L’arte del dubbio, questa sconosciuta

Diceva Socrate che non c’è moralità senza il dubbio, ma in questi tempi tristi di invasioni e di guerre prevale come mai prima un tipo di pensiero che rifiuta il dubbio: lo sguardo dicotomico, il colpo di sciabola che separa nettamente due opposti, tutto ciò che ricade nel linguaggio facendo eliminare il modo congiuntivo dei verbi, la forma avversativa delle proposizioni. Si tratta di una distorsione cognitiva: una delle tante che possono compromettere la nostra capacità di giudizio e di decisione perché deformano o non considerano tutto ciò che va in contrasto con la visione bianco/nero.
La frattura della realtà causata dal pensiero dicotomico costruisce barriere, confini, steccati. La guerra degli opposti opera nella nostra vita quotidiana, privata e sociale così come imperversa nel mondo politico militarizzato. Si fanno distinzioni nette, rigide e permanenti. Si riduce il multiforme, complesso, a volte indecifrabile caos che è la realtà delle persone, degli eventi e della storia a due sole categorie che si escludono o che sono in irreparabile conflitto. Si prevede e si fa in modo che ne esca un solo vincitore, non importano i costi. Quante bandiere sui cimiteri!
Sono processi psicologici viziati che portano a interpretare in maniera disadattiva gli eventi che accadono: non si limitano a storture individuali se diventano cultura collettiva.

Nella lingua, nelle arti, nel diritto, nella storia, in moltissimi campi la polarizzazione è uno degli sforzi più intensi e persistenti che la società si incarica di esercitare sotto ogni forma, consapevolmente o no; quasi avvertisse oscuramente la fragilità della diversificazione e ne temesse l’ambiguità come minaccia. L’intera nostra esperienza si consuma entro polarizzazioni ossificate, costruite su sfondi essenzialisti, calate in apparati discorsivi che hanno l’aria della coerenza perché li definiamo “naturali”: spirito/materia, universale/particolare, esterno/interno, razionalità/affettività, attività/passività, separazione/fusionalità, iniziativa/reazione, conquista/resa, vittoria/sconfitta, autonomia/oblatività, dominio/sottomissione, forza/debolezza, libertà/necessità, produzione/riproduzione, oggettività/soggettività, astrazione/concretezza e perfino testa/cuore, pieno/vuoto, cielo/terra, sole/luna, luce/buio, secco/umido, caldo/freddo…
Tutti e tutte abbiamo in testa le nostre belle schematizzazioni dicotomiche con le loro maiuscole: Natura e Cultura. Oriente e Occidente. Pace e Guerra. Amico e Nemico. Pubblico e Privato. Vizio e Virtù. Destra e Sinistra. Ragione e Sentimento… Il pensiero dicotomico è rassicurante, specie se chi pensa mette automaticamente se stesso dalla parte della ragione, della giustizia, della verità o addirittura di Dio. 

Aprite un giornale, guardate un sito di notizie, ascoltate un tg e fate un elenco di quanti esempi di pensiero dicotomico trovate: quanti guelfi o ghibellini si esprimono nello stile del derby? Mai come ora, mai in modo così palese: la guerra non opera solo nel campo di chi combatte ma agisce sulle menti di chi assiste. Il pensiero dicotomico è rassicurante nel breve periodo (ciò che non si colloca entro il campo dato è ciò che abitualmente definiamo “insensato”, ci dà ansia, cerchiamo di non guardarlo), ma a lungo termine presenta molti svantaggi:

– limita la capacità di capire il mondo, che non è solo bianco o nero, che soprattutto non è bianco o nero sempre, dappertutto e alla stessa maniera;
– riduce la quantità delle scelte a disposizione e cancella ogni possibilità di mediazione e di sintesi;
– a furia di cancellare scelte possibili è facile sentirsi o furiosi o impotenti, e entrambe le cose nello stesso momento: una brutta sensazione;
– preclude soluzioni creative: se i confini sono tracciati, i giudizi sono inappellabili e il percorso giusto è uno solo, non resta spazio per alcuna alternativa nuova;
– è un pensiero di tipo egocentrico e infantile: i bambini non hanno strumenti cognitivi sufficienti per cogliere la gradualità e le sfumature o per accettare l’ambiguità;
– induce alla depressione: ciò che non va bene non potrà che continuare ad andar peggio. Ciò che è sbagliato diventerà irreparabile. Ciò che è brutto diventerà mostruoso, ciò che è pauroso diventerà terrorizzante, ciò che è negativo diventerà catastrofico… senza scampo.

Anche il genere è stato costruito come sistema di valori per cui sono concepibili solo due tipologie umane, solo due modalità di comportamento sono accettabili, solo due destini sono possibili, e sono determinati dagli organi riproduttivi con cui si nasce. Che poi la differenza diventi facilmente gerarchia, è storia vecchia.
Per invertire il pensiero dicotomico sarebbe bene promuovere la flessibilità cognitiva, possibilmente sin dalla tenera età. Il pensiero flessibile dà forma a uno stile di vita che consente di adattarsi meglio alla complessità dell’ambiente e di stare meglio con gli altri. Il pensiero creativo si esprime nella formula “e – e”: orienta cioè a includere piuttosto che a escludere. Educa alla differenza e alla molteplicità.
Possiamo insegnare nuove cose entro una cornice data oppure possiamo cambiare il modo di inquadrare le cose. Sono due processi differenti: comportano due modi diversi di rapportarsi a sé stesse/i e al mondo. Sta a noi scegliere quale avrà esito più felice.

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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