Il caso Putin. Il maggio di Limes. Parte prima

«L’incomprensione del presente cresce fatalmente dall’ignoranza del passato», Marc Bloch, Apologia della storia.

La Russia è «un indovinello avvolto in un mistero, dentro un enigma», diceva Winston Churchill, con una celebre frase seguita da una meno celebre riflessione: forse c’è una chiave per comprendere, diceva nel 1939 il primo ministro britannico: «quella chiave è l’interesse nazionale russo».
Il numero di Limes uscito ai primi di maggio è dedicato a Platov, pseudonimo interno ai servizi segreti, in cui la regola è mantenere l’iniziale del cognome, per definire Putin, il leader politico oggi più potente al mondo. Come ci ricorda Lucio Caracciolo nel video di presentazione dell’editoriale, Platov non ha paura «nessuno come Putin accentra nella sua persona tanti poteri, facendo di lui un decisore apparentemente quasi onnipotente. Secondo alcuni questa è la guerra di Putin, secondo altri è la guerra della Russia.
Il nuovo numero di Limes esamina e ripercorre la biografia e la storia di Putin, anche prendendo spunto da una sua autobiografia pubblicata nel 2000 e si sofferma su come opera il sistema russo, chiedendosi se stia funzionando o meno in questa fase del conflitto, ma soprattutto indagando sugli obiettivi di più lungo termine della Russia di Putin».

Ritratto di Putin da giovane

Seguendo il suggerimento del Direttore, questa volta partirò dal commento dell’articolo di Fëdor Luk’janov, uno degli intellettuali più brillanti della cerchia putiniana, il quale sostiene che quella che stiamo vivendo, sia pure a distanza e di riflesso, non sia semplicemente una guerra come le altre ma rappresenti l’inizio di una nuova fase storica. Come ricorda Caracciolo, secondo il Direttore di Russia in Global Affairs «la Russia si è stancata di bussare alle porte dell’America, ha deciso di scassare il sistema occidentale, in cooperazione con la Cina, magari anche con l’India e con altri Paesi» e quindi starebbe attraversando «una fase Messianica, direi apocalittica, che interpreta sé stessa come la creatrice di un nuovo ordine mondiale, che potrebbe provocare un caos su scala globale».

Un “vecchio pensiero” per il nostro Paese e per tutto il mondo è l’articolo che esplicita l’analisi di Fëdor Luk’janov, nella traduzione di Martina Napolitano. L’Ucraina di per sé non sarebbe né un pretesto né la ragione scatenante del cataclisma che ha cambiato la nostra vita, in ogni parte del mondo, in modi diversi e per sempre. Abbiamo assistito al fallimento dell’ordine mondiale che relegava la Russia entro uno spazio deciso dall’Occidente e in cui la Russia per un quindicennio dal crollo dell’Urss ha cercato di entrare, rispondendo a criteri decisi dagli Usa e dai loro alleati. «Vladimir Putin nel discorso del 21 febbraio (intervento programmatico che esplicitava le tesi alla base delle sue imminenti decisioni) ha volutamente ricordato una vecchia conversazione con Bill Clinton in cui venne discussa la possibilità per la Russia di aderire alla Nato e il diniego ricevuto in risposta. Il risentimento causato a Mosca dal rigetto da parte del club occidentale ha lasciato un segno nella coscienza politica russa. Quest’irritazione è legata sia al rifiuto ricevuto sia al desiderio espresso allora di venire accolti». L’Occidente avrebbe potuto comportarsi diversamente? Forse sì, ma non si è messo in discussione, non ha cercato un ordine diverso da quello ormai sperimentato. La Russia avrebbe potuto comportarsi diversamente, accettando un ruolo subordinato nell’ordine mondiale pensato dagli occidentali? La risposta è incerta. Benché nel 2022 la Russia fosse bene inserita in quest’ordine, già ne intravvedeva i segni della decadenza, con l’erosione delle sue istituzioni. La Russia ha perciò deciso di dare uno strattone a questo ordine asfittico, azzerando trent’anni di sviluppo e tornando al bivio di fronte a quale si era trovata a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta.

Nel lungo discorso del presidente russo del 21 febbraio scorso come Leitmotiv storico sono esaminate le azioni, giudicate illegali e dissennate dall’oratore, commesse dalle autorità comuniste a partire da Lenin fino agli ultimi dirigenti sovietici che persero il paese, in primis il “nuovo pensiero” di Gorbačëv. Parlando di «decomunistizzazione» («siamo pronti a mostrarvi cosa significa per l’Ucraina la vera decomunistizzazione») e «denazificazione» Putin ha intrecciato i riferimenti ai due avvenimenti più tragici per la Russia del Novecento. Secondo Luk’janov: «L’Europa e gli Stati Uniti ritengono che gli impieghi della propria forza militare nei decenni passati, dalla Jugoslavia alla Libia, non fossero guerre ma operazioni in nome dell’umanità. Non tutti sono d’accordo su questo. Le vittime in particolare non ci crederebbero mai. Ciononostante l’Occidente è talmente convinto di essere nel giusto che non si è mai preoccupato delle voci discordanti. E ha sempre ritenuto prerogativa propria l’uso geopolitico della forza su scala globale». Non è stata l’operazione speciale del 2022 a provocare la crisi dell’ordine mondiale, la crisi è cominciata molto tempo prima. Trova la sua causa nel deciso rifiuto dei leader dell’ordine liberale di dare un limite ai privilegi ottenuti come esito della guerra fredda. «In un certo senso possiamo dire di essere un’eccezione tra i popoli. Apparteniamo al novero di quelle nazioni che non sembrano far parte integrante del genere umano, ma esistono soltanto per dare una grande lezione al mondo. L’insegnamento che siamo destinati a dare non andrà sicuramente perduto, ma chi sa il giorno in cui ci ritroveremo finalmente in mezzo all’umanità e quanta miseria dovremo sopportare prima che i nostri destini si compiano?» Sono parole di Pëtr Čaadaev nelle sue Lettere filosofiche del 1836. «Centosettanta anni fa – ricorda Luk’janov – l’autore di queste affermazioni, un noto intellettuale russo di vedute liberali, venne ufficialmente riconosciuto pazzo pericoloso. A torto».

La geopolitica ha un grande pregio, quello di farci vedere gli avvenimenti «con l’occhio dell’altro» (Fabbri), senza la presunzione, tipica della politologia o di altre discipline, di possedere la verità e di ritenere che il modo occidentale di giudicare quanto accade nel mondo sia l’unico corretto. Se abbiamo aderito alla globalizzazione, con spirito entusiastico, avremmo dovuto mettere in conto le interpretazioni derivanti dalle culture e dalla storia di tutte le potenze coinvolte nel grande gioco globale e provare a confrontarci con queste, come ci confrontiamo sul prezzo delle loro merci, sul loro costo del lavoro, sulle loro leggi in materia fiscale e sanitaria, ecc. Proviamo ad esempio a confrontare la nostra idea di governo totalitario con quella russa: «Nel sistema russo – zarista, sovietico e putiniano, ciascuno con le sue variazioni e i suoi bemolle – vale l’opposto». «Per noi (i russi n.d.r.) «governo totalitario» significa governo i cui interessi dominano gli interessi dei cittadini. Il termine non ha nulla di crudele. Esprime la superiorità degli interessi dello Stato sugli interessi dei cittadini» (Solodin). Putin, sostiene Caracciolo, «formato alla scienza della disinformazione nei suoi sedici anni da agente del Kgb (1975-1991), autodefinito «prodotto riuscito dell’educazione patriottica dell’uomo sovietico», firmerebbe l’apologia solodiniana del totalitarismo alla russa. Tradotto dall’ex ideologo del presidente Vladislav Surkov in «democrazia sovrana». Totalitarismo imperfetto. Commedia dell’arte in cui il capo distribuisce le maschere alle comparse che recitano da governanti o «oppositori sistemici». Platov, l’agente dei servizi segreti con molti rapporti con la Raf, ha trovato una sponda al proprio pensiero in Kissinger, nato anche lui come spia, che all’inizio di questa guerra ha pronunciato, in splendida solitudine, queste parole: «Sa, la mia posizione sull’Urss mi è costata molte critiche. Pensavo che l’Unione Sovietica non dovesse ritirarsi così in fretta dall’Europa dell’Est. Il nostro mondo ha perduto troppo rapidamente il suo equilibrio, e ciò può avere conseguenze indesiderabili. Oggi mi si rimprovera questa opinione. Mi si dice: vede, l’Urss è crollata e tutto va bene, mentre lei diceva che era impossibile che tutto andasse bene. E io penso sinceramente che sia impossibile… A dire il vero, ancora non capisco perché Gorbačëv abbia fatto quel che ha fatto». Non dimentichiamo che, nel marzo 2014, mentre la Russia riannetteva la Crimea, Kissinger sosteneva la neutralizzazione di Kiev e ammoniva l’Occidente affinché capisse che «per la Russia l’Ucraina non può mai essere solo un paese straniero». Recentemente, anche al Forum di Davos, Kissinger ha avuto modo di ribadire questa posizione, con un lucidissimo ragionamento geopolitico.

Per capire che cos’è e come funziona il sistema russo è fondamentale l’articolo della esperta di Russia e docente alla scuola di Limes, nonché redattrice di Askanews Orietta Moscatelli, Russia=Putin Putin=Russia. Il putinismo nasce nel 1998 a Lubjanka, anno in cui Putin appena nominato capo dell’intelligence russa, comincia a piazzare ai piani alti del Servizio amici, colleghi, sodali trasferiti a Mosca dalla natia San Pietroburgo. Alcuni sono ancora al loro posto, altri sono stati sostituiti. Il progetto di aggressione dell’Ucraina è stato condiviso dalla cerchia putiniana ma la decisione è spettata al leader carismatico, ancora molto gradito al popolo russo. Secondo alcuni istituti demoscopici vicini al Governo il rating di Putin presso il popolo russo è81,6% Il Centro Levada, il più indipendente, registrava un 53% di russi completamente schierati a favore e un 28% «più favorevoli che no». Tale sostegno per una guerra «confezionata a tavolino», che ha cagionato la morte di tanti soldati russi e ha comportato sanzioni internazionali definite “nucleari” per la loro dimensione, fino ad ora mai sperimentata, non può essere liquidato come mero effetto della propaganda o del timore di esporsi, così come piacerebbe interpretarlo a noi, secondo i nostri inossidabili criteri occidentali. Gli americani sperano che presto tutto cambi e che eliminare Putin significherà trovarsi di fronte una Russia completamente cambiata, secondo la teoria della guerra di Putin. «Pia speranza – sostiene Moscatelli –  che tradisce l’incomprensione della psiche collettiva russa e del putinismo nella sua duplice natura e funzione: quella di schema gestionale, ovvero di ingranaggio che assicura il funzionamento del potere, e di codice di idee e valori accettati dalla maggioranza della popolazione». L’articolo dell’autorevole docente della scuola di Limes procede ripercorrendo i passaggi della traiettoria putiniana. Il ritorno di Putin nel 2012 al potere, dopo la parentesi del fido Medvedev, lo vede ossessionato dall’idea della minaccia americana, non solo ai confini ovest a causa dell’espansione della Nato ma anche all’interno. «Famiglia, radici cristiane, memoria storica, patriottismo: negli ultimi dieci anni il putinismo nella sua funzione di collettore valoriale si è posizionato in crescente opposizione all’Occidente. La narrazione è imperniata sulla Russia sotto assedio, alternativa a una civilizzazione condannata a definitivo declino per negazione delle proprie radici». Secondo il nuovo zar che non vuole passare alla storia per aver perso l’Ucraina, «il popolo russo sarà sempre in grado di distinguere i veri patrioti dalla feccia e dai traditori. E li sputerà fuori, come si fa con un insetto che ti è volato accidentalmente in bocca, li sputerà sul marciapiede». Un apparato securitario fortissimo e una legislazione accurata hanno bloccato le proteste contro la guerra, mai nominata così. «La revisione della costituzione di due anni fa ha fissato gli ideali putiniani quali princìpi fondamentali dello Stato.

Nella Carta rinnovata è citato Dio (pur riaffermando la laicità dello Stato), la famiglia è centrale (e il matrimonio è l’unione tra un uomo e una donna), la «memoria degli avi» è da venerare, in particolare quella della Grande vittoria sul nazismo. Lo Stato si impegna a difendere questi valori tradizionali, come pure a proteggere i russi che vivono all’estero, a tutelare «l’identità culturale russa», servendosi dei gestori dell’ordine interno, i siloviki, «tutti d’accordo che la missione della classe dirigente sia quella di riportare la Russia allo status di potenza, possibilmente «super». Con quale forma di governo, con quali istituzioni è sempre stata questione secondaria per i cekisti. E Putin è cekista in capo da oltre un ventennio (Il termine čekist indica gli agenti dei servizi russi. Deriva da Čeka (Črezvyčajnaja Kommissija), la «Commissione speciale per la lotta alla controrivoluzione e il sabotaggio presso il Consiglio dei commissari della Federazione Russa sovietica» che fu il primo organo di polizia sovietico, voluto da Lenin nel 1917).

Tra i tanti articoli raccolti in questo numero di Limes ce ne è uno, scritto da un cinese quarantacinquenne, Zhan Shi, Professore alla China Foreign Affairs University, che si definisce un divulgatore, che merita più di ogni altro di essere letto, La prima guerra del Metaverso, in cui il consigliere d’apparato si interroga sull’uso geopolitico delle piattaforme digitali nella guerra d’Ucraina. La metafora della guerra di Davide contro Golia è stata usata da molti opinionisti italiani, puntando prevalentemente sull’imponente invio di armi alla “Terra di confine” da parte dell’Occidente e in particolare di americani e britannici, o sull’addestramento dell’esercito ucraino perseguito dal 2014 da queste potenze. Il ragionamento dell’esperto cinese, che pubblica i suoi post su Wechat, è completamente diverso e molto più convincente e analizza quella che egli definisce la «prima guerra nel Metaverso». Con questo termine egli non intende il progetto elaborato da Mark Zuckerberg, quanto la stretta interazione che intercorre tra online e offline. Le piattaforme social si sono trasformate, a tutti gli effetti, in armi a disposizione delle forze in campo. Secondo Zhan «la partecipazione interconnessa, tipica dell’età dei social media, sta ridefinendo la guerra, che diventa un’esperienza individuale più che collettiva. Ciò significa trasformare la guerra. E dunque trasformare la politica. La politica ha bisogno di una bella storia da raccontare, e questa storia ha bisogno di una bella performance.
Da un punto di vista social, la performance interattiva e coinvolgente di Zelens’kyj – seppur svoltasi in un «piccolo teatro» – si è rivelata migliore di quella unilaterale, centralizzata e da «grande schermo» di Putin. Ciò è avvenuto perché, quando Zelens’kyj ha messo in scena la sua opera teatrale per il mondo (sapientemente orchestrata dal trentenne vicepremier e ministro della Transizione digitale ucraino Mykhajlo Al’bertovyč Fedorov, che prima di entrare in politica possedeva un’azienda di marketing digitale n.d.r.)  ha trasformato la guerra in un processo che i suoi fan potevano seguire. Già questa è una metafora per il Metaverso[…] [Il Ministro] «Sa come rendere simile a un gioco ciò che sta realmente avvenendo, seguendo le logiche basilari della comunicazione nel Metaverso. Zelens’kyj è nel cuore della battaglia a Kiev, ma può parlare al Congresso americano, al Parlamento europeo e in altri luoghi, ottenendo un grande supporto senza nemmeno muoversi di un passo dalla capitale, la quale è essa stessa diventata una sorta di realtà integrata, tra immagine virtuale e reale, in pieno stile Metaverso […] L’obiettivo del Metaverso è trasformare la realtà in gioco. I giochi sono una forza trainante della natura umana. Usare metodi di gamification può portare folle oceaniche a costruire la struttura del Metaverso a basso costo e in maniera interconnessa […] L’Ucraina sta conducendo la guerra in maniera estremamente diversa da come era nel passato. Con le riforme militari degli ultimi anni, Oleksij Reznikov – il ministro della Difesa ucraino – ha sciolto le unità di combattimento più grandi dei battaglioni, rendendo così le unità di base estremamente disperse e orizzontali. Contestualmente, ha rafforzato la digitalizzazione e le capacità di intelligence del sistema di comando. Il sistema di comando dell’esercito ucraino è come una superpiattaforma, sostenuta da informazioni aeree integrate, sulla base delle quali le piccole e disperse unità sono impiegate per attacchi flessibili, usando missili Javelin e Stinger – che costano centinaia di migliaia di dollari – per distruggere carri armati e aerei russi – che costano milioni o, addirittura, decine di milioni di dollari. L’esercito ucraino fa di tutto per evitare battaglie frontali. Combatte la guerra in maniera dispersa e frammentata: versione altamente asimmetrica della guerra di Davide contro Golia. Sul terreno, dunque, le operazioni interne dell’esercito ucraino costano poco e non necessitano di particolare sforzo logistico.

Tuttavia, a livello della struttura di comando, tali operazioni sono molto costose e richiedono alta tecnologia. La situazione dell’esercito russo è esattamente opposta. I concetti sottesi a questo nuovo modo di fare la guerra – dispersa, digitalizzata, interconnessa e intelligente – fanno apparire la tattica russa, con la sua enorme macchina da guerra paragonabile a quella della seconda guerra mondiale, goffa e datata. L’organizzazione dell’esercito ucraino è totalmente inadeguata per condurre guerre all’estero, ma è perfetta per le guerre locali e per l’autodifesa. La filosofia politico-militare dietro tale organizzazione è coerente con i valori dell’interconnessione, dove l’online e l’offline si incontrano a livello concettuale e organizzativo, con il sostegno – sia offline che online – di elementi di alta tecnologia e di piattaforme digitali[…] Questa logica di organizzazione, inoltre, mobilita totalmente la popolazione». Zhan riferisce poi un’informazione che andrebbe verificata: gli ucraini avrebbero rilasciato una app che può essere usata dalla popolazione per fotografare le truppe russe che avvistano.
L’applicazione, riconoscendo la località, permetterebbe poi all’esercito ucraino di intervenire. Un altro indizio di guerra del Metaverso. Tutto ciò obbligherebbe l’esercito russo a combattere un nemico che è ovunque e da nessuna parte. Pertanto è difficile da localizzare e da affrontare. L’articolo, nella sua seconda parte, è un monito al Governo cinese e lo mette in guardia su che cosa potrebbe succedere in una futura guerra per Taiwan. Confesso che, seguendo l’andamento di questa «guerra per procura», la cui narrazione ha stravolto i palinsesti di tutte le reti televisive, ho fin da subito avvertito, oltre a un profondo senso di scoramento, una sensazione che non sapevo definire compiutamente, come una forma di impotenza, pensando a quante guerre ci sono nel mondo, a cui non sono dedicate un’immagine delle devastazioni belliche, una dichiarazione online dei capi della Resistenza, un’intervista a un o una profuga, il racconto di un crimine di guerra, nulla di tutto ciò a cui assistiamo ogni giorno sugli schermi e sui social su questa guerra. Come sempre gli occhi degli altri ci aiutano a cogliere aspetti che difficilmente vedremmo con le nostre lenti occidentali e ci fanno capire, con gli strumenti della conoscenza, che cosa sta succedendo davvero. Spiace che i tanti giornalisti nostrani non facciano quasi parola di tutto questo, forse perché davvero il Metaverso è già qui.

(continua)

***

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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