Editoriale. Nel nome di mia madre

Carissime lettrici e carissimi lettori,

una volta, fino a non tanto tempo fa, era segno di vergogna. Portare il cognome della madre voleva dire essere nate/i illegittimi/e, figli e figlie del peccato. Se era la donna a dare il cognome al nascituro o alla nascitura significava che il padre, vero padrone della successione, non c’era o non voleva o poteva riconoscere chi era stato/a generato/a. Sui documenti rimaneva l’onta, simile a quello stigma del figlio di n.n, nescio nomen (o nomen nescio), non so il nome, per chi non aveva neppure la consolazione del riconoscimento materno. L’uomo, il maschio, aveva messo in atto un gran rifiuto. Il cognome, quello che in inglese è detto seccamente e semplicemente surname, è molto più del nome proprio, è il segno della nostra identificazione sociale e pubblica. Fino ad oggi, in Italia, è stata l’impronta più marcata del maschilismo dominante e della significazione patriarcale della famiglia. 
Ora i figli e le figlie possono portare il cognome della madre e del padre, lo decidono insieme i genitori e comunque è cancellato per sempre l’obbligo automatico di ricevere solo ed esclusivamente dal padre la propria nominazione e di trasmettere ad altri figli e figlie lo stesso cognome in automatismo: anche in questo caso solo se si è maschi!
«La Corte costituzionale ha stabilito che questa pratica è discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio, perché il cognome costituisce un elemento fondamentale dell’identità personale. È un passaggio cruciale, sancisce la fine di un ordine gerarchico all’interno dei ruoli genitoriali. Dimostra che chiunque vive in un nucleo familiare è garantito e protetto dagli adulti che scelgono di farlo, in eguale misura e di qualsiasi genere essi siano. Cioè la Corte costituzionale ha stabilito che quanto in origine aveva significato e utilità è stato superato da nuove condizioni sociali, culturali, persino politiche.
Come si fa a spiegare a un ragazzo di diciotto anni che fino a ieri a chi nasceva, o entrava in una famiglia, veniva attribuito automaticamente il cognome del padre? Cresciuto in questi anni, faticherà a capire perché era il padre e non la madre, dal momento che intorno a lui niente giustifica questa discriminazione. Loro lo sapevano già, che serviva il doppio cognome. Le democrazie sono lente, ma non possono essere immobili se non vogliono perdere del tutto la presa sul mondo. Un buon metodo è tenere conto di quello che accade… Benvenuto al doppio cognome, e benvenuto ogni adeguamento legale che corrisponda a un tempo nuovo. Una democrazia sana è una democrazia che ha la forza di consentire, lasciare spazio, far crescere. Che sa allargare, includere, permettere. Che raddoppia, anche i cognomi» (Elena Stancanelli).

Il tempo e le leggi aggiusteranno il tiro. Il nostro Paese è stato il fanalino di coda su questo argomento. Nel resto del mondo la linea matriarcale in fatto di cognome alla prole era già cosa nota e data legalmente. In Italia ora potrà scegliere anche il figlio o la figlia una volta diventato/a maggiorenne. I tempi del diritto di famiglia rendevano questa automaticità anomala ma, soprattutto, anticostituzionale perché non prevedeva una parità effettiva tra le parti genitoriali.
In molti altri paesi europei funziona diversamente già da tempo. Le leggi, pur diverse nei vari Paesi, sono tutte ispirate allo stesso principio: quello della possibilità di dare al proprio figlio o alla propria figlia al momento della nascita il cognome paterno, materno o quello di entrambi i genitori.

In alcuni paesi, se non c’è accordo tra i genitori, si opta per entrambi i cognomi, che si susseguono secondo l’ordine alfabetico, come, per esempio, succede in Francia. In Lussemburgo è previsto, invece, un sorteggio, mentre in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia, se non viene data un’indicazione in proposito, viene apposto d’ufficio il cognome della madre (un ribaltamento della situazione!). Così succede anche in Austria. La Spagna, insieme ai paesi dell’America latina (quasi tutti) rappresenta un’eccezione: infatti vige la regola del “doppio cognome”, per cui i figli portano il primo cognome di entrambi i genitori. Pace è fatta, la democrazia è salvaguardata e così, almeno in questo caso, la parità di genere, insieme alla Costituzione. Almeno questa volta le donne non sono invisibili!

A Venezia Cecilia Alemani, prima italiana (ma non prima donna) curatrice della cinquantanovesima Esposizione Internazionale d’Arte non gradisce che si dica che la sua sia una Biennale delle donne. Avrà le sue ragioni, ma certo stando ai numeri le artiste presenti in laguna, tra l’Arsenale e i Padiglioni dei Giardini, sono davvero tante.
Al femminile: cominciando dall’autrice del libro che dà il nome alla manifestazione, Il latte dei sogni, (The milk of dreams), un libro di favole, pieno di personaggi e di disegni davvero surreali pubblicato anche in Italia, da Adelphi. L’autrice in questione è Leonora Carrington (1917-2011) una pittrice e scrittrice britannica che ha lasciato l’Inghilterra per il Messico, un’artista che a ragione è stata definita da Salvator Dalì come «la più grande artista surrealista-donna».
«Il vero tema è che a Venezia la curatrice Alemani riscriverà la storia dell’arte. Più dell’80 per cento dei nomi invitati a partecipare è donna, o appartenente a un genere non binario. Gli uomini, per la prima volta, sono in minoranza.
Ai Giardini e all’Arsenale, si intrecciano al percorso principale cinque capsule del tempo: allestimenti negli allestimenti (a cura del duo di designer Formafantasma) che riposizionano la creatività femminile al centro dei movimenti artistici del Novecento, dal surrealismo all’arte cinetica e programmata. Il titolo dell’esposizione, Il latte dei sogni, si deve al libro per bambini della pittrice surrealista Leonora Carrington, che fugge dall’Inghilterra al Messico e attraversa il XX secolo.» «L’ho scelta come compagna di viaggio – spiega Alemani, che torna in laguna dopo il Padiglione Italia del 2017 – Un viaggio che si concentra attorno a tre aree tematiche: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra». (Dario Pappalardo).

Ma ha ragione Alemani. Si sminuisce il valore della mostra guardandola soprattutto, se non unicamente, dal numero delle presenze femminili. Sono tante le donne e soprattutto africane, questo è un elemento importante. Ci sono anche 180 nuove presenze, artiste e artisti mai arrivati/e nella manifestazione veneziana. Però fondamentale è questo sguardo al destino dell’umanità dopo due anni di pandemia, il rapporto con ciò che ci circonda e dobbiamo saper conservare. I personaggi surreali e fantastici di Carrington si adattano e sono presenti in ogni angolo di questa Biennale. Chissà, anche un collegamento dallo Spazio. Quello Spazio dal quale giovedì ci sono arrivate le bellissime e gioiose immagini di Samantha Cristoforetti e dei dieci, tra colleghi e colleghe, ritrovati nella stazione spaziale. Che i calorosissimi abbracci con questa donna, caparbia nei suoi sogni da realizzare, siano di buon auspicio per il tempo che ci aspetta e aspetta le donne sempre più presenti nella scienza! E che valgano le parole di Cristoforetti, criticata parecchio per il suo ruolo di scienziata e contemporaneamente di madre e di compagna di vita: «La terra dallo spazio è troppo piccola perché arrivino le voci fino a qui». Contro ogni pregiudizio e stereotipo!

Domani è il Primo maggio, la Festa del lavoro, ancora in tempo di pandemia, e in tempo di guerra e di guerre. Il lavoro in questo periodo di pandemia è stato davvero un punto dolente. Le donne, lo abbiamo sentito da più parti, sono quelle che hanno sofferto particolarmente e che in numero maggiore hanno perso o diminuito drasticamente le ore di impegno lavorativo, oltre a passare un numero più elevato di ore di lavoro da casa, dove è aumentato così l’impegno delle donne per la cura domestica.
Ma soprattutto spaventa l’incremento esponenziale degli incidenti sul lavoro. Le cosiddette morti bianche sono una piaga sociale che spesso sottende un lavoro non regolare. Un rafforzamento delle punizioni forse attenuerà questa strage. Le denunce di incidenti con esito mortale solo nel primo trimestre del 2022 sono state 189 (+2,2%). In aumento anche le patologie di origine professionale: 14.517 denunce (+6,9%). Le patologie interessano il sistema osteo-muscolare e il tessuto connettivo. Ai primi posti tra le malattie denunciate quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, seguite dai tumori e dalle malattie del sistema respiratorio. Aumentano anche le morti al femminile e di chi ha meno di quaranta anni. Nei primi trimestri del 2021 e del 2022 i casi mortali femminili denunciati sono passati da 14 a 24, mentre la mortalità maschile scende da 171 a 165.
Secondo i dati Inail, sono in aumento le denunce dei lavoratori italiani (da 158 a 163), in calo quelle dei comunitari (da 9 a 8) e in parità quelle degli extracomunitari (18 in entrambi i periodi). Dall’analisi per classi di età, da segnalare gli aumenti dei decessi tra gli under 40 (da 34 a 49 casi) e tra i 45-49enni (da 22 a 24), in calo quelli tra i 40-44enni (da 17 a 16). (dati Inail e Sky24).
Con il Primo maggio si apre però esplicitamente la bella stagione con la voglia di spiaggia, di mare, di passeggiate fuoriporta, di abiti leggeri.

Francesco Guccini nella sua ballata dei dodici mesi cantava: «Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera, /il nuovo amore getti via l’antico nell’ ombra della sera, nell’ ombra della sera/ Ben venga Maggio, ben venga la rosa che è dei poeti il fiore/mentre la canto con la mia chitarra brindo a Cenne e a Folgore, brindo a Cenne e a Folgore…»  
La canzone di Guccini ci porta a un poeta dei banchi di scuola, Angelo Poliziano (1454-1494) da cui sicuramente Guccini ha tratto ispirazione.  In questa ballata l’autore descrive i riti del giorno di Calendimaggio in cui a Firenze i giovani offrono rami fioriti alle loro innamorate e prendono parte a giostre e gare per conquistarne il cuore, nel pieno della primavera vista come la stagione dell’amore per eccellenza. «Il testo contiene un edonistico invito a godere dell’amore e della giovinezza…una prospettiva analoga a quella di altre liriche dell’Umanesimo, dello stesso Poliziano e di altri, incluso Lorenzo il Magnifico». Che dal quindicesimo secolo arrivi dunque a tutte e a tutti, per consolazione, una ventata di allegria, di primavera e di voglia di gioco!

Ben venga maggio
e ‘l gonfalon selvaggio!
Ben venga primavera,
che vuol l’uom s’innamori:
e voi, donzelle, a schiera
con li vostri amadori,
che di rose e di fiori,
vi fate belle il maggio,
venite alla frescura
delli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
fra tanti damigelli,
ché le fiere e gli uccelli
ardon d’amore il maggio.
Chi è giovane e bella
deh non sie punto acerba,
ché non si rinnovella
l’età come fa l’erba;
nessuna stia superba
all’amadore il maggio.
Ciascuna balli e canti
di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
van per voi, belle, in giostra:
qual dura a lor si mostra
farà sfiorire il maggio.
Per prender le donzelle
si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
a’ vostri innamorati,
rendete e cuor furati,
non fate guerra il maggio.
Chi l’altrui core invola
ad altrui doni el core.
Ma chi è quel che vola?
è l’angiolel d’amore,
che viene a fare onore
con voi, donzelle, a maggio.
Amor ne vien ridendo
con rose e gigli in testa,
e vien di voi caendo.
Fategli, o belle, festa.
Qual sarà la più presta
a dargli el fior del maggio?
Ben venga il peregrino.
Amor, che ne comandi?
Che al suo amante il crino
ogni bella ingrillandi,
ché gli zitelli e grandi
s’innamoran di maggio.

Buona lettura a tutte e tutti.

É venuto il momento di presentare gli articoli di questo numero, con un doppio appuntamento per le donne di Calendaria: Anita Augspurg, femminista tedesca dai molteplici interessi, pacifista, prima tedesca a laurearsi in legge, che si è battuta contro ogni forma di discriminazione e per l’indipendenza delle nazioni oppresse e Leena Peltonen: il lato umano della genetica, scienziata accademica che ha contribuito a identificare i geni di molte malattie ereditarie.

Per la serie Viaggiatrici del Grande Nord incontriamo Una voyageuse en fauteuil: Maria Savi Lopez, etnologa ante litteram, figura poliedrica, amante della scrittura e del mare, attratta dal folklore e dalle tradizioni alpine. A piedi e in bicicletta con le donne della Resistenza a Roma ci propone una passeggiata per la capitale, raccontandoci tappa per tappa la storia di Adele Bei, Egle Gualdi e Adele Maria Jemolo. Le nostre passeggiate meditative pavesi oggi descrivono Via Pellegrina Amoretti, o sulle donne come polmone culturale dell’Italia, raccontando della prima donna italiana a laurearsi in legge, con interessanti riflessioni sul rapporto tra genere, studio, impegno e risultati scolastici.

Continua anche la nostra diffusione di modelli di donne interessanti e invisibilizzate: leggeremo di Ketanji Brown Jackson, prima giudice afroamericana della Corte Suprema negli Usa, una storia di riscatto sociale e di grande impegno; e di una grande cantautrice e pittrice, nell’articolo Dal palco alla platea: omaggio alla carriera di Joni Mitchell. Per la sezione Tesi vaganti, l’autrice di Disuguaglianze di genere nei ruoli di rappresentanza e leadership ci presenta il suo lavoro: la Gender equality. Una costante utopia nel panorama italiano, fonte preziosa di dati e riflessioni, che attestano quanta strada ci sia ancora da fare nel nostro Paese per raggiungere il quinto degli obiettivi di sviluppo sostenibile del millennio. A tale proposito è da salutare con gioia la sentenza della Corte Costituzionale, che ancora una volta è stata di stimolo a un Parlamento ingessato e dormiente nella piena attuazione dell’articolo 3 della Costituzione. Ce ne parla anche l’articolo Nel cognome della madre. 

Di educazione sessuale nelle scuole e di un’esperienza innovativa leggeremo nell’articolo È importante parlare di sessualità, intervista a quattro ostetriche insoddisfatte dell’esperienza ospedaliera che relegava il rapporto con le donne al solo momento del parto e che anche per questo hanno fondato l’associazione Selene. 

Ed ora qualche consiglio di lettura per il mese di maggio che sta arrivando. Il primo è sul libro Le dannate del mare. Donne e frontiere del Mediterraneo, di Camille Schmoll. L’autrice di Donne e frontiere nel Mediterraneo ci ricorda che «Osservare le questioni migratorie a partire dal punto di vista delle donne permette di considerare diversamente le società di partenza e di accoglienza […] Ciò […] equivale a costituire le donne come soggetti politici della loro propria storia». Il secondo è il quinto volume della collana Italiane, della teologa Adriana Valerio in cui l’autrice di Maria Montessori, una vita in prima linea rilegge le scelte di vita e di pensiero di «una donna che seppe cambiare la società in cui visse aprendola a nuove visioni di vita e di libertà». Il terzo riguarda il libro di Lia Levi, Ognuno accanto alla sua notte, un romanzo delicato in cui, come scrive l’autrice dell’articolo che ce lo presenta «non ci sono atti di accusa, né contro il regime, né contro la guerra, né contro i complici di simile barbarie, né contro i capi della comunità ebraica romana spesso tacciati di essere stati miopi e paurosi nei confronti di ciò che stava avvenendo».

Allarghiamo lo sguardo e affrontiamo La fine della pace, il titolo eloquente e terribile dell’ultimo numero della rivista Limes, in una sintesi che mette in luce «il silenzio dei popoli muti» di fronte a una guerra muscolare che contrappone non sola la Russia all’Ucraina, ma l’ex impero zarista all’Occidente. «La vita è il dono più prezioso per l’umanità, eppure gli uomini continuano a provocare le guerre». Sono parole del poliedrico artista e dissidente cinese Ai Weiwei per la prima volta alle prese con un’opera lirica, ricordate nel ricco e approfondito articolo La Turandot dei primati, l’opera di Puccini per la prima volta diretta da una donna ucraina, Oksana Lyniv. E di accoglienza dei bambini ucraini si parla nell’articolo L’accoglienza di studenti ucraini nelle scuole italiane e l’educazione alla pace che, partendo dalle indicazioni ministeriali, procede con la descrizione di esperienze virtuose di quelle scuole in cui, senza discorsi retorici, si fa sperimentare ai bambini la pratica dell’ascolto delle ragioni dell’altro/a.
In chiusura una ricetta sostenibile, dopo il ragù vegetale di settimana scorsa: Insaporitore vegetale con gli scarti delle verdure, per realizzare in casa un dado veramente naturale.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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