Estratti di una storia soggettiva, di verità, straordinaria e suggestiva

Qualche tempo fa, sempre dalle pagine di Vitamine Vaganti, vi abbiamo raccontato come e perché sostenere Riconoscersi partigiane e partigiani. Costruzione di un’appartenenza di Chiara Donati e Marco Biancucci fosse cosa buona e giusta. Soprattutto avevamo provato a spiegare come mai un’associazione che si occupa di promozione delle pari opportunità e della partecipazione attiva come l’Osservatorio di Genere avesse deciso di appoggiare convintamente questo progetto pubblicando il volume con il suo marchio editoriale, la ODG Edizioni.
Oggi torniamo a parlarvi di questo importante lavoro che ormai non è più un progetto, ma una meravigliosa realtà e lo facciamo lasciando la parola al libro stesso e alle immagini che in esso sono contenute. Riconoscersi partigiane e partigiani. Costruzione di un’appartenenza, infatti, è un lavoro che tiene insieme la ricerca storiografica di Chiara Donati e il lavoro fotografico di Marco Biancucci: le due forme che il racconto assume sono in comunicazione l’una con l’altra in un gioco avvincente e continuo di rimandi e richiami. La storia, che si colloca in un orizzonte nazionale, si lega in un continuum ideale alle fotografie che ritraggono ora un volto, ora un luogo ora un oggetto, affreschi meravigliosi e intimi di quella Resistenza che dagli Appennini marchigiani si oppose con fermezza e intransigenza al nazifascismo.

Quelli che seguono sono stralci o meglio “estratti”, cioè, per dirla con il vocabolario Treccani, parti del testo “cavate, tirate fuori” dalla coinvolgente e originale ricerca storiografica di Chiara Donati che ci accompagneranno per mano nel vivo del lavoro, presentandoci l’esperienza resistenziale come un’esperienza soggettiva, di verità, straordinaria e suggestiva.
Prima di lasciare la parola al libro un’avvertenza doverosa. La ricerca storiografica per essere rigorosa e scientificamente rilevante ha bisogno di fonti e di approfondimenti e il saggio di Chiara Donati è costellato di rimandi e note fitte (seppur ariose), ricche di informazioni e di riferimenti bibliografici utilissimi per tutte e tutti coloro che volessero leggere e documentarsi sull’esperienza resistenziale e sulla lotta di Liberazione. Non potendole qui inserire, ci è sembrato comunque necessario non privare i lettori e le lettrici del piacere di sapere con esattezza chi avesse detto le cose con cui Chiara intervalla la ricostruzione storica dei fatti e degli eventi. In particolare ci sembrava importante anche permettere a chi legge di poterle reperire fornendo le coordinate del volume o del fondo archivistico che quelle parole riporta o custodisce.
Sperando, quindi, di non appesantire la lettura abbiamo inserito accanto alle citazioni i relativi riferimenti bibliografici. Vitamine vaganti, si sa, è una rivista divulgativa e ci è sembrato questo un buon modo per disseminare, condividere e divulgare qua e là inviti alla lettura che potessero chissà contribuire ad accendere la passione per la storia nei lettori e nelle lettrici più giovani!

Ed ora la parola a Riconoscersi partigiane e partigiani.

Esperienza soggettiva (pp. 26-67)

La partigiana Antonia Bianchi. «Ero in collegio, ma decisi di aderire alla Resistenza, vedendo l’esempio di mio padre antifascista che veniva perseguitato».
Foto di Marco Biancucci

«Nel caso delle donne, la questione del processo di ridefinizione si complica e si interseca con quella più specifica della soggettivazione femminile. In un modo o nell’altro le donne sono state sempre i soggetti della propria vita. Tuttavia la natura, i limiti e i gradi di consapevolezza della soggettività sono cambiati moltissimo nel tempo e nello spazio. Per poter cogliere tutti gli espedienti e le invenzioni del soggetto, è necessario che il concetto di soggettività sia il più elastico e ampio possibile. Deve necessariamente inglobare l’immaginare, il pensare e il decidere della propria vita. Senza ombra di dubbio la stagione di eccezionalità vissuta come partigiane, con il sovvertimento della sfera del femminile, si è per molte intrecciata con l’assunzione di una nuova consapevolezza. Per Marisa Ombra “Lilia”, di Asti, quella stagione ha rappresentato prima di tutto la fuoriuscita da una condizione ormai consolidata di malessere fisico e psicologico: «un gesto di mio padre mi obbligò a uscire dal cerchio chiuso delle domande senza risposta in cui stavo sempre più asserragliata e a guardare fuori. Il mondo aveva preso fuoco. C’erano delle urgenze. Le mie angosce potevano aspettare. C’era qualcosa da fare subito» (in M. Ombra, Libere sempre. Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi, Einaudi, Torino 2012, p. 13).

Confrontandosi con ciò che stava accadendo, ma anche nelle relazioni con altri ragazzi della sua età, tutte le domande che l’avevano ossessionata per anni acquistarono una dimensione differente. In quel momento iniziò il suo processo di guarigione, che l’avrebbe portata a ridimensionare le paure e a trovare una ragione di vita: nient’altro che il mondo, il tempo, i luoghi e le persone che la circondavano, il suo presente nella pienezza del significato. A tanti anni di distanza, è proprio quella ridefinizione di sé, a rivivere nella maniera più chiara: importantissimo è quello che succede al tuo modo di essere. È il capovolgimento repentino di tutto l’impianto culturale trasmesso di generazione in generazione. Che all’improvviso si sgretola. Ti trovi con un gran vuoto davanti che tu stessa devi riempire. Di colpo ti trovi a essere un’altra persona, devi ripensare daccapo tutto, a cominciare dal posto che hai nel mondo, ai rapporti con gli altri, ai nuovi punti fermi intorno a cui devi costruire te stessa. Insisto su questa parte della storia perché momenti come questi – meno drammatici forse, ma comunque di rottura o quanto meno di svolta – sono possibili sempre. Non bisogna averne paura, perché è nella difficoltà che si cresce, anche se sul momento non se ne ha coscienza (in Ombra, Libere sempre, p. 35).

La scoperta di sé ricorre in molte testimonianze di resistenti che, mettendosi alla prova, con il proprio corpo, con la propria mente, con la propria femminilità, in alcuni casi per la prima volta nella vita, ne rimasero piacevolmente sorprese. In quasi tutte le situazioni di pericolo scampato, le partigiane recitarono un “ruolo” e inventarono soluzioni originali: «l’immagine di donna che ci si offre è inedita, fra sicurezza della propria giovanile bellezza, spavalderia legata alla libertà di muoversi e spericolatezza, in un atteggiamento di sfida, certo enfatizzato nel ricordo, che sembra rimuovere le gerarchie fra i sessi» (in L. Mariani, Risorse e traumi nei linguaggi della memoria. Scritture e re-citazione, in D. Gagliani, E. Guerra, L. Mariani, F. Tarozzi (a cura di), Donne guerra politica, Clueb, Bologna 2000, p. 46). Incisive sono a riguardo le parole di Marisa: «il lavoro di staffetta era un lavoro solitario. Ricevuto l’ordine, il come eseguirlo era affar tuo. Da quel momento in poi, tutto era affar tuo. La strategia da mettere in atto, il controllo della paura, la necessità di far girare il cervello ad alta velocità, di trasformare l’estrema tensione in lucidità, rapidità di analisi e di decisione: era affar tuo» (M. Ombra, “Essere dentro la storia”. Scelta politica e appartenenza di genere nell’esperienza di una partigiana, in «Italia contemporanea», 1995, n. 198, pp. 91-95). In quegli otto mesi di attività, pur agendo a tutti gli effetti per la formazione partigiana cui faceva riferimento, scoprì la forte sensazione di appartenere sopra ogni cosa a se stessa.
Si consumò in molte di loro la scoperta del valore della libertà e dell’indipendenza personali, di ciò che potevano regalare di sé al mondo e che fino ad allora avevano concesso solo alla propria famiglia. Si verificò un ribaltamento della propria rappresentazione, anche in rapporto agli altri, alla società. Questa esperienza trovò poi un suo valore nell’ampliamento delle vedute, degli orizzonti (soprattutto qualora fossero stati sostenuti da organizzazioni antifasciste) e nel rafforzamento della propria voce, che si presentava non più isolata ma come parte di un gruppo di voci».

Esperienza di verità (pp. 68-103)

Il diario della partigiana Leda Antinori, morta il 3 aprile 1945 per le precarie condizioni di salute in seguito alla detenzione e alle percosse subite.

«Il timore di essere fatta prigioniera, Teresa Vergalli – nelle cui memorie vi è un’attenzione particolare al corpo e ai gesti – lo teneva a bada con la decisione che nell’eventualità si sarebbe tolta la vita: nella mia giovanile incoscienza pensavo che morire di un colpo secco non era niente a confronto di essere catturata e torturata. Mi illudevo, con quella pistola, che avrei potuto spararmi e farla finita. Avevo già pensato che dovevo appoggiarmela proprio alla tempia, perché sospettavo che avesse pochissima potenza. Me la tenevo dentro il reggiseno. Ci stava, e bene, tanto era piccola! A pensarci ora viene da sorridere. Come avrei fatto a tirarla fuori, come avrei fatto a togliere la sicura e far scattare il grilletto, eccetera. Quella piccola rivoltella aveva il potere di esorcizzare teoricamente la mia paura» (in T. Vergalli, Storie di una staffetta partigiana, prefazione di A. Portelli, Editori Riuniti, Roma 2005, p. 46).

Per la partigiana Zelinda Resca, della 2a brigata Paolo e della 4a brigata Venturoli, nel Bolognese, la paura descritta da Teresa si materializzò un giorno a ridosso della ritirata, quando venne fermata da un gruppo di soldati tedeschi: «allora cominciarono a interrogarmi, volevano sapere, io dissi che non sapevo niente, e io continuavo a dire con l’interprete: – Guardi signorina che se lei non parla, hanno detto che l’ammazzano. – Vabbè, m’ammazzeranno, però io non so niente» (cfr. Amd, B. Zelinda Resca (intervista raccolta da Laura Mariani, tre audiocassette con trascrizione). Si veda anche la documentazione in Archivio dell’Istituto per la Storia e le Memorie del ‘900 Parri Emilia-Romagna (d’ora in poi Aiparri), fondo Zelinda Resca). Verso sera venne portata davanti a una stalla, la fecero salire su uno sgabello per mungere le mucche e le misero il cappio al collo. In quegli istanti lei pensò che fosse finita, e sperava che accadesse tutto in maniera molto rapida, consapevole che quello fosse molto meglio di ogni possibile tortura: «è stata dura, ho avuto voglia di vivere e voglia di morire nello stesso tempo, perché sapevo che in mano a questa gente qui c’era poco da sperare. […] pensavo a tanti che erano già morti, a tanti che erano stati torturati, allora, poi forse anche probabilmente anche egoisticamente avevo paura di essere torturata anch’io». E invece, Zelinda non morì: i soldati tedeschi le diedero uno schiaffo e la lasciarono lì. Per qualche ragione, le risparmiarono la vita (cfr. M. Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, amanti del nemico (1940-1945), Einaudi, Torino 2012, pp. 171-200 e alla recente testimonianza della giovanissima staffetta Ivonne Trebbi in G. Lerner, L. Gnocchi (a cura di), Noi partigiani. Memoriale della Resistenza italiana, Feltrinelli, Milano 2020, pp. 67-70).

Infatti l’idea della morte che ciascuno elaborò era strettamente connessa con le forme concrete che essa poteva acquistare: nel particolare contesto della guerra partigiana «la morte finisce per assumere determinazioni fisiche agghiaccianti» (in S. Peli, La Resistenza difficile, FrancoAngeli, Milano 1999, p. 105). visto che la violenza fascista e nazista sembrava acquisire un carattere sempre più disumano. Vega Gori, nome di battaglia “Ivana”, che ha ricostruito in tarda età – a quattro mani insieme alla figlia Maria Cristina Mirabello – la sua esperienza di sappista a La Spezia, ha confessato di essersi sempre chiesta se la ragazza di allora volesse misurare con il suo impegno anche la capacità di non avere paura, sentimento che provava ma che cercava di contenere. In tutta sincerità non si è mai data una risposta. Invece è certa della sensazione che aveva: «la morte era potenzialmente e realmente ovunque, ci poteva prendere alle spalle o poteva attenderci all’improvviso, manifestandosi davanti a noi. Per certi versi, anche se io la esorcizzavo, l’ombra di essa mi accompagnava ogni volta che uscivo per recapitare la stampa clandestina o per trovarmi con i miei “contatti”, o quando rientravo a casa portando con me quello che avevo dattiloscritto» (V. Gori, M.C. Mirabello, “Ivana” racconta la sua Resistenza. Una ragazza nel cuore della rete clandestina, Giacché, La Spezia 2013, p. 63).

In un’occasione, la giovanissima Ester Maimeri Paoletti scampò a un’operazione di rastrellamento e, tornandosene a casa, provò uno stato di euforia: «la giornata è bella, la vita è bella e io sono qui che pedalo lungo la strada che scintilla al sole. Sono viva, sono intera, neppure un graffio e mi lascio alle spalle la paura, l’idea della morte» (in E. Maimeri Paoletti, La staffetta azzurra. Una ragazza nella Resistenza. Ossola 1944-1945, Mursia, Milano 2002, p. 169). Osservò il fiume, le sue montagne e sentì di esserne parte. Finché non venne a sapere che altre due staffette, avendo preferito un’altra via di fuga, non ce l’avevano fatta e per la prima volta sentì un senso di colpa lancinante, che l’avrebbe accompagnata per sempre: «avevo visto giusto, ma aver avuto ragione mi lascia la bocca amara. Se mi fossi fermata, se avessi esposte le mie ragioni, se avessi tentato di convincerle invece di tagliare la corda così in fretta… Non serve dirmi che nemmeno le conoscevo, che nemmeno le avevo viste, che quel breve ritardo sarebbe stato fatale per tutte, che forse mi avrebbero obbligata ad andare con loro. Sono scappata. Loro sono morte e io sono viva. Questi sono i pensieri che ora mi fanno compagnia nelle notti solitarie a Vogogna» (in E. Maimeri Paoletti, La staffetta azzurra. Una ragazza nella Resistenza. Ossola 1944-1945, Mursia, Milano 2002, p. 174).

L’eccido di Pozza e Umito, una delle stragi più efferate della provincia di Ascoli Piceno. Vi perdono la vita decine di patigiani, di cui la maggior parte non di nazionalità italiana. Le loro spoglie vengono sepolte nel Cimitero partigiano internazionale di Pozza.
Foto di Marco Biancucci

Esperienza straordinaria (pp. 104-131)

La partigiana Egidia Coccia. «Mi mancava tutto: da mangiare, dormire, la famiglia e mi avevano anche ucciso il futuro marito, ma ero soddisfatta perché avevo
realizzato un desiderio».

«La straordinarietà di questa esperienza è soprattutto fatta coincidere con la sua capacità di aver riguardato prima il soggetto, l’individuo singolo, per poi toccare anche la dimensione della coralità e della relazionalità. Il partigiano, dopo essersi riconosciuto tale, per mezzo di un meccanismo empatico, si riconosceva nell’altro, nel compagno intorno a sé che si era mosso in un tragitto unico ma simile al proprio, decidendo a quel punto di agire in modo corale per divenire artefici di un nuovo mondo. Proprio all’interno di queste due polarità si delineò, in tensione dinamica, una nuova possibile antropologia. Ebbe origine da «una frattura nella coscienza individuale, ma cerc[ò] presto un riconoscimento plurale», al fine di trovare forma nell’Insieme. Non costituivano due fasi distinte, non vi era «successione cronologica, ma compossibilità di due istanze» (in M. Cavalleri, La resistenza al nazi-fascismo. Un’antropologia etica, Mimesis, Milano-Udine 2015, p. 142).

«Potrei parlare di intimità – ha affermato Marisa Ombra – se non fosse che questa parola ha, nel senso comune, un significato del tutto diverso. Parlo di un legame che prende una profondità non comparabile con altri, irripetibile, di altra qualità. Fu come se quei mesi fra noi avessero prodotto un innamoramento collettivo, che prescindeva dalle qualità dell’uno o dell’altro. Che prescindeva dai singoli. Non era mai stato così. Mai più avremmo provato quell’intensità di vita. Forse è una caratteristica dei giovani, forse l’appartenenza al gruppo suscita sentimenti simili. Per noi, la guerra li accentuò. Un po’, credo, capita sempre quando si sta insieme per molto tempo in situazioni eccezionali, di estremo pericolo ed è sempre possibile che quell’attimo sia l’ultimo della tua e della loro vita. […] Quanto più forte era il senso di appartenenza tanto più forte fu in quegli anni la percezione della propria singolarità. E questo, forse, spingeva ognuno di noi all’osservazione dell’altro che, qualunque cosa avesse fatto prima, chiunque fosse stato prima, adesso era lì, a mettersi in gioco per qualcosa di più importante della vita» (in Ombra, Libere sempre, cit., p. 44).

Era il marcatore di una appartenenza, di un vissuto che diveniva plurale, di un orizzonte di riconoscimento, a dare a quell’esperienza così estrema dello stare insieme, un ethos collettivo e condiviso. Questo incontro avveniva su una base minima ma essenziale, di fronte alla quale le divergenze, in altre circostanze insormontabili, passavano in secondo piano. Luchino Dal Verme “Maino”, cattolico, di famiglia aristocratica lombarda, che divenne comandante di un’intera divisione garibaldina con cui sarebbe entrato a Milano – “primi Partigiani della Montagna” – il 27 aprile 1945, affermò in una testimonianza degli anni Sessanta che, di quella stagione, lo «spirito di solidarietà e reciproca fiducia […] è certamente il ricordo più vero e più importante che mi sia rimasto». (in L. Dal Verme, La vita di una formazione partigiana nell’Oltrepò pavese, in Comitato per le celebrazioni del XX anniversario della Resistenza – Istituto lombardo per la storia del movimento di Liberazione in Italia, La Resistenza in Lombardia. Lezioni tenute nella Sala dei Congressi della Provincia di Milano (febbraio-aprile 1965), Labor, Milano 1965, pp. 119-122). Poco tempo prima di morire ribadì il concetto: tutte le volte che uomini e donne si stringono intorno a qualche cosa, che sia un altare, che sia una bandiera, che sia un discorso, che sia una mensa, un battesimo, un funerale è sempre un momento estremamente importante. Prima di tutto perché l’uomo esce dal suo interesse personale, esce dal suo rischio di vita e non è più un individuo, è un NOI. Quando gli uomini diventano un NOI sono una forza enorme, dobbiamo ritrovare la capacità di essere un NOI (in I. Tajetti, Il conte partigiano, in «Patria indipendente», 25 maggio 2017).

Tina Anselmi, sfogliando l’album dei ricordi e ripercorrendo le fotografie che furono scattate nei giorni «della pace ritrovata, quando ci riconoscemmo simili», ha affermato: «mi rivedo, ci rivedo, con i capelli ricci o lunghi, barbe più o meno incolte, vestiti a casaccio, e tuttavia qua e là spuntano una certa gonna più sbarazzina, scarpe basse ma con le calzette colorate, un fermaglio su una ciocca ribelle, la posa ricercata di un ragazzo, e tutti insieme a guardare diritto l’obbiettivo, tutti insieme sapendo che il futuro ci apparteneva, tutti insieme: questa era stata la nostra forza, la nostra bellezza» (T. Anselmi, Storia di una passione politica, con A. Vinci, prefazione di D. Maraini, Sperling & Kupfer, Milano 2016, p. 2).

Esperienza suggestiva (pp. 132-178)

La partigiana Maria Santiloni Cavatassi. «La lotta partigiana ci ha avviato. Abbiamo capito l’essenziale per dopo. Ha formato una coscienza di classe». Foto di Marco Biancucci

«Potrebbe apparire paradossale e innaturale, eppure proprio questa condizione di fuori dall’ordinario rendeva il futuro oggetto di tanti pensieri. Anche recentemente la partigiana Lidia Menapace ha affermato: «Da ragazzi, durante quei giorni, il futuro ce lo siamo ragionati tanto, quasi ossessivamente. Discutevamo in tende, nei boschi, lungo i fiumi, per strada. Appena c’erano due momenti di tempo, ci chiedevamo: “E dopo cosa faremo?”» (in Lerner, Gnocchi (a cura di), Noi partigiani, cit., p. 34). «Che cosa sognavamo in quei mesi? Cosa speravamo per dopo? Da dove ci veniva la forza di sopportare i tanti disagi? Qui viene il difficile» – ha affermato a molti anni di distanza Teresa Vergalli nel suo coinvolgente libro, continuando così: ricordare i fatti è più semplice. Ricordare i pensieri è più rischioso, perché nella mente si modificano ed evolvono molti concetti e bisogna scavare sotto numerose stratificazioni, se si vuole essere sinceri. Io ci provo. Il primo sogno era far finire la guerra. Tutti sognavamo per prima cosa la pace. […] La pace, la fine di quelle sofferenze: questo era il primo desiderio, il primo sogno. Un sogno che era una cosa sola con quello di sconfiggere i fascisti e i tedeschi. […] Per molti di noi c’erano anche delle motivazioni più personali. Le ingiustizie patite sotto il Ventennio e la speranza di un mondo diverso. […] Ci furono molte riunioni per discutere il dopo. È strano che con tante cose da fare e tanti pericoli, si trovasse il tempo per riunioni dedicate solo a pensare al dopoguerra (Vergalli, Storie di una staffetta partigiana, cit., pp. 32-33).

Sempre in tarda età, l’organizzatrice dei GDD di Piacenza, Laura Polizzi “Mirka”, ha ricordato che una notte dovette condurre in montagna un gruppo di nuove leve e lassù conobbe due studenti che la interpellarono, chiedendole come sarebbe stato il futuro: allora mi accorsi che, nella mia ignoranza, in politica avevo imparato e ne sapevo più di loro. Per combinazione passa di lì, in Val d’Asta, il commissario unico delle brigate Garibaldi, Didimo Ferrari, “Eros”, che vuole conoscermi. Abbiamo passato una notte intera a discutere le prospettive, la Resistenza, l’unità. Certo, io avevo vissuto la mia esperienza resistenziale in modo unitario e con una parte direi ancora sconosciuta alle stesse formazioni partigiane: le donne. Portavo questa esperienza, secondo me modesta, mentre invece era molto importante, l’ho capito poi (in Ci ha lasciato la partigiana Laura Polizzi. “Sì, andai in montagna e fu anche emancipazione”, in «Patria indipendente», marzo 2011, n. 2-3, pp. 29-35).
Dopo quell’incontro e quella nottata passata a progettare la nuova Italia, si decise che lei sarebbe rimasta con i partigiani, avrebbe assunto il ruolo di vice commissario politico delle brigate reggiane. Di futuro si sarebbe continuato a parlare.

In effetti, a prescindere da come immaginassero il futuro che sarebbe seguito alla Liberazione, era comune soprattutto tra i e le più giovani l’aspirazione di continuare a sentirsi “liberi”: di scegliere autonomamente della propria esistenza. Lisa Foa, ricordando alcuni momenti della clandestinità e di come nel suo corso avvenissero nuovi incontri e nuove amicizie, ha affermato che nell’estate 1944, trascorsa a Milano insieme a Carla Badiali e Sandro Namias, passò molto tempo a fare progetti riguardanti non tanto l’Italia tutta, ma la propria vita futura.
Si trattava di un impulso primario, che andava oltre le ideologie e che era legato anche alla modernizzazione della vita avvenuta nel primo quarto di secolo. Questo impulso assumeva un connotato ulteriore per molte partigiane come Zelinda Resca che, sollecitata a indicare i motivi per cui aveva scelto di lottare, ha affermato:noi la lotta l’abbiamo fatta coll’intenzione di essere liberi domani per poter dire quello che volevamo dire noi, che non potevam più dirlo. Questo, io mi rendevo conto che la mamma era una donna che aveva sempre soltanto subito, non aveva mai potuto parlare, non solo per via del mondo politico che c’era, ma proprio anche in casa le cose erano abbastanza, e noi non volevamo fare come la mamma che aveva fatto solo dei figli, noi volevamo fare delle scelte nostre, non perché qualcuno ce le imponeva, volevamo fare delle scelte (AMD, b. Zelinda Resca (intervista raccolta da Laura Mariani, tre audiocassette con trascrizione).

Come ha chiarito Dianella Gagliani in una riflessione sulla prima generazione delle udine reggiane, che tuttavia è adattabile anche alla condizione generale delle donne resistenti, «la coscienza comunitaria nei significati di antifascismo, antibellicismo e socialismo» in molti casi si intrecciò, o meglio interagì, con una coscienza femminile ed emancipazionista (D. Gagliani, Un vocabolario per l’attivismo politico delle donne, in A. Appari et alii, Paura non abbiamo…  L’Unione donne italiane di Reggio Emilia nei documenti, nelle immagini, nella memoria, 1945-1982, Il nove, Bologna 1993, p. 37).
Della sua vita futura, Velia Sacchi ragionava in una lettera del 19 aprile 1945 indirizzata ai genitori, in cui tentò di chiarir loro che l’esperienza resistenziale l’aveva resa una persona differente e che il suo domani non avrebbe più potuto avere nulla in comune con il passato: lo ripeto perché dal tono delle vostre lettere e da certe frasi, mi par di capire che voi siete convinti che, quando tornerà (come si dice), il sereno, io tornerò alla vita e alle cose di prima. […] non è più possibile tornare a vivere come prima, anche se so di darvi un dispiacere. È come una pianta che cresce. Tu puoi metterle sopra un coperchio e lei crescerà di fianco. Dopotutto non credo di avere colpe più gravi di questa, di crescere, anche se trovo coperchi da tutte le parti. Tu non puoi certo immaginare la vita che io conduco; puoi pensare che mi è duro vivere lontano dalla mia bambina e senza tutto quello che ha reso la mia esistenza confortevole, ma puoi pensare anche che ci sia qualcos’altro in questa vita che mi è indispensabile. Questo “altro” sono le condizioni per il mio sviluppo. Ho potuto constatare che c’è parecchia gente brava e buona, più di quello che credevo e spero di poter migliorare anche io (V. Sacchi, Io non sto a guardare. Memorie di una partigiana femminista, introduzione e cura di R. Pesenti, Manni, San Cesario di Lecce 2015, pp. 229-231)».

I sentieri del pane. Così chiamati perché percorrendoli, le staffette fanno arrivare ai partigiani dislocati sul Monte Murano il pane del “forno di Teodora”, sito presso il centro di Serra San Quirico (AN). Foto di Marco Biancucci

Invitiamo chi voglia saperne di più a leggere questo libro “suggestivo” a partire dalla sua copertina amaranto elegante e ricercata, e “straordinario” per la storia che racconta e soprattutto per le emozioni che suscita.
Per averlo, basta contattare gli autori scrivendo a riconoscersipartigiani@gmail.com o chiamando il +39 338 199 9363.
A noi non resta che auguravi buona lettura!

Chiara Donati, Marco Biancucci
Riconoscersi partigiane e pertigiani. Costruzione di una appartenenza
OGD Edizioni, 2022
pp. 512

***

Articolo di Silvia Casilio

OFNSIrlf

Silvia Casilio ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università di Macerata e attualmente collabora con l’Università di Teramo. È autrice di saggi sull’Italia repubblicana e dal 2009 collabora con l’associazione culturale Osservatorio di genere

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