La fine della pace. Il n. 3/2022 di Limes

«Trent’anni fa scambiammo la fine della pace per la fine della guerra. Inversione di parole e cose: avendo bollato «guerra fredda» la lunga tregua europea, preferimmo trascurare che crollato un ordine fondato sull’equilibrio del terrore e non avendone negoziato uno nuovo fra vincitori (involontari) e vinti (suicidi), l’instabilità sarebbe stata la cifra del nostro futuro. Altro che Pax Europaea». Così inizia l’editoriale di Limes in edicola da fine marzo, come sempre denso di spunti e suggestioni. E continua: «Paghiamo il prezzo di non aver regolato sull’onda dell’Ottantanove i rapporti con Mosca. Noi occidentali, Stati Uniti in testa, avremmo potuto e dovuto intendere allora che senza includere la Russia più debole di sempre nei nuovi equilibri continentali ci saremmo poi o prima imbattuti nel suo fantasma avvelenato, gonfio di frustrazione come ogni potenza umiliata. Il revisionismo dei vinti è l’altra faccia dell’arroganza dei vincitori». E ancora: «Avevamo dimenticato quella mina nucleare sepolta alla frontiera del mobile recinto atlantico. Potevamo disinnescarla per tempo. Includendone il proprietario nei nuovi equilibri continentali. La lezione della pace chiamata guerra fredda era lì a ricordarcelo…».

Il volume uscito il 28 marzo è ricco, come sempre, di articoli di diversa ispirazione ed è stato curato in gran parte dall’esperta di Russia Orietta Moscatelli. Molti approfondimenti sono dedicati alle armi, quelle possedute dagli ucraini e dai russi, ma anche quelle inviate dall’Occidente, che ci danno il quadro dello sforzo bellico messo in campo in questa «guerra per procura». Su questi articoli non mi soffermerò, perché sono elenchi di mezzi e munizioni che tutti potranno reperire se leggeranno, online o in cartaceo, il volume.
Mai come in questo numero i diversi punti di vista dei suoi autori e delle sue autrici sono utili a noi occidentali per allargare lo sguardo e comprendere le ragioni, la storia e gli interessi delle parti in causa, non solo la Russia e l’Ucraina, ma molti altri Stati e potenze nel mondo, senza mai dimenticare che la geopolitica è lo studio delle interazioni e spesso dei conflitti tra Stati e collettività nei diversi territori e che non tiene in alcuna considerazione le ideologie o i giudizi morali. Gli articoli più significativi sono senza dubbio quelli di opinionisti/e e studiosi/e russi/e e ucraini/e con le loro diverse narrazioni.

 In Questa è la nostra rivoluzione d’ottobre Vitalij Tret’iakov, giornalista, preside della Scuola superiore per la televisione dell’Università statale Mikhail Lomonosov di Mosca, premesso il riconoscimento di Limes come l’unica rivista veramente pluralista nell’Unione Europea, sostiene che in Europa regna «una propaganda primitiva e russofoba» e che le opinioni dissenzienti non soltanto non vengono recepite, ma nemmeno espresse. Per capirne il punto di vista rinvio all’intero articolo, in cui Trt’iakov rivendica l’appartenenza dei russi all’Europa (diversa dall’Unione Europea) e dà una lettura della storia che appartiene a chi si sente ancora figlio di una superpotenza. 

Ben tre sono gli articoli scritti da Ucraini: Come noi ucraini teniamo in scacco i russi, una conversazione di Greta Cristini con Evhenij Alhimov, ufficiale militare e addetto stampa del governatore di Odessa, che minimizza l’apporto delle milizie filonaziste ucraine alla guerra e riferisce di treni in Ucraina pieni di soldati russi morti, di cui dai russi non è data conferma alle famiglie. La Russia dice di aver perso meno di 600 persone finora, mentre, secondo i calcoli degli Ucraini, i morti sarebbero 6 mila e 15 mila quelli che non potranno più tornare a combattere, considerando feriti, amputati eccetera». Non bevetevi la propaganda russa, di Oxana Pachlovska, è un’analisi accurata dell’acquiescenza di ambienti politici, giornalistici e intellettuali italiani alla narrazione del Cremlino. In questo articolo non si dà credito alla volontà di denazificazione dell’Ucraina da parte di Putin, anzi si tende a dimostrare che i suoi comportamenti sono nazisti, anche simbolicamente, a partire dalla “Z”, che sarebbe una svastica rovesciata, riportata sui mezzi militari; Il problema non è solo Putin, sono i russi è l’altro approfondimento ucraino.

Particolarmente significativo per capire che cosa sta succedendo nel Paese che ha il territorio più grande del mondo è il pezzo di Orietta Moscatelli, L’isola Russia, in cui la collaboratrice di Askanews sottolinea come Putin e il suo popolo si sentano non gli aggressori, ma gli aggrediti, dal 2014, da quando, dopo l’annessione della Crimea, sono state applicate le sanzioni, che hanno isolato sempre più la superpotenza. E che Putin, secondo la sua visione della storia, starebbe difendendo la Fortezza Russia dall’Occidente, con il consenso della popolazione e l’ispirazione di alcuni economisti ed intellettuali. «Il percorso che ha portato alla guerra in Ucraina è iniziato molto tempo fa ed è precipitato in dinamica bellica dopo una fase negoziale con gli Usa che il Cremlino pensava potesse portare qualche risultato concreto».
Per ora il consenso di Putin è in aumento, ma prima o poi dovrà fare i conti sia con il numero delle vittime tra i soldati russi che con le conseguenze economiche delle sanzioni durissime imposte dall’Occidente. Da leggere con attenzione anche l’articolo di Giorgio Cella, La Russia è in Ucraina per tornare impero. In Perché è fallito il blitz di Putin dell’analista militare Nicola Cristadoro abbiamo un’analisi accurata dei piani militari di Putin sull’Ucraina e dell’iniziale fallimento degli stessi. Ciò che più colpisce in questa testimonianza è la descrizione del morale delle truppe russe impegnate nei combattimenti.

Numerose sono le diserzioni e i suicidi tra i soldati di leva e i kontratniki (soldati a contratto) che costituiscono la parte più consistente delle truppe russe sul campo. I russi stanno impiegando i mercenari della Wagner, forze speciali e veterani capaci di sopportare l’impatto fisico e psicologico del combattimento casa per casa. Questi soldati entrano negli edifici e sparano a ogni cosa e persona che si trovano davanti. L’ufficiale dei bersaglieri, conoscitore esperto dei corpi militari russi, termina la sua analisi sostenendo che la guerra è connaturata all’uomo e che, pur essendo qualcosa di esecrabile, è un pericolo incombente «e pertanto, se malauguratamente necessario, bisogna saperla fare». 
Dopo due guerre mondiali in territorio europeo e una Costituzione operatrice di pace forse ci eravamo illuse/i che affermazioni di questo genere non ci sarebbero più state. Di strategia di contenimento verso la Russia parla l’articolo di Klimmage, Il ritorno del contenimento, che ci descrive il punto di vista statunitense sulla guerra in Ucraina, richiamando la dottrina di Kennan verso l’Urss e dichiarando apertamente l’interesse e il coinvolgimento degli Usa in Ucraina, che, come dimostra Ferrante in Le armi della Nato in Ucraina, risale a molto tempo fa. «Negli ultimi 14 anni i paesi dell’Alleanza Atlantica hanno rifornito Kiev di materiale bellico e addestrato le Forze armate ucraine. Primi furono i lituani, imitati da polacchi, cechi e turchi. Ma la parte del leone spetta a Stati Uniti e Gran Bretagna».

Dall’inizio della guerra sentiamo parlare di Donbass e l’articolo di Luca Steinman, Lettera da Donec’k, Russia, ci dà un quadro fedele di ciò che sta succedendo nell’autoproclamata repubblica di Donesk, dal 2014 sede del conflitto tra filorussi e ucraini, raccontandoci della propaganda russa e dell’atteggiamento indifferente, ormai quasi apatico, della popolazione. «A differenza di Kiev, Kharkiv o Leopoli, qui i cittadini sono abituati a vivere una costante situazione di crisi da otto anni, durante i quali i bombardamenti tra i due fronti non si sono mai veramente fermati. Le manifestazioni di patriottismo panrusso sono rare, ma lo sono anche quelle di bellicismo antirusso che invece divampano in altre zone del paese. L’impressione è che ci sia molto poco spazio per l’ideologia e che la popolazione locale sia spesso disposta ad accettare gli aiuti di Mosca per sopravvivere. Questione di convenienza, senza che questo corrisponda a una russofilia geopolitica».
Venendo a trattare dell’Unione Europea, Doug Bandow, in Il nemico perfetto non capita tutti i giorni, fa un’analisi spietata dei limiti di questa organizzazione sovranazionale, mentre riconosce che l’invasione di Putin in Ucraina un provvisorio risultato lo abbia avuto: ricompattarla e riavvicinarla agli Usa. «Invadendo l’Ucraina, Putin si è offerto nemico perfetto ricompattando le due sponde dell’Atlantico. Ma questa compattezza non durerà. Quando la crisi Ucraina recederà, americani ed europei dovranno prepararsi a un futuro terribilmente simile al passato. Ma con sfide più serie e frequenti». Sempre a proposito di Unione Europea è interessante leggere l’appello del cinese HU Chunchun, La Cina all’Europa: le sorti del mondo sono nelle tue mani. La globalizzazione che ha caratterizzato le nostre vite ci richiede di essere in relazione con tutte le culture e i Paesi del mondo. É quindi imprescindibile confrontarsi con le culture e i punti di vista dei soggetti con cui veniamo a contatto e capire come ci vedono. 

«Ben prima dell’escalation militare la Russia – scrive Hu Chunchun – aveva mostrato le proprie carte alla Nato e all’Ucraina, dichiarando in sostanza che l’Alleanza Atlantica non avrebbe potuto continuare a espandersi verso est e che Kiev sarebbe dovuta rimanere neutrale», ribadisce il Direttore del Master in Studi europei della Shanghai Academy of Global Governance and Area Studies, conoscitore della storia europea, che continua così: «Da un lato l’Europa si pone come faro della civiltà moderna; dall’altro lato ha portato più volte l’umanità sull’orlo della rovina e della distruzione. La cultura europea moderna pare pertanto possedere i tratti di un Giano bifronte: un volto orrendo di barbarie, mascherato da una sacra facciata di valori e idee assoluti.

Di rado nella storia europea si accettano critiche extra-europee al proprio irremovibile senso messianico universale (…) Nel conflitto attuale non sono affatto in gioco la libertà contro la repressione e la tirannide; si tratta, invece, del perpetuarsi di una logica storica intrinseca all’Europa moderna. È giunto il momento che i cittadini europei pongano fine a questo folle gioco a somma zero.» Lo studioso cinese ricorda anche il punto di vista africano della studiosa kenyota Martha Bakwesegha-Osula sul conflitto russo-ucraino: «European solutions to European problems!» E conclude: «In questo esatto momento l’Europa è chiamata ad assumersi la responsabilità storica della pace nel mondo».
Di Unione europea trattano molti articoli di questo numero, dedicati soprattutto al riarmo della Germania, la quarta economia del pianeta dopo Stati Uniti, Cina e Giappone che diventa così anche terza potenza dopo Stati Uniti e Cina per spesa militare, stanziando un fondo speciale da 102 miliardi di euro per la difesa –da inscrivere in costituzione e proponendosi di devolvere ogni anno il 2% abbondante del Pil alle Forze armate.  Altri articoli trattano delle preoccupazioni della Francia, con il refrain della necessità per l’Unione Europea di riarmarsi o di costituire finalmente quella Difesa Europea che non si è mai riusciti a creare o quanto meno di creare un’alleanza armata tra Germania, Francia, Spagna e Italia, seconda potenza militare europea. Sulla Polonia, primo Stato a riconoscere l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, e sulla Romania ci sono interessanti approfondimenti, tra cui un excursus storico dei rapporti tra polacchi e ucraini, molto tormentati e segnati da avvenimenti, come la strage di Volinia, su cui occorrerebbe meditare. Di questo noi europei occidentali sappiamo pochissimo, anche se la guerra ci ha fatto conoscere Leopoli, città ucraina che si sente polacca.

 Dall’articolo di Mussetti, Romania, bastione imprescindibile apprendiamo che la Moldova, paese poverissimo, ospita, in relazione alla sua popolazione, il maggior numero di profughi ucraini, e che la Transnistria separatista è la sede del più grande deposito di munizioni dell’Europa centro-orientale. «L’arsenale sotto giurisdizione russa è ubicato a Cobasna/Kolbasna, a soli due chilometri dal confine ucraino, e ospita oltre 20 mila tonnellate di munizioni. Una deflagrazione accidentale o dolosa (gli ucraini potrebbero bersagliare il deposito) arrecherebbe enormi danni ambientali e umani all’intera regione».

Altri articoli sono dedicati all’Italia e alla sua collocazione in questa guerra, ma quello che mi piace segnalare è Ricominciamo dallo Stato, di Paolo Peluffo, una critica accurata e documentata alla politica europea dell’austerity e un invito a riconsiderare la programmazione e l’intervento dello Stato nell’economia, in linea con la Costituzione italiana del 1948, e a formare una pubblica amministrazione composta da persone giovani, oltre all’incitamento allo studio, rivolto alle nuove generazioni, dopo che l’emigrazione di circa un milione di italiani ha regalato all’estero risorse preziose preparate nel nostro Paese da una scuola vilipesa e impoverita da trent’anni ma ancora tra le migliori del mondo. Di traffico di esseri umani si parla in La Rotta balcanica è ancora aperta di Paolo Sartori, mentre Non di solo gas. Chi sta vincendo e chi sta perdendo nella nuova geoeconomia di Fabrizio Maronta affronta il problema dei rapporti commerciali con la Russia dopo le sanzioni Ue.

In chiusura, torniamo all’editoriale di questo numero, Il silenzio dei popoli muti. Per come si sta evolvendo il conflitto russo-ucraino riguarda tutta l’umanità, attuale e futura. «La fine della pace a tempo indeterminato, dovuta al coinvolgimento diretto o indiretto di tutte le potenze nella battaglia per il Donbas (!) è peggio dell’inizio di una guerra che si possa certamente circoscrivere, come tutte le altre in corso. Altrove la pace era già evaporata o mai davvero stabilita. Ma se la pace finisce in Europa, il mondo cambia davvero». Come non apprezzare, dunque, la scelta di Caracciolo di riportare le parole di una donna, per ispirarci nella fase davvero epocale che stiamo vivendo.

L’editoriale si chiude così: «La poesia, terra d’incrocio tra fantasia e realtà, può aiutarci a capire. Massime nella profetica prosa della nostra scrittrice forse più grande, Anna Maria Ortese (1914-98). Dove l’esigenza di realtà, specie l’invisibile, passa per la fantasia. Rivoluzione. Per intenderne il senso, ognuno nella sua libertà, a lei l’ultima parola, tratta da Bambini della creazione». «Capire, capire alla fine se, dopo mezzo secolo di orrori, e un secolo o due di abbagli culturali, capire se gli uomini più giovani e preparati (…) abbiano inteso finalmente qual è il cuore del problema, il cuore del tempo, il cuore della verità (di questo inferno che attanaglia la storia dal privato al pubblico, dalle coste dove sorge il sole a quelle dove tramonta). E quale rivoluzione ci aspettiamo. (…) Essa riguarda la liberazione degli altri popoli – i popoli muti di questa terra, i popoli detti Senza Anima – dal Dittatore fornito di anima e per di più immortale! – che è il loro carnefice da sempre. Il suo nome (di tale carnefice) è noto, ma non sempre il labbro accetta di pronunciarlo. Come e quando inizierà questa rivoluzione? Non lo so. Ma sarà la più grande, e da essa soltanto ricomincerà qualche speranza per la orgogliosa vita umana». Ci permettiamo di ricordare, a questo proposito, anche La staffetta contro la guerra, lettura condivisa del libro Le tre ghinee di Virginia Woolf, che ancora una volta ribadisce l’estraneità del genere femminile a ogni guerra, che è assolutamente “cosa da maschi”. (https://www.virginiawoolfproject.com/staffetta-lettura-contro-guerra-tre-ghinee-virginia-woolf/?fbclid=IwAR3NLGviF5WtvGX6viS0v8pMAMBqr0sZRfot9s_O8p3YfTa6Tusc-waosq8)

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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