Voci indigene e saperi sovversivi

Viaggiare è da sempre il modo migliore per allargare i propri orizzonti, non solo in senso fisico.  Lo scorso anno sono stata a Palermo al Convegno MiMain a presentare, insieme a Sara Balzerano, Graziella Priulla, Ester Rizzo e Giusi Sammartino, la Mostra sulle Migrazioni femminili di Toponomastica femminile. Su questo Convegno ho avuto modo di scrivere qui e di raccontare quanto mi sia stato di aiuto, sia per la mia crescita personale che per l’aumento delle mie conoscenze. Tra gli incontri interessanti che ho avuto modo di realizzare quello con Chiara Carbone è stato per me il più stimolante. Come spesso accade, ci si avvicina alle persone con cui si percepiscono affinità elettive. Carbone, giovane ricercatrice di Scienza della Formazione presso l’Università di Roma3 e docente a contratto di Sociologia dei processi culturali conosceva Vitamine vaganti e la nostra associazione.

Il feeling è stato immediato. Il suo libro Voci indigene e saperi sovversivi. Le donne Māori innovano le conoscenze è stato una bellissima sorpresa, che ha suscitato la mia curiosità per un mondo e una disciplina per me del tutto nuovi. Uno dei primi articoli che ho scritto per Vitamine vaganti riguardava proprio la politica della Premier neozelandese Jacinta Ardern e solo oggi mi rendo conto che all’epoca in cui lo scrissi leggevo la cultura di questo Paese con gli occhi di una persona bianca, percependolo come occidente industrializzato. Dopo aver letto questo libro ho appreso che lo stesso si può collocare all’interno del Sud del mondo. Nella lingua māori la Nuova Zelanda, è il «paese della lunga nuvola bianca», Ao Tea Roa «dove – come scrive Laura Corradi nella bella Prefazione – arrivarono le canoe della grande migrazione transoceanica che diede inizio alla diffusione del popolo e della cultura māori, poi preponderante nell’isola – fino all’arrivo delle navi inglesi e con esse la violenza (densa di sconfitte militari per i colonizzatori) e simbolica, con l’imposizione della lingua e la ri-nominazione dei luoghi».

Il contributo delle teorie e delle metodologie indigene nelle scienze sociali e nel femminismo è fondamentale, anche se ancora oggi queste sono considerate non accademiche ed a-scientifiche da chi le osserva con lo sguardo strabico che condiziona una prospettiva di privilegio (geopolitico, di classe, di genere, di etnia/colore, di orientamento sessuale). Il percorso scelto dall’autrice si trova all’incrocio tra la sociologia degli intellettuali (sociologia della conoscenza) e gli studi di genere e sceglie come punto di riferimento il Sud, con una predilezione per il margine, nel solco di bell hooks.

Il primo capitolo, Profondissimo Sud, è il più teorico e ci accompagna alla scoperta della Southern Theory, della Standpoint Theory e dei Subaltern Studies, con precisi e puntuali riferimenti ad autori e autrici controegemoniche e ai loro studi, che molto devono al pensiero di Freire sulla Pedagogia degli oppressi e  alle teorie organiche di Antonio Gramsci, conosciuto e ammirato attraverso l’esegesi proposta da Said. Punto di partenza condiviso da tutte le teorie del Sud del mondo è che la colonialità, erede diretta del colonialismo, riproduce logiche di gerarchizzazione del sapere e riconosce l’Occidente come il detentore legittimo della conoscenza. Benchè i due concetti siano in relazione, per colonialismo si intende «la relazione di dominazione diretta, politica, sociale e culturale degli europei nei confronti dei conquistati di tutti i continenti», mentre la colonialità indica «quali forme di dominazione sono sopravvissute a seguito dell’indipendenza delle colonie, e come si riproducono nella contemporaneità, attraverso il razzismo culturale e le discriminazioni multiple». Queste teorie vogliono indagare le asimmetrie di potere nel modo di produrre conoscenza, provando a ridefinire alcune parole: autorità, egemonia, esclusione, inclusione, advocacy e riappropriazione. Leggerne le definizioni contribuisce a dilatare il nostro sguardo. Lo studio di Carbone vuole restituire visibilità alle intellettuali māori e in tal modo aggiungere il loro pensiero e le loro pratiche innovative ai manuali scritti da uomini bianchi e occidentali. Per fare ciò riconosce, attraverso la ricerca empirica, l’importanza delle pratiche sociali e culturali, che sono in grado di produrre un effetto generativo di nuove realtà simboliche. Partendo dalla constatazione che per molto tempo le posizioni sessiste o androcentriche di alcune teorie scientifiche hanno negato alle donne un livello di autorità epistemica consonante con la loro esperienza, Carbone riprende alcune affermazioni del femminismo di seconda generazione e la standpoint theory, che dialoga con la teoria postcoloniale e lo studio dei sistemi di oppressione e subordinazione di cui la marginalizzazione dei punti di vista delle donne è riconosciuta. Sempre in questo capitolo la studiosa parla del Rinascimento Maori, un periodo caratterizzato, dalla metà degli anni Settanta, dalla partecipazione attiva e propulsiva delle donne, protagoniste dei movimenti di protesta e delle battaglie per la terra e per la lingua, anche attraverso la descrizione delle campagne della leader carismatica Whina Cooper, dei programmi scolastici in lingua Māori  e di alcune conquiste dovute all’abilità nel muoversi e nel rivendicare delle intellettuali Māori che sono in Università. La distanza tra Māori e Pākehā (inglesi, stranieri, europei, non nativi, colonizzatori) è ben visibile nella società neozelandese e nelle università, all’interno delle quali le donne Maori hanno un ruolo importante, soprattutto da quando hanno elaborato l’esperienza del Kōhanga Reo, che ha rappresentato per molte di loro l’inizio di un percorso politico di autodeterminazione, che ancora oggi prosegue nelle università neozelandesi, di cui da tempo le intellettuali Maori stanno ripensando la struttura e l’organizzazione.

Il secondo capitolo, Genealogie femminili,il Mana Wāine come strumento euristico, racconta la scoperta di questa «forma di potere e prestigio e riconoscimento sociale delle donne, qualità che però non esaltano l’individualità, ma riflettono i legami comunitari, il “Noi”».  Per Carbone non è stato facile avvicinare le intellettuali māori per farsi spiegare il Mana Waine. Molte di loro, pur riconoscendosi femministe, sono diffidenti nei confronti del femminismo bianco e occidentale. Costruire un rapporto di fiducia con loro è stato arduo e ciò è ben descritto nel libro, in cui l’autrice riconosce: «La nostra eredità epistemica ci accompagna come una coperta di Linus; la dicotomia Nord-Sud di palesa nei nostri incontri e ci spinge a riflettere sulle nostre responsabilità…» Le intellettuali Māori ricostruiscono la Storia delle tribù Māori, che risiede nella memoria collettiva degli esperti e degli anziani, una conoscenza tramandata attraverso la recitazione delle genealogie, dei racconti cosmogonici e delle storie eroiche degli antenati e delle antenate. E sarà bello scoprire la riscrittura māori della nascita dell’universo e della stori dell’umanità, con un’enfasi sull’agency femminile, sul potere degli organi genitali e sulla forza vitale e sessuale delle protagoniste di questa narrazione, nonostante il tentativo di reinterpretarle in chiave occidentale dei missionari e degli studiosi maschi bianchi che se ne sono occupati. Perché sono sovversivi i saperi delle donne Māori? Perché sono diretti a risemantizzare le herstories e a configurarle come strumento politico di empowerment femminile. «Riscrivere le genealogie è un’azione intellettuale, pragmatica e politica attuata per cercare di risolvere delle tensioni nelle tribù, un tentativo di superare le discriminazioni che le donne vivono all’interno della loro comunità, dove in alcune tribù permane un patriarcato fortemente interiorizzato e applicato nelle politiche tribali».

Il Terzo capitolo è intitolato La Kaupapa Māori, Epistemologia sovversiva del Noi. Le parole Kaupapa Māori significano letteralmente il modo di fare, di essere e di pensare māori. È senza dubbio per me il capitolo più interessante, perché ci trasmette l’idea di conoscenza del popolo indigeno, fortemente separato dalla metropoli filoccidentale Auckland in cui si atterra quando si visita la Nuova Zelanda, e per molto tempo penalizzato nelle scuole, che solo dopo il 1989 hanno visto una Riforma scolastica che ha riconosciuti gli e le indigene come portatrici di una lingua e di una cultura proprie. «Conoscere» qualcosa alla maniera māori significa, come mette bene in luce Laura Corradi nella prefazione, «localizzarlo nello spazio, nel tempo e considerarlo olisticamente come parte di un ordine cosmico globale in cui le persone, le comunità tribali e tutte le altre forme di vita e persino il benessere sono correlati e in relazione tra loro». «Conoscere» qualcosa significa considerarlo come parte di un tutto, un ordine cosmico globale, in cui le persone, le comunità e tutte le forme di vita animali, vegetali, minerali, sono in relazione tra loro. Conoscere se stessi/e è (nel linguaggio maori che non ha il maschile e il femminile n.d.r.) è conoscere il proprio territorio tribale, le montagne, i fiumi, gli alberi, le rocce, le ceneri e il vento e come questi sono interconnessi attraverso la genealogia (whakapapa)». Un altro aspetto di questa cultura è rappresentato dalla whanau, «che non corrisponde al concetto di famiglia estesa ma è una modalità di costruzione delle relazioni sociali che sottolinea una prossimità nella condivisione di esperienze, una struttura di affinità elettive» (Corradi). Il capitolo 4 si intitola Possibili connessioni tra i Sud del mondo e si apre con una bellissima frase di Lorde, che può guidare verso un percorso di consapevolezza tutte le persone che si trovano ai margini, anche nel Nord del mondo, come ci ricorda Carbone, profondamente trasformata dalla sua esperienza di ricercatrice in Ao Tea Roa. In questo capitolo l’autrice parla del suo avvicinarsi al femminismo di quarta generazione, con un approfondimento sul tema della violenza sulle donne, relazionando di un suo impegno in un centro antiviolenza di Roma, in cui ha potuto sperimentare la pratica politica ed intellettuale dell’accoglienza, arrivando alla conclusione che« il femminismo concreto dei centri antiviolenza è uno strumento di intervento nella quotidianità di tutte e di tutti, che può attivare un movimento rivoluzionario di trasformazione sociale», come sostenuto da hooks. Estremamente interessante il paragrafo Donne ponte: lo scambio di esperienze, in cui l’autrice ha modo di raccontare il suo atteggiamento di ascolto nell’avvicinarsi alle intellettuali Maori, a partire da sé e con gli strumenti del femminismo intersezionale. Qui si racconterà anche di un incontro che ha trasformato l’autrice, quello con Huia Tomlins Jahnke, in cui le due donne hanno svolto insieme esercizi di decolonialità e in cui Carbone è riuscita a raccontare alla Māori che il margine era presente nel suo modo di vivere e di essere e che l’oppressione si può percepire anche negli spazi periferici del Nord del mondo. Un’amicizia che sfocerà in un libro a quattro mani. Il percorso di Carbone con le donne Māori non è stato facile ed ha richiesto un cambiamento e un ascolto che hanno portato a un’opera preziosa, che ci interroga e ci stimola ad approfondire il pensiero e soprattutto le pratiche delle donne del Sud del mondo, da cui prendere spunto per superare la tradizione eurocentrica e patriarcale delle teorie e delle metodologie delle scienze sociali.

Come sostiene Carbone: «Creare ponti tra le epistemologie del “Noi” può costituirsi come strategia da attuare per il raggiungimento di un altro genere di società, più inclusiva e relazionale, fuori dalla dicotomia eteronormativa occidentale», dove imparare dai marae e dagli iwi, i luoghi del confronto in cui si discutono le questioni più urgenti e divisive e si prendono decisioni unanimi, risolutorie, esercitandoci ad esercizi quotidiani di decolonialità, interrogandoci sui privilegi di cui siamo titolari per il colore della nostra pelle, «per arrivare a proporre altri tipi di società, orizzontali e basate su valori relazionali» (Corradi), alternative alle forme di sfruttamento del neoliberismo, del razzismo, del patriarcato, del classismo e delle dinamiche coloniali.

Un libro impegnativo e denso di stimoli e spunti, quello di Carbone, da consigliare a chi voglia abituarsi a praticare quotidiani esercizi di decolonialità e a conquistare un diverso sguardo sul mondo.

Chiara Carbone
Voci indigene e saperi sovversivi
Mimesis-Sociologie, Milano, 2021
pp. 146

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Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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