierarci, soprattutto in questi tempi tristi, e per contro ci fa intravvedere i vantaggi del pensiero flessibile. Bertha von Suttner, intellettuale pacifista è la donna di Calendaria che incontreremo, un’altra Nobel per la pace. Continuano gli appuntamenti con le nostre serie: per Viaggiatrici del Grande Nord l’autrice di Herstory: altre viaggiatrici, altri percorsi, prima di occuparsi delle mete delle italiane dopo l’Unità nel Grande Nord, considera brevemente le altre destinazioni e i loro resoconti, soffermandosi in particolare sull’Oriente. Via Maria Martinetti, o sull’importanza della musica come strumento per capire i cambiamenti sociali è la passeggiata meditativa di questo numero. Di musica e non solo si parla anche in La “fangirl isterica”: la demonizzazione della fan dalla Beatlemania a oggi, un articolo illuminante per scoprire quanta misoginia caratterizzi il rapporto dei gruppi musicali con le loro fan. Per Fantascienza, un genere (femminile). Giulia Abbate, Elena Di Fazio, Elisa Emiliani sono le tre giovani autrici di science fiction dalla scrittura avvincente e attenta ai temi della contemporaneità presentate in questo approfondimento.
Una biblioteca di Aosta intitolata alla partigiana Ida Desandrè
è uno degli articoli con cui celebriamo la giornata del 25 aprile, ricordando una figura che fu insignita della medaglia d’onore per gli internati nel lager e di quella della Liberazione nel 2016. «Ciò che le partigiane, però, capirono fin da subito fu l’importanza di quello per cui stavano andando a combattere. Non soltanto la libertà più grande e suprema del proprio Paese dal giogo della dittatura, ma per loro anche la possibilità di fondare dalle macerie della guerra una società che fosse più equa, giusta e inclusiva; che le volesse protagoniste nelle azioni e nelle decisioni e non più come appendice passiva e consensuale di ciò che gli uomini avevano il potere di scegliere». Questo e molto altro ci racconta l’autrice di Belle, ciao: la Resistenza delle donne.
Per Storie di donne che non si conoscono. Rukmini Devi è una figura femminile che vi affascinerà, sia perché è stata la prima donna parlamentare indiana, sia per il suo impegno animalista e il suo rapporto con Maria Montessori.
La recensione di questa settimana è sul libro Circe, di Madeline Miller. Ce ne parla l’autrice dell’articolo Circe, la donna nascosta dietro l’etichetta di Maga, una rivisitazione del personaggio omerico in chiave femminista. Neera e Paola, le altre “arpie” di casa Fallaci è il ritratto di due sorelle della giornalista e scrittrice che voleva farsi chiamare scrittore e del loro rapporto complesso e tormentato. Di libri si parla in un articolo che, partendo da una considerazione di Walter Siti, riflette sulla letteratura di moda e la letteratura furba, ed ha per titolo La letteratura (dell’infanzia) deve fare il bene?
Schegge di umanità tra i banchi di scuola
è il commovente racconto dell’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, ricco di sorprese ed emozioni, di una docente che ha scelto il sostegno ed ha l’assoluto privilegio di vedere all’opera tutti e tutte le docenti.
Si può avere una visione del mondo anche in cucina. In questi tempi cupi di guerra e sanzioni economiche, la ricetta che suggeriamo, augurandovi buon appetito, Ragù vegetale, ci insegna ad abituarci a non sprecare, allenandoci alla sobrietà e suggerendoci un piatto che si presta a molte soluzioni e in cui nulla andrà scartato.
SM

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Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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