Editoriale. Il corpo delle donne

Carissime lettrici e carissimi lettori,

il corpo delle donne e degli uomini. Un corpo amato, accettato, guardato, studiato, curato, anche quando si ammala. Seppure non sempre è oggetto di tutto questo.

Un corpo a cui si deve rispetto, che esige diritti, primo fra tutti quello di esistere, nel migliore dei modi possibili. Un corpo, invece, che spesso è violato: nella sua indipendenza, nei suoi diritti, innanzitutto quelli relativi alla cura, qualche volta sbagliata, alcune altre distratta dall’ovvietà di giudizio globale, non considerato nella sua particolare unicità. Tante, e direi troppe volte, la cura non è a portata di mano di ciascuno e ciascuna di noi. Soprattutto per quel che riguarda i corpi delle donne, spesso ignorati, invisibili, persino alla ricerca scientifica.
I diritti dei corpi femminili. Come quelli calpestati negli Stati Uniti dai Repubblicani che hanno abbattuto, con sessanta voti contro 51, la grande conquista del 1973 (la sentenza della Corte Suprema Roe vs Wade) con la storica sentenza di legalizzazione dell’aborto. Si fa, purtroppo, un enorme balzo indietro nel tempo, proprio a poca distanza dall’importante appuntamento elettorale del prossimo novembre. Al provvedimento servivano 60 voti per essere approvato; invece è stato bloccato con 49 voti a favore a fronte di 51 contrari. I repubblicani hanno votato tutti contro, mentre fra le file democratiche solo il senatore Joe Manchin si è schierato con i conservatori. «Uno scossone – è stato scritto – già anticipato nei mesi scorsi dal dibattito sull’aborto in seguito alle posizioni della chiesa e dei conservatori statunitensi e alla diffusione dei numeri ufficiali che parlano di 31 Stati che nell’ultimo anno hanno introdotto divieti per l’interruzione volontaria della gravidanza». La questione certo ha mobilitato l’intero Paese e tutto l’elettorato democratico, ma si sono avute risposte ferme all’abolizione di questo diritto anche da parte di altri Stati, come il vicino Canada che ha offerto alle donne americane che volessero abortire l’immediata concessione della possibilità del superamento delle frontiere e, sempre secondo le parole della ministra canadese per la famiglia Ottawa Karina Gould, l’offerta del servizio richiesto. Stesso impegno anche da parte di tantissime aziende statunitensi o impegnate sul territorio americano, come Gucci, che ha promesso alle donne il pagamento delle spese del viaggio verso un altro Paese dove l’aborto è legalizzato.
La guerra tra Russia e Ucraina e la sovraesposizione nei media delle discussioni intorno al conflitto europeo hanno messo in secondo piano il dramma enorme che continua in Asia e che si aggrava sempre di più, soprattutto nella quasi totale assenza di riflettori esterni. Oggi in Afghanistan le donne, le grandi vittime di questo irrigidimento religioso, sono state obbligate dal governo talebano, all’insaputa del mondo che guardava altrove, a indossare di nuovo il burqa, ad annullare, di fatto, la propria presenza corporale, nascoste integralmente dal loro abito che non lascia liberi neppure gli occhi. É stato vietato loro anche di mettersi alla guida di un’automobile e, di fatto, di uscire da sole, neppure con un’altra donna, perché i talebani hanno dettato loro «di stare in casa e di uscire solo per necessità provata», il che vuol dire, dunque, anche l’abbandono totale dell’istruzione da parte della popolazione femminile, già pesantemente segnata dagli oscurantismi del regime.

Possiamo dire senza dubbio di aver fatto un balzo indietro nel tempo e di aver peccato di inciviltà se guardiamo ai brutti episodi che hanno trasformato Rimini per tre giorni in una città invivibile. Ci hanno colpito gli atteggiamenti volgari e quanto meno equivoci di tanti (non vogliamo chiaramente accusarli tutti) alpini che, durante il tempo della loro adunata, hanno turbato la mente e sicuramente oltraggiato i corpi delle ragazze di questa città romagnola che, dopo due anni di fermo pandemico, pensava di far prendere una boccata di ossigeno alla propria economia basata sul turismo e sull’accoglienza. Nessuno si aspettava tanta brutale invadenza fatta di becere allusioni, inviti sessisti, persino impedimenti a proseguire per la propria strada a ragazze che si sono sentite ostaggi in casa loro e oggetti (purtroppo è il caso di dirlo!) di una situazione poco lusinghiera. Gli organizzatori della parata hanno giustificato il tutto come «atti di maleducazione»! Invece sono stati decisamente gesti carichi di violenza sessista che pensavamo non fosse ancora così presente nella nostra società.

I corpi hanno anche bisogno di cura, proprio della cura di cui abbiamo tanto sentito parlare durante questa pandemia, nel regno su di noi del virus coronato e cangiante, ancora in agguato sulla nostra salute.

Di medicina di genere, non esclusivamente legata al sesso (che pure vi deve essere contemplato) si parla da almeno un decennio e possiamo dire che in tale direzione l’Italia sia stata un punto di avvio e un esempio con la prima legge (la n.3 del 2018) e la conseguente applicazione e diffusione da parte del Ministero della Salute (13 giugno 2019) sul territorio nazionale, con la firma del decreto attuativo relativo alla Legge stessa. «Sebbene l’interesse per la medicina di genere si stia diffondendo in tutto il mondo – hanno commentato dal Ministero -, con l’approvazione di questa legge l’Italia è stata il primo Paese in Europa a formalizzare l’inserimento del concetto di genere in medicina, indispensabile a garantire ad ogni persona la cura migliore, rispettando le differenze e arrivando a una effettiva personalizzazione delle terapie».

A Padova già nel 2009 un gruppo di studiose e studiosi veneti e lombardi hanno fondato il Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere che ha istituito sul tema un convegno a scadenza annuale e soprattutto ha dato una forte spinta alla nascita, nel 2012, presso l’Università di Padova, in particolare al Dipartimento di Medicina Molecolare, della prima cattedra in Italia di Medicina di Genere che è stata intitolata a Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (1646-1684), la prima donna laureata nel mondo. «Questa cattedra – dice la professoressa Giovannella Baggio, presidente del Centro Studi sopra citato – è stata tenuta dalla sottoscritta dal 2013 al 2017 quando, a livello nazionale, la Conferenza dei Presidi dei Corsi di Laurea in Medicina e Chirurgia ha deciso di invitare tutti i/le presidenti a inserire le differenze di genere in tutte le materie della Scuola di Medicina».

Oggi un’altra scienziata, Antonella Viola, sempre dell’università di Padova e della Facoltà di medicina e Chirurgia, nota al grande pubblico per i suoi interventi sul Coronavirus, pubblica un libro sul tema, Il sesso è (quasi) tutto (Feltrinelli):«Il titolo è volutamente provocatorio – ha detto Viola in una delle presentazioni del suo lavoro – ma la ragione è che bisogna essere provocatori quando si parla di salute e di salute delle donne… Quello che è importante sottolineare è quello che cerco di sottolineare nel libro: che gli uomini e le donne sono biologicamente, fisiologicamente diversi, ma non nei tratti riguardanti gli stereotipi, come il modo di agire o di pensare. Non è il cervello l’organo che differenzia i due sessi. Noi negli anni abbiamo sottolineato differenze che non esistevano mentre invece abbiamo completamente trascurato le differenze che invece esistono e sono importanti per curare al meglio la popolazione femminile. Sono gli stereotipi culturali ad essere falsi – dice Viola -. Quando invece andiamo a vedere come funziona il nostro cuore, come funziona il polmone, il sistema immunitario ci accorgiamo che le differenze ci sono e sono importanti e – sottolinea – sono così importanti da mettere costantemente a rischio la salute delle donne.  Se il discorso fosse però solo biologico – precisa -, cioè che siamo diversi dal punto di vista biologico perché alcuni maschi e alcune femmine si ammalano in maniera diversa, allora dovremmo chiamarla medicina del dei sessi o medicina sesso-specifica. In realtà la chiamiamo medicina di genere perché nel curare, nell’affrontare il problema del benessere delle persone, entrano in gioco anche tutti quegli aspetti culturali, economici e sociali che sono legati al genere e non solo al sesso. Un esempio banale: le ragazze, soprattutto in certe culture, fanno meno sport degli uomini. Questo è un motivo culturale legato al genere e non alla biologia, al sesso. Le donne possono fare sport tanto quanto uomini. Avranno delle performance diverse perché hanno un sistema cardiocircolatorio e dei polmoni diversi e anche il sistema muscolare è diverso, però possono tranquillamente, anzi devono fare sport perché lo sport è importante per il benessere psicofisico. Lo fanno meno per motivi culturali perché in certe circostanze culturali sono meno spinte dalle famiglie a uscire, a dedicarsi alle attività di questo tipo. Ciò si riflette in un aumento di problemi di obesità, nella depressione, che viene fortemente evitata con l’attività fisica… Le donne sono più della metà della popolazione del pianeta, hanno diritto alla cura, a essere diagnosticate e curate nel modo giusto. Fare una diagnosi corretta vuol dire accorciare i percorsi terapeutici, indirizzare subito verso una cura esatta e soprattutto offrire a ogni persona la migliore soluzione possibile. Ciò è fondamentale anche da un punto di vista economico. Curare bene significa andare sul mercato con dei farmaci che non hanno tossicità e che quindi non devono essere ritirati come accade molto spesso. I farmaci che vengono ritirati per effetti collaterali si identificano prevalentemente nelle donne che hanno il corpo diverso e detossificano i farmaci in maniera diversa e purtroppo è una delle prove che le cure si sperimentano e si pensano per i maschi, come è successo anche per il vaccino le cui reazioni sono state più negative per le donne proprio perché i vaccini sono stati sperimentati sugli uomini non tenendo conto del corpo femminile».

Prima di aprire alla poesia finale, con piacere vorrei segnalare un’intitolazione di questa settimana, che nei suoi giorni ha ospitato anche (il 12 maggio) la Giornata internazionale delle donne nella Matematica, per ricordare la grande Maryam Mirzakhani nata a Teheran proprio in questa giornata.  Il 14 maggio a Torino, nella piazzetta tra via Coazze, via Almese e via Cialdini, ci sarà l’inaugurazione di una targa sugli alberi donati dai cittadini della terza circoscrizione e dedicati a Clelia Parisch (1882-1960) ed Efisia Fontana (1882-1976) prime donne laureate in Botanica a Torino. Un collegamento alla scienza, alle donne, all’ecologia con l’inaugurazione di un’area pedonale.

Dedico la poesia odierna, brevissima, ma piena di fascino, ad Alda Merini. Una poesia erotica dove è palese l’aspetto carnale: «Il tema del nudo, celebrato già dall’arte scultorea dell’antica Grecia – si dice in un commento – assume qui un valore spirituale. Alda Merini, da donna, racconta una storia ben precisa: il corpo ha un legame diretto con l’anima. Probabilmente ci vuol fare intendere che è da considerarsi esso stesso il mezzo per nutrire e saziare la nostra fame spirituale».

Ecco il verso di Alda Merini, essenziale, come una fotografia al femminile dell’indimenticabile Letizia Battaglia.

La nudità mi rinfresca l’anima.

Buona lettura a tutte e a tutti.

È ora di presentare gli articoli di questo numero, partendo da quello sulla donna di Calendaria, Αndromache Mavragenous–Papanicolau nota come Mary Papanicolau: l’anima nascosta della citopatologia ginecologica, in cui leggeremo di una storia d’amore e di studio, che ha partorito, simbolicamente, la più grande scoperta per la lotta al cancro. Sempre in tema di ginecologia in La violenza ostetrica affrontiamo un tema spinoso, di cui poco si è parlato in passato e che affonda le sue radici in pregiudizi e luoghi comuni difficili da smantellare. In viaggio nel Paese dei Giganti è la puntata della serie Viaggiatrici del Grande Nord, in cui continuiamo a seguire le descrizioni contenute nei romanzi di Maria Savi Lopez, mentre la serie delle passeggiate meditative ci racconta di Pavia. Via Rina Monti Stella, o sull’importanza del riconoscimento della fortuna nei propri successi, con una riflessione guidata dalle parole della grande scienziata Rita Levi Montalcini. Con questo numero inizia una nuova serie, La donna nel Rinascimento, con la prima parte dell’articolo che ne approfondisce La condizione e il ruolo sociale e che racconta, in modo dettagliato che «Ancora nell’età rinascimentale una donna fin dalla nascita non è libera e non è artefice della sua vita e del suo destino».
Di una Mostra interessantissima e di una donna che ha segnato il nostro immaginario con le sue fotografie potenti e i suoi coraggiosi reportage, leggeremo in I primati di Margaret Bourke-White, artista che ha sempre cercato la verità di quello che riprendeva. Anche in Rosso silenzio. La genesi dell’identità e dell’incontro nella rete della violenza simbolica si parla di una Mostra, la personale di Patrizia Bonardi che si terrà a Procida, dal 13 al 21 maggio e che ha per tema la violenza di genere.

«Guardare il cielo vuol dire guardare dentro di noi e capire che tutto è possibile». Può ben dirlo Maura Tombelli, l’astronoma dei record che ha battuto la Nasa nell’articolo che ci racconta la storia della più grande scopritrice di asteroidi italiana e della prima astronoma non professionista al mondo per individuazione degli stessi. A proposito di identità di genere, quanto incidono i modelli e gli stereotipi che ci sono trasmessi in famiglia? Una ricerca qualitativa attraverso le narrazioni autobiografiche dei genitori è l’articolo che ci presenta il lavoro universitario che riflette su questi temi e che è stato scelto per la Rubrica Tesi vaganti. Le recensioni di questa settimana sono presentate negli articoli E se la chiamassimo Giornata della mamma? che contiene una proposta provocatoria mentre ci presenta il libro Ci sono mamme di Donatella Romanelli e Viola Gesmundo, edito da Matilda editrice; e Lo spazio delle donne, di Daniela Brogi che ci suggerisce la lettura di un libretto prezioso, «viatico per le giovani generazioni e breviario civile e femminista per tutte e tutti noi». Ci sono donne che hanno fatto moltissimo per le loro comunità, ma a cui nessuna via è intitolata. Una di queste è Febronia Vespa: una donna del popolo, la cui storia vi commuoverà. L’album di famiglia è un racconto dal sapore dolce delle chiacchiere fatte a bassa voce nell’atmosfera profumata delle sere d’estate.

Come di consueto chiudiamo con la ricetta di questa settimana: Strudel salato con verdure miste, prosciutto e formaggio, un piatto antispreco, da realizzare con gli avanzi in frigorifero per creare un piatto appetitoso.
SM

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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